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giovedì 5 ottobre 2017

Un altro autunno di occasioni perdute? Intervista a Fabiana Stefanoni sulla situazione sindacale e sullo sciopero generale



Ringraziamo la compagna Fabiana Stefanoni con cui collaboriamo nel Fronte di Lotta No Austerity e la redazione web del PdAC per la pubblicazione di questa intervista che, ci teniamo a evidenziarlo, condividiamo totalmente!

La redazione di CUBlog


A cura della redazione web
 
La situazione sociale in Italia non accenna a migliorare: eppure Cgil, Cisl e Uil non rilanciano azioni di lotta e, anzi, appoggiano il governo persino nei suoi tentativi di ridimensionare ulteriormente il diritto di sciopero nei trasporti. Al contempo, il sindacalismo conflittuale e “di base” ha, anche quest’anno, deciso di organizzare due date separate di sciopero generale. Alcuni sindacati sciopereranno il 27 ottobre (Cub, Si.Cobas, Slai Cobas, Usi-Ait) mentre altri il 10 novembre (Usb, Confederazione Cobas, Unicobas). Ne parliamo con Fabiana Stefanoni, responsabile sindacale di Alternativa Comunista.

 
Anche questo autunno il sindacalismo di base si presenterà diviso in occasione dello sciopero generale. Un film già visto che si ripete, non credi?

Purtroppo sì. Esattamente un anno fa, all’indomani del tragico omicidio di Abdel Salam durante un picchetto di sciopero, avevamo criticato la decisione dei dirigenti dei sindacati conflittuali di dividere il fronte di classe proclamando due date di sciopero generale separate e contrapposte, una il 21 ottobre e una il 4 novembre: quest’anno il film sembra ripetersi più o meno identico. Eppure nulla è più urgente della costruzione di un grande sciopero unitario e di massa al fine di respingere al mittente gli attacchi del governo e dei padroni: il governo prepara l’ennesima finanziaria lacrime e sangue e, soprattutto, minaccia di ridimensionare ulteriormente il diritto di sciopero, già fortemente limitato nei cosiddetti “servizi essenziali”, dalla scuola alla sanità ai trasporti.


Secondo te perché i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil non vogliono proclamare uno sciopero generale? 

I dirigenti di Cgil, Cisl e Uil hanno i loro “buoni motivi” burocratici per non proclamare uno sciopero generale, in particolare dopo la firma dell’Accordo della Vergogna (1) e l’intesa del 2016 con Confindustria sulla cogestione delle crisi aziendali. La burocrazia di questi grandi apparati sindacali mira solo a garantirsi una buona convivenza col governo e coi padroni, rinunciando ormai persino a mimare il conflitto sociale… e per fortuna in qualche caso i lavoratori cominciano a capirlo, come dimostra ad esempio lo straordinario risultato del referendum in Alitalia (2).
Eppure la situazione sociale economica in Italia, al di là della propaganda governativa che si inventa grandi miglioramenti, resta disastrosa: il tasso di disoccupazione è tra i più alti d’Europa (superiore all’11%, oltre il 35% quella giovanile!), i salari e gli stipendi non servono nemmeno a sopravvivere, i lavoratori sono indebitati fino all’osso e la privatizzazione dei servizi pubblici aumenta drasticamente le loro spese. Contemporaneamente, mentre la sanità e l’istruzione sono devastate dai tagli, il governo regala decine di miliardi alle banche e, sotto forma di incentivi e ammortizzatori, alla grande industria. Per i capitalisti, così come per i politici corrotti che li rappresentano, saltano sempre fuori carote d’oro, mentre ai proletari vengono riservate solo bastonate.


Le statistiche parlano, infatti, di un calo di fiducia nei sindacati. Cosa pensi delle affermazioni di Di Maio del M5S?

Di Maio, come tutto il M5S, dopo essersi presentato come forza “antisistema” di opposizione, si appresta a governare per conto della borghesia, come già stanno facendo nelle giunte che controllano, a partire da Roma. Approfitta della giusta e comprensibilissima sfiducia dei lavoratori nei confronti di apparati burocratici chiusi nella difesa dei loro interessi di bottega per attaccare indistintamente i diritti sindacali. Non solo: mentre critica i sindacati, annuncia una “manovra shock” per favorire le imprese, cioè “l’abbassamento del costo del lavoro”. E’ quello che hanno fatto tutti i governi fino ad oggi, da Prodi a Berlusconi, da Monti a Renzi a Gentiloni: abbassare il costo del lavoro significa colpire i salari degli operai. Del resto, non è l’unico aspetto con cui il M5S si presenta in continuità con gli altri partiti borghesi: razzismo, maschilismo, corruzione (come dimostrano le vicende in cui è coinvolta la sindaca Raggi). Ultimamente il M5S ha calato completamente la maschera: auspichiamo che gli attivisti sindacali e gli operai che hanno riposto fiducia in questo movimento-partito ne comprendano finalmente la natura borghese e reazionaria.


Ma torniamo al tema dello sciopero generale. Se è chiaro, come dici, che le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil non hanno interesse ad alzare il livello dello scontro di classe, come spieghi invece la decisione del sindacalismo “di base” di rinunciare all’occasione di proclamare uno sciopero generale unitario? 

Tanto è forte l’esigenza dei lavoratori e delle lavoratrici di organizzare a una forte risposta di lotta e di classe all’attacco del governo e dei padroni quanto sono deboli le argomentazioni portate dai dirigenti dei sindacati conflittuali per giustificare questa scelta masochistica. La direzione di Usb ha accampato scuse risibili (una riunione internazionale alcuni giorni dopo…) per non convergere sulla data del 27 ottobre, al contempo i dirigenti dei sindacati che hanno proclamato lo sciopero il 27 ottobre hanno fatto di tutto evitare una data comune con Usb. Tra gli argomenti usati da qualcuno c’è un ragionamento solo apparentemente corretto: affermano che, firmando il famigerato accordo della vergogna, i dirigenti di Usb e della Confederazione Cobas hanno tradito la lotta. E’ innegabile: la firma di quell’accordo è stata un fatto gravissimo, che ha indebolito la capacità di resistenza di tutta la classe lavoratrice. Ma ritenere che questo possa giustificare l’idea di scioperi separati e contrapposti è un’assurdità.


Come si deve costruire, a tuo avviso, uno sciopero generale? 

Possiamo prendere ad esempio quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi. Vediamo quello che succede in questi giorni in Francia o in Catalogna ad esempio. Le lavoratrici e i lavoratori francesi stanno preparando in questi giorni la terza giornata di sciopero unitario contro il governo Macron e contro la riforma del lavoro (due giornate di sciopero sono già state organizzate a settembre). In Catalogna i sindacati di base e conflittuali hanno promosso, il 3 ottobre, una grande giornata di sciopero generale unitario contro la repressione del governo centrale e della guardia civile, a sostegno delle masse popolari catalane. L’appello a proclamare lo sciopero generale è stato lanciato a tutti i sindacati, per quanto complici o opportunisti siano giudicati i loro dirigenti. Ed è giusto che sia così: lo sciopero generale deve presentarsi, per sua stessa natura, come lo sciopero di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici contro il nemico di classe (sciopero generale, appunto). Solidaires (il più grande sindacato di base francese) ha scioperato con la Cgt francese (l’equivalente della nostra Cgil, per intenderci), ovviamente su piattaforme diverse, ma pur sempre lo stesso giorno: lo scopo era organizzare un’azione incisiva e di massa, per respingere la riforma del lavoro. In Catalogna, i grandi sindacati burocratici (Comisiones obreras e Ugt) si sono invece sfilati, per loro decisione e non per esclusione altrui, dallo sciopero generale (proclamato invece dai sindacati di base presenti in Catalogna, dalla Cgt ai Co.Bas): lo sciopero è riuscito lo stesso, con adesioni pari all’80% nelle principali fabbriche e centinaia di migliaia di lavoratori in piazza.
Quello che sembrano non capire i dirigenti sindacali di casa nostra (mi riferisco ora al sindacalismo “di base”) è che non si deve confondere la costruzione del proprio sindacato – che spesso, per essere coerente e di lotta, deve passare per rotture e profonde differenziazioni – con le azioni di sciopero e di lotta: nella costruzione di queste ultime bisogna sempre sforzarsi di cercare la massima unità d’azione. Occorre sempre dimostrare ai lavoratori degli altri sindacati di essere disposti a lottare al loro fianco contro i padroni e il governo, indipendentemente dalle sigle e dalle bandiere: è anzi questo il miglior modo per smascherare la politica opportunista dei loro dirigenti e sottrarli alla loro influenza. Questo è tanto più valido in relazione alla costruzione di uno “sciopero generale” degno di questo nome.


Hai descritto scenari, quello catalano e quello francese, che appaiono molto differenti da quello cui assistiamo qui in Italia…

In realtà in Italia assistiamo a uno scenario contradditorio. Da un lato i sindacati conflittuali stanno proclamando scioperi unitari e incisivi nelle fabbriche e nelle vertenze di categoria: dai trasporti (pensiamo al riuscito sciopero del 2 ottobre nel comparto aereo e aeroportuale) all’industria, dalle telecomunicazioni al telemarketing. Dall’altro lato, quando si tratta di unificare tutte queste vertenze in una grande azione unitaria di sciopero generale… si spezzettano le date. C’è una palese contraddizione, che a mio avviso si può spiegare solo con una grande distanza dei dirigenti delle confederazioni sindacali non solo dai lavoratori e alle lavoratrici nei luoghi di lavoro (che capiscono istintivamente la necessità di lottare e scioperare uniti per sconfiggere il nemico di classe), ma anche spesso dai loro stessi attivisti.
Al di là del fatto scontato che le dinamiche della lotta di classe sono imprevedibili, è evidente che i risultati nell’immediato sono molto negativi. Prima di tutto, si perde l’occasione di convogliare il malcontento sociale in una grande azione di sciopero generale: ne approfitteranno non solo il governo e i padroni, ma anche le varie organizzazioni populiste e fasciste (pensiamo solo alla recente gravissima aggressione di un picchetto di sciopero alla Sda di Carpiano). In secondo luogo, si rischia di svuotare di significato lo stesso concetto di “sciopero generale”: i lavoratori e gli stessi attivisti del sindacalismo conflittuale lo percepiranno come un momento distinto dallo scontro di classe in cui sono impegnati quotidianamente, quasi fosse un mero momento propagandistico del proprio sindacato, anziché – come dovrebbe essere - la più forte e incisiva azione di lotta nello scontro politico con governo e padronato.
Concludo dicendo che, da questa ennesima triste storia, possiamo forse trarre un insegnamento: è necessario e urgente costruire dal basso, col protagonismo diretto e decisionale dei lavoratori e degli attivisti sindacali che lottano, un ampio fronte unico delle lotte, che possa imporre ai dirigenti sindacali quell’azione incisiva e unitaria che serve urgentemente alla classe lavoratrice per vincere. E’ quello che, ad esempio, stiamo cercando di fare impegnandoci nel rafforzamento del Fronte di Lotta No Austerity.
 

(1) Si veda questa intervista: http://www.alternativacomunista.it/content/view/2219/78/
(2) Per i dettagli su questa lotta straordinaria rimandiamo a questo articolo di M. Bavassano: http://www.alternativacomunista.it/content/view/2449/1/

giovedì 27 aprile 2017

Pubblichiamo molto volentieri questa intervista a Flavia Intallura a cura di Patrizia Cammarata per Progetto Comunista*

Intervista a Flavia Intallura, “Mamma Africa” dei profughi nella provincia di Vicenza

“Occupiamoci della sofferenza dei rifugiati e dei richiedenti asilo”




Venerdì 3 febbraio i leader europei si sono incontrati a Malta per approvare le nuove disposizioni volte a chiudere la rotta dei migranti dalla Libia all’Italia. Nel memorandum triennale d’intesa firmato il 2 febbraio scorso dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal premier libico Fayez al Sarraj si prevede di finanziare il governo di Tripoli e le agenzie umanitarie attive in Libia per la gestione dei migranti.  Nonostante i leader abbiano ripetuto il loro impegno per la tutela dei diritti dei migranti, con l’accordo raggiunto dall’Italia con la Libia, chi conosce la realtà libica, e ha ascoltato i racconti di chi ha attraversato la Libia per arrivare in Italia, sa bene che in questo modo centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, già in fuga da guerra e persecuzioni, non saranno tutelati come vogliono farci credere ma, anzi, subiranno nuovi abusi e sofferenze.  È un accordo avente lo stesso obiettivo di quello siglato fra Unione Europea e Turchia, che ha consegnato al regime di Erdogan il respingimento di uomini, donne, bambini e anziani che fuggono dalla guerra in Siria. Il governo Gentiloni affida al governo fantoccio libico di Serraj il criminale lavoro di respingimento di chi cerca di uscire e fuggire da fame, guerre e disperazione.
Ed è proprio venerdì 3 febbraio che incontro, nella sede del sindacato Usb di Vicenza in via Zaguri, Flavia Intallura, addetta allo sportello migranti e segretaria dell’Associazione Senza Confini con sede a Schio (Vicenza). Flavia, invece, di questa disperazione si fa carico e, anzi, questa disperazione vuole organizzarla, darle una dignità e una prospettiva contro un sistema razzista e ingiusto.
Flavia, perché hai scelto di dedicarti alle tematiche dell’immigrazione?
“Io stessa provengo da un’esperienza di emigrazione, anche se non ai livelli tragici vissuti dalle persone di cui mi occupo. Anch’io, però, ho conosciuto il razzismo; l’ho provato su me stessa, quando ancora ero una bambina, essendo figlia di siciliani emigrati in Germania. Sono nata in Germania dove sono rimasta fino all’età di vent’anni. Mio padre era operaio, poi negli ultimi anni, siccome parlava correttamente quattro lingue, è diventato mediatore culturale. Ma io ricordo ancora l’emarginazione e la sofferenza di quando dovevo giocare da sola perché i bambini tedeschi mi escludevano dai loro giochi… Sento molta empatia con chi è immigrato. Forse anche per questo mi conquisto la loro fiducia e qualcuno di loro, qui a Vicenza, mi chiama “Mamma Africa”.

Quando è nata l’associazione “Senza Confini”?
“E’ nata lo scorso anno, nel 2016. Ci sono centinaia di sportelli, nel Veneto, che si occupano d’immigrazione, ma la nostra Associazione è l’unica, a quanto mi risulta, che si occupa specificatamente dei richiedenti asilo”.

E’ un’associazione del sindacato Usb (Unione sindacale di base)?
“No, l’associazione è indipendente ma la collaborazione con Usb Vicenza è molto importante. Non solo, il rappresentante legale regionale di Usb Federazione del Veneto, Germano Raniero, ci consente di avere uno sportello nella sede di Vicenza alcuni giorni la settimana. C’è, soprattutto, una fattiva collaborazione con il sindacato per quanto riguarda gli aspetti legali, la necessità di un avvocato, i rapporti con la Questura e la Prefettura e, soprattutto, l’organizzazione di manifestazioni, presidi, un aiuto per analizzare anche dal punto di vista della lotta di classe quello che succede, un aiuto per interloquire con i lavoratori italiani, iscritti e organizzati dal sindacato, e portare loro il punto di vista dei profughi, cercando di sottrarli al razzismo della Lega e di altre forze politiche. Noi cerchiamo di occuparci, come associazione, anche delle cose pratiche (vestiario, cibo, ecc.) ma il rapporto con il sindacato è importante perché è il sindacato che ci ricorda sempre che il nostro non è il ruolo della Caritas, che noi abbiamo il dovere di fare un intervento politico, di organizzare queste persone per dignità e diritti e non per lasciarli in una situazione di sudditanza e richiesta di carità”.

Parlando del razzismo, spesso i titoli di diversi fra i principali giornali locali associano profugo con smartphone…
“E’ veramente indegna la strumentalizzazione sugli smartphone usati dagli immigrati! Se uno ha un cellulare normale o usa un telefono, telefonare in Africa costa tantissimo! Solo con lo smartphone queste persone (che hanno degli amici, degli affetti, una famiglia, nostalgia di casa) possono stare in contatto con la loro famiglia e poter comunicare facendo sapere di essere ancora vivi, e al contempo ricevere notizie da casa!”

 I titoli dei giornali parlano di soggiorno gratuito in alberghi…
“Dobbiamo ricordare che la maggior parte dei richiedenti asilo per poter partire dal proprio Paese d’origine fa una raccolta di soldi fra i parenti e gli amici. Nel loro Paese soffrono la fame, non hanno prospettive, vedono morire familiari per mancanza di cibo o di una banale medicina! Dal Senegal, da altri Stati in Africa, attraversano il deserto per arrivare in Libia dove alcuni sono vittime di storie orrende (torture, amputazione delle orecchie, le donne sono violentate…). Una volta che riescono, attraversando il mare nelle condizioni che sappiamo, ad arrivare in Italia, sono consegnati a delle cooperative che, quasi sempre, hanno l’unico scopo di fare profitto sulla loro disperazione. Le cooperative guadagnano circa € 35,00 il giorno per ogni richiedente asilo. Sono anche 150 le persone “accolte” in alcune cooperative. Fai il conto del guadagno! E considera che nel Veneto circa l'ottanta per cento dei richiedenti asilo riceve un esito negativo alla richiesta. Appena ricevuta la risposta negativa, dopo il ricorso, queste persone, spesso ragazzi molto giovani, sono buttati fuori dalle cooperative: buttati fuori senza lavoro, senza sapere la lingua, perché quasi sempre non si è insegnato loro nulla. E così ragazzi spesso giovanissimi si trovano da un momento all’altro in strada, senza casa, senza cibo, senza amici. Chiaramente, in queste condizioni, in balia della criminalità.
La maggior parte delle cooperative è interessata solo al profitto, non a dare una prospettiva a queste persone”.

I  comitati che si oppongono all’arrivo dei profughi trovano sostegno anche sull’onda di queste false informazioni che mirano a mettere italiani contro immigrati (smartphone, alberghi “di lusso”, ecc.)…
“Certo, basti pensare alle dichiarazioni di Joe Formaggio, sindaco di Albettone, paese in provincia di Vicenza, che continua a rilasciare dichiarazioni che, purtroppo, hanno grande spazio sui giornali. Dichiarazioni come: “Gli immigrati sono sessualmente pericolosi”, “ Mia figlia mai con uno di colore”, “Hitler ha fatto anche cose giuste. I rom? Non servono alla società, rubano tutti”.
Come sai, contro i comitati razzisti abbiamo organizzato nei mesi scorsi un presidio che ha fatto molto scalpore. Si è trattato di un presidio indetto dal nostro sportello Usb Migranti, con Germano Raniero e con l’Associazione Senza Confini e altri gruppi antirazzisti della provincia.  Il giorno dopo i giornali, e vari spazi su facebook, sono stati costretti a non fare i soliti titoli razzisti ma ad aprire con la notizia: “La provincia di Vicenza è solidale” e “Costruiamo ponti, non barricate” riprendendo i due striscioni che hanno aperto il corteo di circa trecento persone. Penso sia importante farci vedere, organizzare la solidarietà.

La situazione delle donne?
“Le donne sono penalizzate il doppio degli uomini, come accade nella maggior parte degli ambiti della società! Intanto, quando arrivano in Italia - ho saputo proprio da alcune di loro - vengono subito intercettate, appena sbarcano a Lampedusa, ma succede anche qui nel Veneto, dalle cosiddette “Madames” che sono spesso loro connazionali immigrate senza scrupoli che all’arrivo di queste giovani ragazze, impaurite e sole, si fingono parenti, le accolgono e le portano in strada a prostituirsi. Le ragazze, che non conoscono la lingua, che non hanno denaro, che arrivano stremate da un viaggio da incubo, non hanno alternative, sono alla loro mercé e completamente sotto ricatto. Ma anche quando non sono intrappolate in questo tranello la loro sorte è drammatica. Sono spesso consegnate a delle cooperative che le rinchiudono in qualche struttura isolata”.

Ricordo che l’otto marzo dello scorso anno siete intervenuti in una situazione simile…
“Sì, è stata una storia in cui abbiamo avuto un ruolo positivo sia come associazione, sia come Usb. E’ successo che un privato ha acquistato una struttura in un paese isolato, in montagna, nella provincia di Vicenza. Si è rivolto poi a una cooperativa, offrendo la struttura, e la cooperativa ha portato undici ragazze, undici profughe. Il proprietario della struttura, con la scusa che la proprietà era sua, ha imposto la sua presenza giorno e notte e rimaneva lui con le ragazze in questa situazione d’isolamento mentre l’operatrice della cooperativa faceva visite saltuarie. Quest’uomo faceva continuamente delle avances alle ragazze ricattandole e, quando loro volevano tenere le distanze, minacciava che avrebbe usato la sua influenza affinché fosse loro negato il Permesso di soggiorno. Allora, come “Associazione Senza Confini”, con l’appoggio di Usb Vicenza, abbiamo iniziato a fare blitz in questa struttura e l’otto marzo scorso abbiamo chiamato gli organi d’informazione e abbiamo consegnato alle ragazze delle rose rosse come simbolo di rispetto e di lotta. Siamo stati pesantemente minacciati dal proprietario ma ci siamo guadagnati la fiducia delle ragazze. Alcune di loro, le più coraggiose, sono uscite dalla struttura e hanno raccontato la loro storia. La Prefettura è stata costretta a trasferirle in una situazione più dignitosa, sottraendole al ricatto e all’isolamento in cui erano costrette”.

Dall’inizio dell’anno si è parlato molto, soprattutto nel Veneto ma la vicenda ha avuto eco nazionale, della tragica vicenda di Sandrine Bakayoko…
Sandrine Bakayoko era una giovane donna di venticinque anni della Costa d’Avorio ed è morta il 2 gennaio scorso nel superaffollato centro di prima accoglienza (ex base militare) di Cona (che “ospitava” 1500 persone fra cui diversi minori), in provincia di Venezia. Sandrine era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Ha avuto un malore ed è stata trasportata in ospedale a Piove di Sacco in ambulanza, ma è morta durante il trasporto. Gli immigrati che erano nel Centro di Cona hanno subito accusato la cooperativa che gestiva il Centro, affermando che la ragazza era stata soccorsa tardi, che c’era stata negligenza e che l’ambulanza è arrivata solo otto ore dopo. La rivolta è scoppiata nel giro di poco all'interno del Centro di accoglienza: venticinque operatori - tra i quali due medici e un'infermiera - si sono barricati dentro gli uffici, intorno a loro i migranti bloccavano le uscite. La tragedia di Sandrine ha fatto emergere anche la situazione drammatica di molti minori che sono accolti in queste caserme sovraffollate, come quella di Cona, dove spesso manca anche il riscaldamento e dove le condizioni igieniche sono inesistenti. Anche in questo caso, come sportello migranti Usb, siamo intervenuti partecipando alla manifestazione contro il Centro di Cona che ha visto immigrati e lavoratori insieme per chiedere "verità e giustizia sociale per Sandrine Bakayoko". Abbiamo denunciato come le strutture di cosiddetta accoglienza, come quella di Cona, stanno sempre più diventando dei luoghi di privazione di diritti e dignità, nonché di sfruttamento non solo dei profughi ma anche dei lavoratori delle cooperative, come gli operatori sociali che lavorano spesso con contratti di sfruttamento”.

Il 27 gennaio scorso, a Venezia, si è consumata la tragedia di Pateh, un ragazzo di ventidue anni, proveniente dal Gambia, arrivato in Italia due anni fa: si è gettato nel Canal Grande, suicidandosi. Da quello che si è appreso, sembra che le persone presenti hanno trovato il tempo di filmarlo e il coraggio, non di gettarsi a salvarlo, ma di insultarlo con frasi razziste... Cosa pensi di questo fatto?
Credo, da quello che ho potuto conoscere di questo grave dramma, che i presenti che gridavano “Africa! Africa!” forse non volevano insultarlo ma, non conoscendo il suo nome, volevano in qualche modo attirare l’attenzione. Da quello che so c’è stata gente che gli ha tirato dei salvagente affinché lui si aggrappasse. Tuttavia, quello che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere sul razzismo di cui è ormai impregnata la nostra società è il fatto che nessuno, proprio nessuno, fra il centinaio di persone che assisteva al suicidio,  si è gettato in mare per salvarlo. Credo che se ad annegare fosse stato un ragazzo bianco non si sarebbe fatto il minimo (cioè semplicemente lanciargli dei salvagente) ma qualcuno fra i presenti si sarebbe tuffato e avrebbe tentato di soccorrerlo. Penso questo anche perché ho saputo che sono state registrate frasi del tipo “se vuole morire, lascialo morire”. Ecco, questo è quello che trovo scandaloso, che nessuno, proprio nessuno si sia tuffato per salvarlo e le frasi tipo “lascialo morire” che vogliono dire “uno di meno…”.

Recentemente il sindaco di Vicenza, Achille Variati, del Pd, commentando una protesta dei rifugiati che si lamentavano per il freddo nella struttura Baronio di viale Trento a Vicenza, ha dichiarato: “I richiedenti asilo devono convincersi che questo non è il Paese dei balocchi. Le cooperative che gestiscono l’accoglienza devono dare i servizi minimi adeguati, ma queste persone non possono pensare di venire e pretendere alberghi a quattro stelle”.
“Al sindaco Variati abbiamo risposto con un comunicato. Abbiamo risposto che Variati esprime il bieco moralismo cattolico anni ’50, la stessa ipocrita carità delle Dame di S.Vincenzo. Abbiamo dichiarato che deve vergognarsi di quelle dichiarazioni. Noi sappiamo da dove vengono gli uomini e le donne di cui Variati parla e di cui Variati strumentalizza la giusta protesta, vengono da nazioni in guerra a bassa intensità, regimi corrotti spesso ‘amici’ dello Stato italiano, dove ci sono fame e povertà, da Paesi che potrebbero essere ricchissimi ma la cui ricchezza è quotidianamente rubata dall’imperialismo italiano, europeo e statunitense, dalle grandi multinazionali. Sono uomini e donne che hanno affrontato la tragedia della traversata del deserto e del mare. Noi, che ci consideriamo un Paese civile, al loro diritto alla vita, alle cure, a un’esistenza dignitosa contrapponiamo muri d’incomprensione, sdegno incivile, prigione preventiva… oppure il “devono accontentarsi”. Inoltre, poiché Variati fa la morale, la facciamo noi a lui e diciamo che pensiamo sia moralmente indegno chiedere i contributi dell’Unione europea per i richiedenti asilo se poi non si garantiscono ai migranti condizioni decenti di accoglienza. Il sindaco di Vicenza, nonché Presidente della Provincia Achille Variati, credo non tenga minimamente in considerazione l’angoscia di queste persone, dei mesi e mesi in cui sono parcheggiati in alcune stanze di qualche albergo (non certo di lusso!) isolato in montagna, dove nessuno insegna loro la lingua, dove non fanno nulla, isolati dalla comunità e lontani dal loro Paese e dalla loro famiglia. Chi si occupa della loro sofferenza? Della loro angoscia?”

La nostra intervista si conclude proprio nel momento in cui arriva Jibri, un giovane senegalese di ventun anni. Jibri è triste e mi racconta che qualche ora prima il suo smartphone è squillato e sua madre, dal Senegal, gli ha comunicato che suo fratello di sedici anni è morto. Era malato ma la medicina per guarirlo non c’era, o non era stato possibile averla perché troppo costosa. Non piange, Jibri, ma i suoi occhi sono un deserto di tristezza. Mi racconta di avere due diplomi al suo Paese, uno di sarto e uno di meccanico d’auto. Mi dice che è partito dal Senegal perché a casa non c’è futuro e si muore per banali malattie, perché le multinazionali che hanno depredato il loro Paese non assumono i nativi. Mi dice che è passato in autobus in Mali, in Burkina, in Niger, che è arrivato in Libia vicino al confine con la Tunisia. Che in Libia ha lavorato ma non è stato pagato. Voleva mandare i soldi a sua madre, ha chiesto i soldi del suo lavoro al padrone ma il padrone l’ha denunciato alla polizia perché era senza documenti ed è stato messo in prigione per sette mesi. Mi dice che quando è uscito da prigione è salito su un barcone ed è arrivato in Sicilia e poi, con un autobus, è arrivato a Vicenza. E’ stato alloggiato all’Hotel Adele, mangia alla Caritas. Ha lavorato per il Comune di Vicenza gratuitamente alcuni mesi come volontario. Mi mostra quest’attestato, a firma sindaco Achille Variati. “A cosa ti servirà?”, gli chiedo, “Non lo so”, risponde, “credo a nulla”. “Vorrei lavorare, oppure tornare a casa, da mia madre, ora che è morto mio fratello. Non so come fare”.
Quella sofferenza, di cui, durante l’intervista, continuava a parlarmi Flavia, la vedo nei suoi occhi e nelle sue parole. Ma è vero. Non hanno bisogno di carità, questi giovani coraggiosi e gentili, ma il loro bisogno è lo stesso di quello dei lavoratori della logistica, degli operai licenziati nelle fabbriche, dei terremotati abbandonati alla fame e al freddo. Abbiamo bisogno di organizzarci insieme.



(03/02/2017)

* Mensile del Partito d'Alternativa Comunista

giovedì 22 dicembre 2016

Intervista a Giordano Spoltore a cura di Fabiana Stefanoni per PROGETTO COMUNISTA*

Giordano Spoltore, operaio Sevel e attivista Slai-Cobas


Giordano, prima di tutto ti chiediamo di raccontarci da cosa è nata l'idea di avviare in Sevel un lavoro di inchiesta.

L'idea dell'inchiesta è nata a seguito di un confronto tra gli iscritti dello Slai Cobas e i militanti del collettivo autonomo Zona22 sull'impossibilità di rappresentare adeguatamente gli interessi e i bisogni dei cittadini/e lavoratori/ci di una grande fabbrica e comunità quale Sevel con i suoi 6200 dipendenti, per tentare di ristabilire opportuni contatti con i colleghi di lavoro, verificarne le necessità e aspettative sociali e di lavoro in fabbrica.

La Sevel è una grande industria del settore automobilistico che impiega più di 6000 operai. Quali sono a tuo avviso i dati più significativi che si ricavano dai risultati dell'inchiesta?

I dati emersi denotano i limiti dell'agire sindacale concertativo nel contrastare i ritmi di lavoro esasperanti, la sfiducia nelle forme tradizionali della rappresentanza sindacale per i pregressi tradimenti delle aspettative salariali e delle condizioni lavorative. Altro punto da non sottovalutare l'insorgere di patologie e sintomatologie psicosomatiche, oltre a quelli fisiologici-biomeccanici per attività ripetitive ed usuranti, riconducibili ad atteggiamenti autoritari e intimidatori dei responsabili gerarchici aziendali.

Il 5 novembre avete organizzato a Lanciano (in collaborazione con il centro sociale Zona22, con lo Slai Cobas nazionale e con alcuni sociologi) un'iniziativa pubblica di presentazione dell'inchiesta. Puoi raccontarci come è andata l'iniziativa?

La presentazione ufficiale si è svolta in una libreria del centro MU gestita da giovani ragazzi disponibili ed entusiasti di ospitare l'originale iniziativa sindacale. Hanno partecipato oltre agli ospiti estensori i sociologi Roberto Latella, Franco Violante e Massimo Taddia dell'ass. Il Laboratorio, la coordinatrice nazionale Slai Cobas Mara Malavenda, colleghi di altri stabilimenti Fca quali Termoli e Pomigliano, operai/e Sevel e cittadini frentani interessati a conoscere le reali condizioni di lavoro degli operai dello stabilimento abruzzese spesso enfatizzate sui media locali.

In occasione dell'iniziativa di Lanciano, nel tuo intervento introduttivo, hai detto che questa inchiesta nasce anche dall'esigenza di superare gli ostacoli posti dall'azienda all'attività sindacale in fabbrica. In particolare hai ricordato la limitazione delle pause giornaliere. Come Slai Cobas avete organizzato numerosi scioperi, sia contro la limitazione delle pause sia contro lo straordinario comandato. Puoi parlarcene?

In Sevel i turni straordinari sono rituali mensili che contrastiamo con lo sciopero, richiedendo la prioritaria redistribuzione dei notevoli profitti prodotti attraverso nuove assunzioni, stabilizzazione dei precari presenti e riconoscimenti retributivi strutturali in paga base per gli obiettivi produttivi eguagliati. Dal dicembre 2015 ad oggi insieme agli iscritti dell'Usb abbiamo indetto scioperi con modalità diverse, dapprima 10' quotidiani per tre mesi consecutivi, proseguiti con modalità orarie diverse, sempre concordate con gli aderenti, nel corso dei mesi per riconquistare il diritto scippatoci al riposo fisiologico funzionale ad interrompere la monotona ripetizione dei numerosi quanto identici movimenti giornalieri, a seguito della riduzione della pausa quotidiana del 25%, clausola contrattuale prevista per aumentare la produttività, condivisa dai confaziendali firmatari Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Acq.

La Sevel fa parte del gruppo Fca e quindi, come in tutto il gruppo, i sindacati conflittuali sono esclusi dalla rappresentanza sindacale. Pensi che questa esclusione faccia parte di una precisa strategia padronale?

Si l'esclusione dei sindacati conflittuali è una strategia politico-sindacale purtroppo in atto da anni per evitare la partecipazione e il protagonismo rivendicativo diretto delle maestranze. L'obiettivo principale per i vertici Fca attraverso i confaziendali firmatari negli ultimi anni è di colonizzare l'immaginario e i bisogni collettivi delle maestranze, coinvolgendole nella richiesta di servizi cogestiti quali fondo sanitario integrativo (fasif) o pensionistico (cometa), attraverso la realizzazione di vacanze estive per i figli o la possibilità a partecipare gratuitamente ad eventi sportivi calcistici o motoristici (Juventus stadium-autodromo di Monza), al fine di impedire la maturazione di una coscienza di classe operaia utile a capire l'origine dei profitti e dello sfruttamento intensivo.

Come operai Sevel dello Slai Cobas avete sempre cercato di favorire un coordinamento tra gli attivisti sindacali combattivi indipendentemente dalla specifica appartenenza sindacale. Siete stati tra i promotori del Coordinamento lavoratori Fca, che ha tentato di raggruppare tutti i delegati e gli attivisti sindacali combattivi degli stabilimenti Fiat del centro-sud. Ora partecipate attivamente alla costruzione del Fronte di lotta No austerity. Pensi che l'unità di classe sia importante? A partire da quali discriminanti?

Siamo consapevoli della necessaria e fondamentale aggregazione dei militanti conflittuali nei luoghi di lavoro e nella società civile, altresì rifiutiamo diktat e accordi che privilegiano gli esclusivi interessi delle istituzioni sindacali riducendo l'esigibilità dei diritti per i lavoratori/ci quale ad esempio l'accordo interconfederale sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro del 10/1/2014. Le altre discriminanti sono l'antifascismo e antirazzismo che tornano a galla in forme diverse nella società e nei luoghi di lavoro grazie alle politiche governative, amministrative e aziendali premianti l'individualismo e la competizione tra gli appartenenti alle classi sociali deboli sempre più povere.

Siete stati in prima fila anche nella lotta contro l'accordo della vergogna sulla rappresentanza. Cosa pensi di questo accordo?

Tale accordo riflette quello contrattuale introdotto in Fca nel 2011 a Pomigliano, bocciato dal 40% delle maestranze ed esteso in tutti gli stabilimenti italiani e modello delle future relazioni sindacali nel nostro Paese.
La casta sindacale al pari di quella politica con tale accordo interconfederale si autolegittima evitando le modifiche restrittive dei privilegi paventate dall'attuale illegittimo e anticostituzionale governo.
Le clausole contenute nell'accordo impediscono ai lavoratori eletti di esercitare in pieno il mandato ricevuto dai colleghi di lavoro pena il rischio di sostituzione. Lo sciopero non è più considerato un diritto dei lavoratori da esercitare per la rivendicazione bensì uno strumento delle organizzazioni sindacali.

Infine, una domanda più generale: lo strumento dell'inchiesta operaia come credi ci possa aiutare per elaborare nuove strategie nell'interesse dei lavoratori e delle lavoratrici?

L'inchiesta è da sempre un utile dispositivo del movimento operaio per l'elaborazione di strategie adeguate ai tempi e alle necessità reali ed aspettative di vita dei lavoratori.
Da quella appena conclusa emerge la necessità di trovare soluzioni per ridurre l'intensificazione dello sfruttamento, derivante dal sistema ergo-uas, evitando l'insorgenza di patologie croniche con aumento dei costi per la sanità pubblica.

L'altro aspetto dirimente riuscire a conciliare la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario per ridurre la disoccupazione e consentire un tenore di vita dignitoso.

* Mensile del Partito d'Alternativa Comunista

lunedì 28 novembre 2016

Intervista a Ivan Maddaluni a cura di Fabiana Stefanoni per PROGETTO COMUNISTA*

Ferrovieri e lavoratori dei trasporti: scioperi in corso!
La lotta contro le privatizzazioni e contro gli attacchi al diritto di sciopero




Intervista a Ivan Maddaluni, a cura di Fabiana Stefanoni


Intervistiamo in questo numero di Progetto Comunista Ivan Maddaluni, ferroviere, attivista della Cub Trasporti e militante del Fronte di Lotta No Austerity.


Ivan, tu sei un ferroviere, per questo rappresenti una delle categorie di lavoratori più colpite dagli attacchi padronali e governativi. Come sono oggi le condizioni di vita e di lavoro dei ferrovieri in Italia e, più in generale, quelle dei lavoratori dei trasporti?

Come ferrovieri veniamo da due CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro; NdR) consecutivi fortemente al ribasso, con i quali Cgil, Cisl, Uil, Ugl e anche Orsa, nell'ultimo contratto, hanno concesso alla azienda l'aumento da 36 ore settimanali a 38, la riduzione degli intervalli tra turno e turno, l'aumento pesante del fuori residenza e dei ritmi lavorativi, lo spacchettamento dell'azienda, la privatizzazione e l'esternalizzazione di servizi e lavorazioni, l'appesantimento del clima repressivo, che ha portato anche a licenziamenti di ferrovieri impegnati in battaglie per la sicurezza. A tutto ciò si aggiunge che la categoria è stata tra le più colpite dalla legge Fornero con un aumento per alcune figure professionali di 9 anni dell'età pensionabile, oltre l'età media di vita di queste categorie.
Se estendiamo lo sguardo ad altre categorie dei trasporti la situazione è ancora più drammatica; in Alitalia la privatizzazione ha causato una mattanza di migliaia di posti di lavoro, spesso falciando sistematicamente le realtà più combattive, come successo negli Aeroporti Romani, dove i compagni della Cub Trasporti sono lasciati a casa, persino dopo aver vinto la causa per essere stati ingiustamente licenziati.
Nel TPL (Trasporto Pubblico Locale) invece la privatizzazione selvaggia degli ultimi anni ha cancellato diritti e tutele dei lavoratori, che hanno perso diverse centinaia di euro sugli stipendi, nonostante l'aumento dei ritmi lavorativi e parchi mezzi vetusti e poco sicuri.
Peggio ancora la realtà degli appalti: una giungla senza regole dove lo sfruttamento regna sovrano e dove, con il nuovo codice degli appalti, sono state anche cancellate le clausole sociali, che garantivano la riassunzione dei lavoratori in caso di cambio di appalto.
Di fronte a tutto ciò però i lavoratori non sono stati inermi e in molti settori sono iniziate lotte dure e determinate; come ferrovieri ad esempio siamo al 14° sciopero nazionale unitario di tutti i sindacati di base presenti, una mobilitazione che ha fermato, almeno per ora, ulteriori peggioramenti già prospettati da azienda e sindacati collusi.


Tra gli ostacoli che incontrate quotidianamente, quando rivendicate i vostri diritti, ci sono anche le leggi antisciopero, che sono particolarmente dure nel vostro settore (e si inaspriscono sempre più). Puoi parlarcene?

La legge 146 che regolamenta lo sciopero nei cosiddetti servizi essenziali, dicitura molto labile usata da Renzi persino per fermare le mobilitazioni dei lavoratori del Colosseo, è particolarmente restrittiva nei trasporti, dove per dichiarare sciopero sono obbligatori 20 giorni di preavviso (10 di avviso e 10 per proclamazione), non si può inoltre scioperare se vi sono altri scioperi già proclamati (spesso strumentalmente) nel settore per stesso ambito territoriale nell'arco di 10 giorni, né in corrispondenza di festività o eventi (per Expo siamo stati precettati due volte). Inoltre la legge non consente scioperi per più di 24 ore consecutive.
Il mancato rispetto delle regole comporta non solo multe micidiali per le OOSS (le organizzazioni sindacali; NdR) ma anche sanzioni pesanti per i lavoratori che possono rischiare anche il licenziamento; si tratta in effetti di una regolamentazione degli scioperi fra le più restrittive del mondo, eppure Renzi e sindacati concertativi vogliono ulteriormente appesantirla! Un attacco al diritto di dissenso che dobbiamo respingere compatti e decisi.


Il sindacato di cui fai parte, la Cub Trasporti, è tra quelli che più di tutti si è attivato nella costruzione di scioperi e iniziative unitarie del sindacalismo di base e conflittuale. Ci racconti come sono andate le ultime iniziative di sciopero e di coordinamento nel settore dei trasporti?

Gli scioperi hanno riscontrato una partecipazione maggioritaria della categoria. Va detto che sono stati scioperi costruiti dal basso nelle assemblee dei lavoratori che hanno elaborato una piattaforma di rivendicazioni contrattuali alternativa a quella concordata da azienda e sigle complici respingendo, ad oggi, il percorso verso il baratro che si prospettava. Una mobilitazione unitaria di tutto il sindacalismo di base in FS (l'azienda delle Ferrovie dello Stato, in via di totale privatizzazione; NdR), che i lavoratori hanno dettato e imposto dalla base.


Come ferrovieri della Cub Trasporti avete sempre prestato la massima attenzione alle lotte dei ferrovieri di altri Paesi (come la Francia e il Belgio, ad esempio). A ottobre a Firenze avete organizzato, insieme con altre realtà della Cub, un convegno internazionale di due giorni sul sindacalismo di base. Quali pensi siano i principali pregi e i principali limiti del sindacalismo conflittuale in Italia? Pensi sia importante la solidarietà internazionale?

La speculazione capitalista è organizzata a livello internazionale e globale, per questo dobbiamo lavorare in rete per fronteggiarla, del resto le dinamiche di privatizzazione che colpiscono il settore trasporti, i servizi essenziali, i beni comuni, sono le stesse in tutto il mondo. Inoltre, anche nei trasporti sono ormai attive multinazionali che speculano sul costo del lavoro e che è possibile fronteggiare solo organizzandoci a livello internazionale; si tratta però al momento soprattutto di una rete informativa e solidale, che deve lavorare ancora molto per costituire lotte internazionali unitarie.
Del resto, e qui vengo ai limiti del sindacalismo di base italiano, oggi l'unità dei lavoratori langue anche da noi ed è osteggiata non solo dalle manovre gattopardesche e interessate dei sindacati confederali maggioritari ma anche dalla tendenza egemonica e autoreferenziale che attraversa, seppur con accenti diversi, tutto il sindacalismo di base.
La due giorni di Firenze servirà per ribadire il nostro percorso di lotta e questi concetti, anche dentro la Cub.


Tu e altri ferrovieri della Cub siete in prima linea nella costruzione del Fronte di Lotta No Austerity, che in queste settimane ha promosso una campagna per uno sciopero generale unitario. Quali pensi dovranno essere le priorità del Fronte di Lotta nella prossima fase?

Il Fronte di Lotta No Austerity ha dimostrato efficacia nella ricerca dell'unità delle lotte e dei lavoratori a prescindere dalla appartenenza di sigla, uno strumento prezioso che a nostro avviso ha ancora molto da dare alle lotte di questo Paese.
Penso che una battaglia urgente e unificante sia proprio quella per la difesa del diritto di sciopero, su questa sicuramente ci concentreremo nei prossimi mesi.


Infine, una domanda più personale. Cosa significa per te l'attività sindacale? Pensi sia uno strumento per costruire un mondo migliore?

L'attività sindacale è in verità uno strumento di difesa contro lo sfruttamento dei padroni, se la intendiamo in senso più politico certamente l'obiettivo deve essere quello di un mondo giusto, estraneo allo sfruttamento capitalista; un riscatto delle masse popolari che può avvenire solo riconquistando la coscienza di lotta di chi è sfruttato ed emarginato, lottando contro razzismo, maschilismo ed egoismo individualista, riscoprendo la volontà e il coraggio della mobilitazione, come esigenza di classe.
Una lotta che per essere vittoriosa deve trovare unità e solidarietà sia sindacale che politica, delle forze antisistemiche e marxiste di questo Paese; per questo continueremo a lavorare.


*Mensile del Partito d'Alternativa Comunista



(13/10/2016)

domenica 11 settembre 2016

Intervista a Diego Bossi a cura di Fabiana Stefanoni per PROGETTO COMUNISTA*

Quali prospettive per il sindacato di classe e di lotta?
La crisi del sindacalismo di base in Italia e lo sviluppo del Fronte di lotta No Austerity


Intervista a cura di Fabiana Stefanoni


Intervistiamo Diego Bossi, operaio Pirelli, membro del coordinamento nazionale del Fronte di Lotta No Austerity.



1) Diego, tu da anni sei un attivista del sindacalismo di base in Pirelli, precisamente della Cub. Sei anche ideatore e redattore di CUBlog http://cub-log.blogspot.it/, che ha sempre dato voce a tutte le lotte,  privilegiando l'unità di classe alla specifica collocazione sindacale. Quali credi siano i principali limiti del sindacalismo di base in Italia?

Prima di tutto vorrei ringraziarvi per questa intervista, il vostro è tra i partiti più vicini ai lavoratori nelle fabbriche e più attento alle questioni sindacali che mi sia capitato di incontrare nei miei vent’anni da operaio e attivista, con le compagne e i compagni del Pdac vanto una preziosa e proficua collaborazione che ha dato e sicuramente continuerà a dare ottimi risultati.
Veniamo ora, ahimè, ai limiti del sindacalismo di base in Italia. Sulla base della mia esperienza personale, in prima battuta il sindacalismo di base dà una connotazione conflittuale che si differenzia nettamente dalla concertazione a perdere tipica dei confederali.  Quello che manca è una visione di classe che realmente si traduca dai proclami alle azioni. L’immagine che ci si presenta davanti oggi è pietosa: un insieme di compartimenti stagni e non comunicanti tra loro, governati da anziani che non lasciano il trono, dove conduzioni familiari e clientelari basate su introiti economici  ed espansione di fette di mercato (lavoratori!) hanno bloccato qualsiasi tentativo di ricambio generazionale e di genuina democrazia della base. Una galassia di piccoli centri di potere concorrenti fra loro: dividono i lavoratori, anziché unirli. La moltitudine di sigle può essere un valore aggiunto solo nell’ambito di una comune prospettiva di classe. Oggi, in Italia, il sindacalismo di base è ancora molto distante da questa prospettiva.


2) Recentemente su CUBlog sono apparsi molti articoli critici di attivisti della Cub che non condividono alcune scelte degli attuali dirigenti sindacali. Tu cosa pensi di queste vicende interne al sindacato?

Per CUBlog, dare voce al dissenso verso settarismi e burocrazie antidemocratiche è una missione naturale, e naturale è la sua adesione al Fronte di Lotta No Austerity.
Le ultime vicende che hanno riguardato la Cub negli ultimi mesi segnano uno dei punti più bassi che abbia mai toccato il sindacalismo di base in Italia. Passiamo dall’imposizione di delegati estranei alla categoria al congresso della Cub Trasporti, all’esclusione, nella fase preparatoria dell’assemblea nazionale, dell’Unione inquilini, organizzazione tra le fondatrici della Cub, che in polemica non ha inviato delegati all’assemblea stessa. Per un resoconto impeccabile vi rimando a questo bellissimo articolo di Pippo Gurrieri pubblicato su Sicilia Libertaria che potrete trovare a questo link: http://cub-log.blogspot.it/2016/07/dove-sta-andando-la-cub-postiamo-e.html. Su tutto, basti pensare che quello che si vanta di essere il più grande sindacato di base italiano ha cambiato il proprio statuto nello stesso modo in cui io ho cambiato maglietta questa mattina: all’improvviso e senza dire un cazzo a nessuno. Di più: ha soffocato ogni possibile discussione mettendo ai voti le modifiche statutarie al primo giorno dell’assemblea nazionale. Non è solo una questione democratica. Dovremo fare i conti con un impatto psicologico devastante che ha gettato nel baratro la già esigua fiducia nei sindacati. Tutto il percorso congressuale è culminato ai primi di luglio nell’assemblea nazionale, dove è scoppiata una pentola a pressione che rimaneva chiusa da anni, così sono saltati fuori allo scoperto tutti: i burocrati, gli autoritari, i maiali orwelliani, i ricattati, i sudditi, senza farci mancare liste di proscrizione enunciate dal pulpito nel silenzio complice della presidenza. Ma è saltata fuori anche tanta indignazione, mettendo in risalto un’ampia parte sana del nostro sindacato. CUBlog sarà il megafono di chiunque abbia a cuore la democrazia partecipativa della base e l’autonomia dalle ingerenze del potere centrale.

3) Al di là della Cub, l'accordo della vergogna ha segnato uno spartiacque importante. Come hai vissuto la capitolazione all'accordo da parte di numerosi settori del sindacalismo conflittuale? Pensi sia servita la campagna di No Austerity?

Con il testo unico sulla rappresentanza siglato da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria, i padroni hanno ottenuto il risultato di cacciare fuori dalle rsu i sindacati conflittuali. Dobbiamo spiegare ai lavoratori cos’è in realtà l’accordo della vergogna: un patto di non belligeranza coi padroni e di fedeltà assoluta dei delegati alle proprie segreterie, in cambio della concessione padronale di agibilità sindacali e dei fiumi di soldi provenienti dagli enti bilaterali. I padroni hanno capito che l’investimento più proficuo sarebbe stato comprarsi i sindacati. E l’hanno fatto.
Francamente mi sarei aspettato che la cortina di ferro dividesse i firmatari da tutti gli altri; purtroppo così non è stato. La mia personale opinione è che quel testo sia irricevibile per chiunque voglia realmente rappresentare i lavoratori; firmarlo, significa cessare di essere un sindacato, anteponendo interessi di bottega alla lotta di classe, unica via possibile per contrastare l’avanzata dispotica del capitale.
In quel periodo buio che è succeduto alla firma dell’accordo, si respirava un’aria di smarrimento e una propensione – diciamolo! – alla capitolazione. Credo che non solo la campagna di No Austerity sia servita, ma sia stata determinante, dando forza e voce a quanti si stavano opponendo a quello scempio.

4) Tu sei tra i principali volti noti del Fronte di Lotta No Austerity, che ha recentemente svolto la sua prima conferenza nazionale per delegati. Fai parte del coordinamento nazionale e, soprattutto, ne rappresenti l'anima operaia. Credi che il Fronte di Lotta No Austerity abbia la possibilità di diventare un punto di riferimento importante per la costruzione di un ampio e radicato fronte unitario di lotta?

Il Fronte di Lotta No Austerity è frutto di un lavoro straordinario di sinergie tra le migliori anime del sindacalismo italiano. Abbiamo fatto tanta strada e il nostro percorso è ancora lungo e non privo di ostacoli. Nella conferenza nazionale di Firenze ci siamo dati regole e princìpi; a settembre, a Modena, si riunirà il coordinamento nazionale col compito di dare attuazione al regolamento approvato.
Ci sono due immagini del Fronte di Lotta No Austerity, entrambe legittime ma diametralmente opposte. La prima raffigura No Austerity come somma aritmetica di una moltitudine di addendi  rappresentati dalle varie sigle del sindacalismo conflittuale, un grande padiglione, per intenderci; dove chi vuole entrare si porta con sé il proprio bagaglio sindacale, fatto di esperienze, tradizioni, conoscenze e lotte, aspettandosi di contribuire a dare forma e volto al nostro Fronte di Lotta.
La seconda – quella che preferisco – le persone le raffigura in uscita dal padiglione e il loro bagaglio è quel modo di essere e di concepire la politica e il sindacato così ben definito dalla nostra Carta dei princìpi. Persone che escono dal Padiglione No Austerity, entrano nei loro sindacati e si annidano in essi come un cancro positivo, un embrione di democrazia operaia e di unità di classe che cresce e si espande fungendo da anticorpo per burocrazie, settarismi, autoritarismi e discriminazioni.
Se questa seconda immagine prevarrà, se il Fronte di Lotta No Austerity saprà considerarsi come elemento indipendente e se saprà concentrarsi sui suoi obiettivi e sulla genetica che lo costituisce, anziché sulle tante provenienze che lo compongono, credo fermamente che diventerà un riferimento imprescindibile su cui convergeranno le lotte in Italia.

5) Quali secondo te dovranno essere le priorità del Fronte di Lotta No Austerity in questo autunno?

Due Priorità: prodigarsi per la costruzione di uno sciopero generale nazionale unitario di tutto il sindacalismo conflittuale e riportare in auge, rinnovandola, la campagna contro l’accordo di rappresentanza, che rischia di diventare legge per mano di un decreto governativo.

6) Per concludere, una domanda più generale. Come operaio che conosce direttamente la condizione di vita e di lavoro della sua classe, pensi ci sia una via d'uscita nel capitalismo?

Ho passato una lunga fase della mia vita in cui avrei risposto di sì, per molti anni ho creduto che lottare all’interno di questo sistema per migliorarlo fosse l’unica strada percorribile. Non ho mai chinato la testa sui libri sacri del comunismo, né ho avuto mai dimestichezza e familiarità con gli ambienti accademici e dottrinali. Sono un operaio e un semplice militante attivista, lo dico dando tutta la solennità possibile a questa espressione, perché credo non esista posizione e condizione più alta e importante della semplice passione di migliorare il mondo e la società. Oggi, quello che so e che sono lo devo ad anni di lotta ed esperienza e a compagni eccezionali che con pazienza hanno colmato molte mie lacune, formando in me consapevolezza e coscienza di classe. Rispondo quindi alla vostra domanda: no. Non esiste giustizia in un sistema ingiusto. Il capitalismo si sorregge sullo sfruttamento dei popoli per arricchire i padroni.
Se potessi fare un appello a tutti lavoratori, sarebbe questo: attenti che il capitalismo è più pericoloso proprio nei momenti in cui vi sembra più docile e attraente, non saranno i proclami leghisti che vi scaglieranno contro altri lavoratori e sfruttati migranti distogliendo la vostra attenzione dal vostro nemico di classe, non saranno le crociate grilline contro il sistema a cui sono funzionali tenendovi all’interno dello stesso, non sarà niente e nessuno a liberarvi dalla vostra condizione di sfruttati. L’unica possibilità che avete è scriverla voi, la vostra storia. E non leggerla scritta da altri.
Ora che mi ci fate pensare qualcosa sul comunismo l’ho letta. Fa più o meno così: Proletari di tutto il mondo, unitevi!


*Mensile del Partito d'Alternativa Comunista


(17/08/2016)

mercoledì 1 giugno 2016

Intervista a Luis Seclen, coordinatore del Si. Cobas Monza

A Luis, nostro compagno di lotta e di militanza politica, va tutta la solidarietà di CUBlog e nostra personale. Gli attacchi da lui subiti sono l'espressione della viltà padronale, buona solo a manifestarsi in atti di violenza commissionati a terzi e nascosti dall'anonimato.
Luis Seclen è per tutti noi una guida, un amico e un uomo di cuore e di passione, non ha mai ha abbandonato la sua lotta al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.
Il nostro percorso comune di costruzione e sviluppo del Fronte di lotta No Austerity ci ha visti fianco a fianco nel fronteggiare i padroni e in difesa dei lavoratori. Le nostre lotte si espanderanno sempre e le nostre strade non si separeranno mai!


La redazione di CUBlog