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domenica 31 dicembre 2023

Contro-messaggio di fine anno 2023

Come da nostra tradizione, ormai ultra consolidata, pubblichiamo il contro-messaggio di fine anno, dove "contro" significa in contrapposizione al messaggio trasmesso a reti unificate dal Capo dello Stato.

Un messaggio che di anno in anno affidiamo alle tante compagne e ai tanti compagni di diverse collocazioni sindacali e percorsi politici che incontriamo nelle nostre lotte, dando voce, appunto, a chi le lotte le ha sempre vissute da protagonista.

Chiudiamo questo 2023 lasciandovi alla penna superlativa di Giovanna Lo Presti (che ringraziamo infinitamente!), già portavoce della Cub Sur, e nostra compagna attiva nella costruzione del Fronte di Lotta No Austerity.

A tutte le lettrici e i lettori di CUBlog auguriamo un 2024 di unità delle lotte contro il capitalismo!


La redazione di CUBlog



di Giovanna Lo Presti


Care compagne, cari compagni*,


il bilancio dell'anno che si sta concludendo è presto fatto: cominciamo dalle cose più importanti. Il 13 settembre 2023, la Giornata della pace, è stato ricordato che le guerre in corso nel mondo sarebbero 59; l'attentato di Hamas, il 7 ottobre, ha aperto il fronte israeliano-palestinese. Siamo quindi a 60 conflitti ufficiali, ma saranno di certo di più. Di due di questi, per il coinvolgimento forte dell'Europa e degli Stati Uniti, ci vengono fornite informazioni tanto continue quanto tendenziose; il massacro in atto dei palestinesi (18.500 morti ad oggi) viene equiparato, con un cinismo notevole, alla sorte degli ostaggi israeliani.

La guerra è un brutto ma grande affare: i primi Paesi esportatori di armi sono gli Stati Uniti e la Russia ma l'Italia, il nostro Paese, non resta indietro. La spesa complessiva per la difesa in Italia ha sfiorato quest'anno i 32 miliardi di euro.

Se ci confrontiamo con gli altri paesi europei, qui da noi si continua ad investire di meno: ad esempio, circa il 4,2% del PIL in istruzione, contro una media OCSE del 5,1%; e anche la Sanità arranca, dopo i coretti idioti “del nulla sarà più come prima” del periodo pandemico, priva com'è di personale e di risorse economiche: qui lo Stato investe quest'anno circa il 6.7% del PIL, contro il 9% di Francia e Germania. Non parliamo poi della ricerca, per la quale lo Stato investe circa l'1,5% del PIL.

In Italia i ricchi sono sempre più ricchi: lo 0,1% più ricco dei cittadini, circa 50.000 individui, posseggono una quota di ricchezza nazionale aggregata che è passata dal 5,5% al 9,2% nel periodo 1995-2021! Intanto stipendi e pensioni rimangono sostanzialmente fermi, mentre il costo della vita cresce erodendo i redditi, a causa di una forte inflazione. Abbiamo il triste primato di essere l'unico Paese OCSE in cui gli stipendi, negli ultimi trent'anni, non sono aumentati ma diminuiti.

Gli ultimi giorni di quest'anno hanno visto l'approvazione della Legge di Bilancio. Ne metteremo in evidenza le storture e le ingiustizie nelle prossime settimane: il governo di destra non fa sconti a nessuno, Meloni e i suoi ministri mentono sapendo di mentire e, mentre dicono di occuparsi delle fasce deboli proteggono i loro amici evasori.

La rapacità di un'economia senza scrupoli e volta al profitto di pochi distrugge l'ambiente; non si contano le crisi aziendali e la precarietà è in agguato. Anche chi ha un lavoro stabile deve fare i conti con salari che sempre più spesso non garantiscono una vita dignitosa.


In questo 2023 molti di noi hanno cercato di lottare per migliori condizioni di lavoro, per una maggiore giustizia, per chiedere la fine di guerre assassine e scellerate.

Eppure non possiamo nasconderci che manchiamo sia di una rappresentanza sindacale sia di una rappresentanza politica di massa, cosa che rende più facile il gioco coerente di un capitalismo che, da più di trent'anni, non perde un colpo per affermare la barbara religione del profitto e per guadagnare terreno a scapito della classe lavoratrice che, tra l'altro, paga un tributo di sangue altissimo alla voracità altrui. Anche quest'anno, infatti, le vittime del lavoro sono state mediamente tre al giorno: soprattutto giovani (e quindi inesperti) e anziani (e quindi inadeguati allo sforzo che viene loro richiesto).

Non è sufficiente gridare “basta” e “non deve più accadere”; è necessaria una forte presa di coscienza da parte dei singoli e la volontà di muoversi insieme, compattamente, continuamente per rivendicare ciò che ci spetta.


In questa conclusione d'anno voglio ricordare il momento che mi ha fatto sperare che qualcosa di importante potesse nascere: la mobilitazione di questa primavera del popolo francese contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Macron. La lotta non è stata vincente nei fatti e la riforma è passata, in mezzo alle contestazioni, con voto di fiducia – che è il grimaldello legale con cui le democrazie rappresentative si trasformano in dittature della maggioranza parlamentare. Sul piano morale, però, i Francesi hanno stravinto per capacità di lotta e di ampiezza di vedute alla base della protesta.

Mi hanno colpito le parole di Mélenchon, del quale non voglio giudicare né indicare come esemplare il percorso politico. Mi interessa soltanto citare le sue parole, le parole di una anziano leader che parlava ad una folla enorme:

La verità è che non hanno capito perché siamo qui. Noi non difendiamo soltanto il diritto di godere una pausa nell'esistenza. Ma soprattutto affermiamo che il tempo della vita, quello che conta, non è soltanto quello considerato utile perché dedicato a produrre. Il tempo libero non è un tempo di inattività ma un tempo di cui possiamo disporre, di cui possiamo decidere cosa fare: vivere, amare, non fare nulla, se così ci piace, occuparci dei nostri cari, leggere poesia, dipingere, cantare, oziare. Il tempo libero è quello in cui abbiamo la possibilità di essere totalmente umani. Ecco di cosa parliamo […] Perché bisogna produrre di più? Il problema non è più produrre di più, ma produrre meglio e per farlo dobbiamo lavorare meglio e dunque lavorare meno! La chiave di una sinistra ecologista sta nel ripartire equamente la fatica del lavoro. La controparte afferma che bisogna lavorare di più; “loro” seguono la via di sempre: trasformare qualsiasi cosa vivente o inanimata in merce”. “Ecco cosa vuole fare il signor Macron! Tu sia maledetto per aver mercificato le nostre esistenze, per aver mercificato la sanità, l'istruzione.. è questo che vuole fare Macron. Sii maledetto per aver voluto rovinare tutto, distruggere tutto, quantificare tutto”.

Rivolto alla “magnifica gente” radunatasi in piazza per “ragioni diverse”, Mélenchon conclude: “Viva la vita, abbasso la morte!”. Non ho potuto fare a meno di pensare a quel che accadde a cavallo tra 2011 e il 2012; la “riforma Fornero” passò nello sgomento di una parte di adulti ancora senzienti ma inebetiti, mentre gran parte del “popolo di sinistra” era tutto preso dall'ebrezza per la scomparsa dalla scena politica italiana di Silvio Berlusconi, sostituito da Mario Monti e cioè dalla faccia feroce della finanza internazionale. La “riforma Fornero”, che spingeva mediamente in avanti di sette anni i requisiti per andare in pensione, la legge socialmente più dannosa che il nostro Paese abbia visto, passò senza proteste nelle piazze, con quattro (4) ore di “sciopero generale” (le virgolette sono d'obbligo), senza troppi sussulti neppure da parte del sindacalismo di base. Una vera vergogna. In un sol colpo, una visione miope e rapace, pronta ad andare contro il senso comune (in molti ricorderanno la proterva affermazione secondo la quale aumentare l'età pensionabile non diminuiva i posti di lavoro disponibili) rubò anni di vita libera dal lavoro a milioni di italiani. Da allora in poi il reddito da pensione sarebbe stato basato sul sistema contributivo, non solo penalizzante, ma impostato a partire dall'idea che ciascuno paga la sua propria futura pensione, in una visione egoistica e non solidale, come era quella che reggeva il sistema retributivo.

A questo stato di cose il nostro Paese non ha reagito; non ci sono stati partiti o forze sindacali che si siano fatti riferimento per le classi subalterne, la parola “eguaglianza” è stata sostituita da “inclusione” i diritti civili sono stati l'unica preoccupazione di un centro-sinistra imbelle, che ha da tempo perso del tutto la bussola e che soffre della sindrome di identificazione con l'aggressore.


Viva la vita, abbasso la morte!” gridava in piazza Mélenchon, qualche mese fa.

La mercificazione di ogni cosa, vivente o inanimata, è sotto gli occhi di tutti. In Italia, nella nostra italietta, essa permea di sé i progetti dei politici: le numerose “riforme” scolastiche e gli interventi sulla sanità, i progetti scellerati e che stanno andando a compimento, come quello dell'“autonomia differenziata”, non sono che esempi di mercificazione. L'intero PNRR è governato dalla logica del profitto, l'unica praticata negli ultimi trent'anni, nel “trentennio inglorioso”.

La passività dei dominati, insomma, rafforza i dominanti, sempre più aggressivi.


Lavorare meglio è indispensabile: troppi sono coloro che muoiono o si ammalano per un lavoro malsano e logorante. Lavorare meno è necessario: a cosa serve la tecnologia se le otto ore lavorative non vengono toccate e, al contrario, in molte realtà si lavora più di prima? Lavorare meno significa, già di per sé, lavorare meglio e ridurre la disoccupazione. Quelli che non si debbono ridurre sono i salari, che, invece, subiscono una costante erosione. Lavorare meno, produrre di meno e meglio: è urgente, è necessario. Riportare l'attenzione sulla qualità del tempo libero, sulla qualità della vita sociale è altrettanto urgente. Il primo passo da fare è una riduzione drastica e rapida della diseguaglianza economica. Questo è il compito della politica: non incrementare un modello di sviluppo comunque costretto a tracollare in tempi medio-brevi, non favorire i più ricchi a danno dei più poveri, non soggiacere alla logica del profitto, consentire a tutti (proprio a tutti) un vita più umana.

A persone come me, che non detengono nessun potere se non la libertà di ragionare, la maledizione scappa spontanea ogni giorno, e non solo contro i potenti ma anche contro tutti coloro che non sentono che è ora di ribellarsi, nelle scuole come nelle fabbriche o negli ospedali. E maledico in primo luogo il conformismo e l'ipocrisia, il politicamente corretto che si accontenta di una forma educata e tollera l'ingiustizia reale, i bugiardi che armano le mani e predicano la pace, i cinici che in nome dello sviluppo distruggono la Natura.

La vita contro la morte: sino a quando il dibattito non si radicalizzerà in questo senso ci dovremo accontentare di una pseudo-sinistra lagnosa e di movimenti ecologisti all'acqua di rose. La democrazia rappresentativa mostra la corda e lo rivela la scarsissima partecipazione alle elezioni. È l'ora dell'omnicrazia, del potere di tutti i senza-potere, che si battono per una vita dignitosa e non omologata. È l'ora di ritrovarsi nelle piazze, ognuno con le proprie ragioni ma tutti intenzionati a battersi contro gli evidenti processi di disumanizzazione che fanno sì che, anche nella parte più apparentemente fortunata del pianeta, la sofferenza e il disagio siano arrivati al punto in cui non li si vuole più sopportare. Insomma, è l'ora di dire “Viva la vita, abbasso la morte!”. Questo il mio augurio per il nuovo anno.


*Accetto il benevolo tiro mancino di Diego: ecco il mio contro-discorso di fine anno. E spero in lettori indulgenti.

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