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giovedì 22 dicembre 2016

Intervista a Giordano Spoltore a cura di Fabiana Stefanoni per PROGETTO COMUNISTA*

Giordano Spoltore, operaio Sevel e attivista Slai-Cobas


Giordano, prima di tutto ti chiediamo di raccontarci da cosa è nata l'idea di avviare in Sevel un lavoro di inchiesta.

L'idea dell'inchiesta è nata a seguito di un confronto tra gli iscritti dello Slai Cobas e i militanti del collettivo autonomo Zona22 sull'impossibilità di rappresentare adeguatamente gli interessi e i bisogni dei cittadini/e lavoratori/ci di una grande fabbrica e comunità quale Sevel con i suoi 6200 dipendenti, per tentare di ristabilire opportuni contatti con i colleghi di lavoro, verificarne le necessità e aspettative sociali e di lavoro in fabbrica.

La Sevel è una grande industria del settore automobilistico che impiega più di 6000 operai. Quali sono a tuo avviso i dati più significativi che si ricavano dai risultati dell'inchiesta?

I dati emersi denotano i limiti dell'agire sindacale concertativo nel contrastare i ritmi di lavoro esasperanti, la sfiducia nelle forme tradizionali della rappresentanza sindacale per i pregressi tradimenti delle aspettative salariali e delle condizioni lavorative. Altro punto da non sottovalutare l'insorgere di patologie e sintomatologie psicosomatiche, oltre a quelli fisiologici-biomeccanici per attività ripetitive ed usuranti, riconducibili ad atteggiamenti autoritari e intimidatori dei responsabili gerarchici aziendali.

Il 5 novembre avete organizzato a Lanciano (in collaborazione con il centro sociale Zona22, con lo Slai Cobas nazionale e con alcuni sociologi) un'iniziativa pubblica di presentazione dell'inchiesta. Puoi raccontarci come è andata l'iniziativa?

La presentazione ufficiale si è svolta in una libreria del centro MU gestita da giovani ragazzi disponibili ed entusiasti di ospitare l'originale iniziativa sindacale. Hanno partecipato oltre agli ospiti estensori i sociologi Roberto Latella, Franco Violante e Massimo Taddia dell'ass. Il Laboratorio, la coordinatrice nazionale Slai Cobas Mara Malavenda, colleghi di altri stabilimenti Fca quali Termoli e Pomigliano, operai/e Sevel e cittadini frentani interessati a conoscere le reali condizioni di lavoro degli operai dello stabilimento abruzzese spesso enfatizzate sui media locali.

In occasione dell'iniziativa di Lanciano, nel tuo intervento introduttivo, hai detto che questa inchiesta nasce anche dall'esigenza di superare gli ostacoli posti dall'azienda all'attività sindacale in fabbrica. In particolare hai ricordato la limitazione delle pause giornaliere. Come Slai Cobas avete organizzato numerosi scioperi, sia contro la limitazione delle pause sia contro lo straordinario comandato. Puoi parlarcene?

In Sevel i turni straordinari sono rituali mensili che contrastiamo con lo sciopero, richiedendo la prioritaria redistribuzione dei notevoli profitti prodotti attraverso nuove assunzioni, stabilizzazione dei precari presenti e riconoscimenti retributivi strutturali in paga base per gli obiettivi produttivi eguagliati. Dal dicembre 2015 ad oggi insieme agli iscritti dell'Usb abbiamo indetto scioperi con modalità diverse, dapprima 10' quotidiani per tre mesi consecutivi, proseguiti con modalità orarie diverse, sempre concordate con gli aderenti, nel corso dei mesi per riconquistare il diritto scippatoci al riposo fisiologico funzionale ad interrompere la monotona ripetizione dei numerosi quanto identici movimenti giornalieri, a seguito della riduzione della pausa quotidiana del 25%, clausola contrattuale prevista per aumentare la produttività, condivisa dai confaziendali firmatari Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Acq.

La Sevel fa parte del gruppo Fca e quindi, come in tutto il gruppo, i sindacati conflittuali sono esclusi dalla rappresentanza sindacale. Pensi che questa esclusione faccia parte di una precisa strategia padronale?

Si l'esclusione dei sindacati conflittuali è una strategia politico-sindacale purtroppo in atto da anni per evitare la partecipazione e il protagonismo rivendicativo diretto delle maestranze. L'obiettivo principale per i vertici Fca attraverso i confaziendali firmatari negli ultimi anni è di colonizzare l'immaginario e i bisogni collettivi delle maestranze, coinvolgendole nella richiesta di servizi cogestiti quali fondo sanitario integrativo (fasif) o pensionistico (cometa), attraverso la realizzazione di vacanze estive per i figli o la possibilità a partecipare gratuitamente ad eventi sportivi calcistici o motoristici (Juventus stadium-autodromo di Monza), al fine di impedire la maturazione di una coscienza di classe operaia utile a capire l'origine dei profitti e dello sfruttamento intensivo.

Come operai Sevel dello Slai Cobas avete sempre cercato di favorire un coordinamento tra gli attivisti sindacali combattivi indipendentemente dalla specifica appartenenza sindacale. Siete stati tra i promotori del Coordinamento lavoratori Fca, che ha tentato di raggruppare tutti i delegati e gli attivisti sindacali combattivi degli stabilimenti Fiat del centro-sud. Ora partecipate attivamente alla costruzione del Fronte di lotta No austerity. Pensi che l'unità di classe sia importante? A partire da quali discriminanti?

Siamo consapevoli della necessaria e fondamentale aggregazione dei militanti conflittuali nei luoghi di lavoro e nella società civile, altresì rifiutiamo diktat e accordi che privilegiano gli esclusivi interessi delle istituzioni sindacali riducendo l'esigibilità dei diritti per i lavoratori/ci quale ad esempio l'accordo interconfederale sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro del 10/1/2014. Le altre discriminanti sono l'antifascismo e antirazzismo che tornano a galla in forme diverse nella società e nei luoghi di lavoro grazie alle politiche governative, amministrative e aziendali premianti l'individualismo e la competizione tra gli appartenenti alle classi sociali deboli sempre più povere.

Siete stati in prima fila anche nella lotta contro l'accordo della vergogna sulla rappresentanza. Cosa pensi di questo accordo?

Tale accordo riflette quello contrattuale introdotto in Fca nel 2011 a Pomigliano, bocciato dal 40% delle maestranze ed esteso in tutti gli stabilimenti italiani e modello delle future relazioni sindacali nel nostro Paese.
La casta sindacale al pari di quella politica con tale accordo interconfederale si autolegittima evitando le modifiche restrittive dei privilegi paventate dall'attuale illegittimo e anticostituzionale governo.
Le clausole contenute nell'accordo impediscono ai lavoratori eletti di esercitare in pieno il mandato ricevuto dai colleghi di lavoro pena il rischio di sostituzione. Lo sciopero non è più considerato un diritto dei lavoratori da esercitare per la rivendicazione bensì uno strumento delle organizzazioni sindacali.

Infine, una domanda più generale: lo strumento dell'inchiesta operaia come credi ci possa aiutare per elaborare nuove strategie nell'interesse dei lavoratori e delle lavoratrici?

L'inchiesta è da sempre un utile dispositivo del movimento operaio per l'elaborazione di strategie adeguate ai tempi e alle necessità reali ed aspettative di vita dei lavoratori.
Da quella appena conclusa emerge la necessità di trovare soluzioni per ridurre l'intensificazione dello sfruttamento, derivante dal sistema ergo-uas, evitando l'insorgenza di patologie croniche con aumento dei costi per la sanità pubblica.

L'altro aspetto dirimente riuscire a conciliare la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario per ridurre la disoccupazione e consentire un tenore di vita dignitoso.

* Mensile del Partito d'Alternativa Comunista

lunedì 28 novembre 2016

Intervista a Ivan Maddaluni a cura di Fabiana Stefanoni per PROGETTO COMUNISTA*

Ferrovieri e lavoratori dei trasporti: scioperi in corso!
La lotta contro le privatizzazioni e contro gli attacchi al diritto di sciopero




Intervista a Ivan Maddaluni, a cura di Fabiana Stefanoni


Intervistiamo in questo numero di Progetto Comunista Ivan Maddaluni, ferroviere, attivista della Cub Trasporti e militante del Fronte di Lotta No Austerity.


Ivan, tu sei un ferroviere, per questo rappresenti una delle categorie di lavoratori più colpite dagli attacchi padronali e governativi. Come sono oggi le condizioni di vita e di lavoro dei ferrovieri in Italia e, più in generale, quelle dei lavoratori dei trasporti?

Come ferrovieri veniamo da due CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro; NdR) consecutivi fortemente al ribasso, con i quali Cgil, Cisl, Uil, Ugl e anche Orsa, nell'ultimo contratto, hanno concesso alla azienda l'aumento da 36 ore settimanali a 38, la riduzione degli intervalli tra turno e turno, l'aumento pesante del fuori residenza e dei ritmi lavorativi, lo spacchettamento dell'azienda, la privatizzazione e l'esternalizzazione di servizi e lavorazioni, l'appesantimento del clima repressivo, che ha portato anche a licenziamenti di ferrovieri impegnati in battaglie per la sicurezza. A tutto ciò si aggiunge che la categoria è stata tra le più colpite dalla legge Fornero con un aumento per alcune figure professionali di 9 anni dell'età pensionabile, oltre l'età media di vita di queste categorie.
Se estendiamo lo sguardo ad altre categorie dei trasporti la situazione è ancora più drammatica; in Alitalia la privatizzazione ha causato una mattanza di migliaia di posti di lavoro, spesso falciando sistematicamente le realtà più combattive, come successo negli Aeroporti Romani, dove i compagni della Cub Trasporti sono lasciati a casa, persino dopo aver vinto la causa per essere stati ingiustamente licenziati.
Nel TPL (Trasporto Pubblico Locale) invece la privatizzazione selvaggia degli ultimi anni ha cancellato diritti e tutele dei lavoratori, che hanno perso diverse centinaia di euro sugli stipendi, nonostante l'aumento dei ritmi lavorativi e parchi mezzi vetusti e poco sicuri.
Peggio ancora la realtà degli appalti: una giungla senza regole dove lo sfruttamento regna sovrano e dove, con il nuovo codice degli appalti, sono state anche cancellate le clausole sociali, che garantivano la riassunzione dei lavoratori in caso di cambio di appalto.
Di fronte a tutto ciò però i lavoratori non sono stati inermi e in molti settori sono iniziate lotte dure e determinate; come ferrovieri ad esempio siamo al 14° sciopero nazionale unitario di tutti i sindacati di base presenti, una mobilitazione che ha fermato, almeno per ora, ulteriori peggioramenti già prospettati da azienda e sindacati collusi.


Tra gli ostacoli che incontrate quotidianamente, quando rivendicate i vostri diritti, ci sono anche le leggi antisciopero, che sono particolarmente dure nel vostro settore (e si inaspriscono sempre più). Puoi parlarcene?

La legge 146 che regolamenta lo sciopero nei cosiddetti servizi essenziali, dicitura molto labile usata da Renzi persino per fermare le mobilitazioni dei lavoratori del Colosseo, è particolarmente restrittiva nei trasporti, dove per dichiarare sciopero sono obbligatori 20 giorni di preavviso (10 di avviso e 10 per proclamazione), non si può inoltre scioperare se vi sono altri scioperi già proclamati (spesso strumentalmente) nel settore per stesso ambito territoriale nell'arco di 10 giorni, né in corrispondenza di festività o eventi (per Expo siamo stati precettati due volte). Inoltre la legge non consente scioperi per più di 24 ore consecutive.
Il mancato rispetto delle regole comporta non solo multe micidiali per le OOSS (le organizzazioni sindacali; NdR) ma anche sanzioni pesanti per i lavoratori che possono rischiare anche il licenziamento; si tratta in effetti di una regolamentazione degli scioperi fra le più restrittive del mondo, eppure Renzi e sindacati concertativi vogliono ulteriormente appesantirla! Un attacco al diritto di dissenso che dobbiamo respingere compatti e decisi.


Il sindacato di cui fai parte, la Cub Trasporti, è tra quelli che più di tutti si è attivato nella costruzione di scioperi e iniziative unitarie del sindacalismo di base e conflittuale. Ci racconti come sono andate le ultime iniziative di sciopero e di coordinamento nel settore dei trasporti?

Gli scioperi hanno riscontrato una partecipazione maggioritaria della categoria. Va detto che sono stati scioperi costruiti dal basso nelle assemblee dei lavoratori che hanno elaborato una piattaforma di rivendicazioni contrattuali alternativa a quella concordata da azienda e sigle complici respingendo, ad oggi, il percorso verso il baratro che si prospettava. Una mobilitazione unitaria di tutto il sindacalismo di base in FS (l'azienda delle Ferrovie dello Stato, in via di totale privatizzazione; NdR), che i lavoratori hanno dettato e imposto dalla base.


Come ferrovieri della Cub Trasporti avete sempre prestato la massima attenzione alle lotte dei ferrovieri di altri Paesi (come la Francia e il Belgio, ad esempio). A ottobre a Firenze avete organizzato, insieme con altre realtà della Cub, un convegno internazionale di due giorni sul sindacalismo di base. Quali pensi siano i principali pregi e i principali limiti del sindacalismo conflittuale in Italia? Pensi sia importante la solidarietà internazionale?

La speculazione capitalista è organizzata a livello internazionale e globale, per questo dobbiamo lavorare in rete per fronteggiarla, del resto le dinamiche di privatizzazione che colpiscono il settore trasporti, i servizi essenziali, i beni comuni, sono le stesse in tutto il mondo. Inoltre, anche nei trasporti sono ormai attive multinazionali che speculano sul costo del lavoro e che è possibile fronteggiare solo organizzandoci a livello internazionale; si tratta però al momento soprattutto di una rete informativa e solidale, che deve lavorare ancora molto per costituire lotte internazionali unitarie.
Del resto, e qui vengo ai limiti del sindacalismo di base italiano, oggi l'unità dei lavoratori langue anche da noi ed è osteggiata non solo dalle manovre gattopardesche e interessate dei sindacati confederali maggioritari ma anche dalla tendenza egemonica e autoreferenziale che attraversa, seppur con accenti diversi, tutto il sindacalismo di base.
La due giorni di Firenze servirà per ribadire il nostro percorso di lotta e questi concetti, anche dentro la Cub.


Tu e altri ferrovieri della Cub siete in prima linea nella costruzione del Fronte di Lotta No Austerity, che in queste settimane ha promosso una campagna per uno sciopero generale unitario. Quali pensi dovranno essere le priorità del Fronte di Lotta nella prossima fase?

Il Fronte di Lotta No Austerity ha dimostrato efficacia nella ricerca dell'unità delle lotte e dei lavoratori a prescindere dalla appartenenza di sigla, uno strumento prezioso che a nostro avviso ha ancora molto da dare alle lotte di questo Paese.
Penso che una battaglia urgente e unificante sia proprio quella per la difesa del diritto di sciopero, su questa sicuramente ci concentreremo nei prossimi mesi.


Infine, una domanda più personale. Cosa significa per te l'attività sindacale? Pensi sia uno strumento per costruire un mondo migliore?

L'attività sindacale è in verità uno strumento di difesa contro lo sfruttamento dei padroni, se la intendiamo in senso più politico certamente l'obiettivo deve essere quello di un mondo giusto, estraneo allo sfruttamento capitalista; un riscatto delle masse popolari che può avvenire solo riconquistando la coscienza di lotta di chi è sfruttato ed emarginato, lottando contro razzismo, maschilismo ed egoismo individualista, riscoprendo la volontà e il coraggio della mobilitazione, come esigenza di classe.
Una lotta che per essere vittoriosa deve trovare unità e solidarietà sia sindacale che politica, delle forze antisistemiche e marxiste di questo Paese; per questo continueremo a lavorare.


*Mensile del Partito d'Alternativa Comunista



(13/10/2016)

domenica 11 settembre 2016

Intervista a Diego Bossi a cura di Fabiana Stefanoni per PROGETTO COMUNISTA*

Quali prospettive per il sindacato di classe e di lotta?
La crisi del sindacalismo di base in Italia e lo sviluppo del Fronte di lotta No Austerity


Intervista a cura di Fabiana Stefanoni


Intervistiamo Diego Bossi, operaio Pirelli, membro del coordinamento nazionale del Fronte di Lotta No Austerity.



1) Diego, tu da anni sei un attivista del sindacalismo di base in Pirelli, precisamente della Cub. Sei anche ideatore e redattore di CUBlog http://cub-log.blogspot.it/, che ha sempre dato voce a tutte le lotte,  privilegiando l'unità di classe alla specifica collocazione sindacale. Quali credi siano i principali limiti del sindacalismo di base in Italia?

Prima di tutto vorrei ringraziarvi per questa intervista, il vostro è tra i partiti più vicini ai lavoratori nelle fabbriche e più attento alle questioni sindacali che mi sia capitato di incontrare nei miei vent’anni da operaio e attivista, con le compagne e i compagni del Pdac vanto una preziosa e proficua collaborazione che ha dato e sicuramente continuerà a dare ottimi risultati.
Veniamo ora, ahimè, ai limiti del sindacalismo di base in Italia. Sulla base della mia esperienza personale, in prima battuta il sindacalismo di base dà una connotazione conflittuale che si differenzia nettamente dalla concertazione a perdere tipica dei confederali.  Quello che manca è una visione di classe che realmente si traduca dai proclami alle azioni. L’immagine che ci si presenta davanti oggi è pietosa: un insieme di compartimenti stagni e non comunicanti tra loro, governati da anziani che non lasciano il trono, dove conduzioni familiari e clientelari basate su introiti economici  ed espansione di fette di mercato (lavoratori!) hanno bloccato qualsiasi tentativo di ricambio generazionale e di genuina democrazia della base. Una galassia di piccoli centri di potere concorrenti fra loro: dividono i lavoratori, anziché unirli. La moltitudine di sigle può essere un valore aggiunto solo nell’ambito di una comune prospettiva di classe. Oggi, in Italia, il sindacalismo di base è ancora molto distante da questa prospettiva.


2) Recentemente su CUBlog sono apparsi molti articoli critici di attivisti della Cub che non condividono alcune scelte degli attuali dirigenti sindacali. Tu cosa pensi di queste vicende interne al sindacato?

Per CUBlog, dare voce al dissenso verso settarismi e burocrazie antidemocratiche è una missione naturale, e naturale è la sua adesione al Fronte di Lotta No Austerity.
Le ultime vicende che hanno riguardato la Cub negli ultimi mesi segnano uno dei punti più bassi che abbia mai toccato il sindacalismo di base in Italia. Passiamo dall’imposizione di delegati estranei alla categoria al congresso della Cub Trasporti, all’esclusione, nella fase preparatoria dell’assemblea nazionale, dell’Unione inquilini, organizzazione tra le fondatrici della Cub, che in polemica non ha inviato delegati all’assemblea stessa. Per un resoconto impeccabile vi rimando a questo bellissimo articolo di Pippo Gurrieri pubblicato su Sicilia Libertaria che potrete trovare a questo link: http://cub-log.blogspot.it/2016/07/dove-sta-andando-la-cub-postiamo-e.html. Su tutto, basti pensare che quello che si vanta di essere il più grande sindacato di base italiano ha cambiato il proprio statuto nello stesso modo in cui io ho cambiato maglietta questa mattina: all’improvviso e senza dire un cazzo a nessuno. Di più: ha soffocato ogni possibile discussione mettendo ai voti le modifiche statutarie al primo giorno dell’assemblea nazionale. Non è solo una questione democratica. Dovremo fare i conti con un impatto psicologico devastante che ha gettato nel baratro la già esigua fiducia nei sindacati. Tutto il percorso congressuale è culminato ai primi di luglio nell’assemblea nazionale, dove è scoppiata una pentola a pressione che rimaneva chiusa da anni, così sono saltati fuori allo scoperto tutti: i burocrati, gli autoritari, i maiali orwelliani, i ricattati, i sudditi, senza farci mancare liste di proscrizione enunciate dal pulpito nel silenzio complice della presidenza. Ma è saltata fuori anche tanta indignazione, mettendo in risalto un’ampia parte sana del nostro sindacato. CUBlog sarà il megafono di chiunque abbia a cuore la democrazia partecipativa della base e l’autonomia dalle ingerenze del potere centrale.

3) Al di là della Cub, l'accordo della vergogna ha segnato uno spartiacque importante. Come hai vissuto la capitolazione all'accordo da parte di numerosi settori del sindacalismo conflittuale? Pensi sia servita la campagna di No Austerity?

Con il testo unico sulla rappresentanza siglato da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria, i padroni hanno ottenuto il risultato di cacciare fuori dalle rsu i sindacati conflittuali. Dobbiamo spiegare ai lavoratori cos’è in realtà l’accordo della vergogna: un patto di non belligeranza coi padroni e di fedeltà assoluta dei delegati alle proprie segreterie, in cambio della concessione padronale di agibilità sindacali e dei fiumi di soldi provenienti dagli enti bilaterali. I padroni hanno capito che l’investimento più proficuo sarebbe stato comprarsi i sindacati. E l’hanno fatto.
Francamente mi sarei aspettato che la cortina di ferro dividesse i firmatari da tutti gli altri; purtroppo così non è stato. La mia personale opinione è che quel testo sia irricevibile per chiunque voglia realmente rappresentare i lavoratori; firmarlo, significa cessare di essere un sindacato, anteponendo interessi di bottega alla lotta di classe, unica via possibile per contrastare l’avanzata dispotica del capitale.
In quel periodo buio che è succeduto alla firma dell’accordo, si respirava un’aria di smarrimento e una propensione – diciamolo! – alla capitolazione. Credo che non solo la campagna di No Austerity sia servita, ma sia stata determinante, dando forza e voce a quanti si stavano opponendo a quello scempio.

4) Tu sei tra i principali volti noti del Fronte di Lotta No Austerity, che ha recentemente svolto la sua prima conferenza nazionale per delegati. Fai parte del coordinamento nazionale e, soprattutto, ne rappresenti l'anima operaia. Credi che il Fronte di Lotta No Austerity abbia la possibilità di diventare un punto di riferimento importante per la costruzione di un ampio e radicato fronte unitario di lotta?

Il Fronte di Lotta No Austerity è frutto di un lavoro straordinario di sinergie tra le migliori anime del sindacalismo italiano. Abbiamo fatto tanta strada e il nostro percorso è ancora lungo e non privo di ostacoli. Nella conferenza nazionale di Firenze ci siamo dati regole e princìpi; a settembre, a Modena, si riunirà il coordinamento nazionale col compito di dare attuazione al regolamento approvato.
Ci sono due immagini del Fronte di Lotta No Austerity, entrambe legittime ma diametralmente opposte. La prima raffigura No Austerity come somma aritmetica di una moltitudine di addendi  rappresentati dalle varie sigle del sindacalismo conflittuale, un grande padiglione, per intenderci; dove chi vuole entrare si porta con sé il proprio bagaglio sindacale, fatto di esperienze, tradizioni, conoscenze e lotte, aspettandosi di contribuire a dare forma e volto al nostro Fronte di Lotta.
La seconda – quella che preferisco – le persone le raffigura in uscita dal padiglione e il loro bagaglio è quel modo di essere e di concepire la politica e il sindacato così ben definito dalla nostra Carta dei princìpi. Persone che escono dal Padiglione No Austerity, entrano nei loro sindacati e si annidano in essi come un cancro positivo, un embrione di democrazia operaia e di unità di classe che cresce e si espande fungendo da anticorpo per burocrazie, settarismi, autoritarismi e discriminazioni.
Se questa seconda immagine prevarrà, se il Fronte di Lotta No Austerity saprà considerarsi come elemento indipendente e se saprà concentrarsi sui suoi obiettivi e sulla genetica che lo costituisce, anziché sulle tante provenienze che lo compongono, credo fermamente che diventerà un riferimento imprescindibile su cui convergeranno le lotte in Italia.

5) Quali secondo te dovranno essere le priorità del Fronte di Lotta No Austerity in questo autunno?

Due Priorità: prodigarsi per la costruzione di uno sciopero generale nazionale unitario di tutto il sindacalismo conflittuale e riportare in auge, rinnovandola, la campagna contro l’accordo di rappresentanza, che rischia di diventare legge per mano di un decreto governativo.

6) Per concludere, una domanda più generale. Come operaio che conosce direttamente la condizione di vita e di lavoro della sua classe, pensi ci sia una via d'uscita nel capitalismo?

Ho passato una lunga fase della mia vita in cui avrei risposto di sì, per molti anni ho creduto che lottare all’interno di questo sistema per migliorarlo fosse l’unica strada percorribile. Non ho mai chinato la testa sui libri sacri del comunismo, né ho avuto mai dimestichezza e familiarità con gli ambienti accademici e dottrinali. Sono un operaio e un semplice militante attivista, lo dico dando tutta la solennità possibile a questa espressione, perché credo non esista posizione e condizione più alta e importante della semplice passione di migliorare il mondo e la società. Oggi, quello che so e che sono lo devo ad anni di lotta ed esperienza e a compagni eccezionali che con pazienza hanno colmato molte mie lacune, formando in me consapevolezza e coscienza di classe. Rispondo quindi alla vostra domanda: no. Non esiste giustizia in un sistema ingiusto. Il capitalismo si sorregge sullo sfruttamento dei popoli per arricchire i padroni.
Se potessi fare un appello a tutti lavoratori, sarebbe questo: attenti che il capitalismo è più pericoloso proprio nei momenti in cui vi sembra più docile e attraente, non saranno i proclami leghisti che vi scaglieranno contro altri lavoratori e sfruttati migranti distogliendo la vostra attenzione dal vostro nemico di classe, non saranno le crociate grilline contro il sistema a cui sono funzionali tenendovi all’interno dello stesso, non sarà niente e nessuno a liberarvi dalla vostra condizione di sfruttati. L’unica possibilità che avete è scriverla voi, la vostra storia. E non leggerla scritta da altri.
Ora che mi ci fate pensare qualcosa sul comunismo l’ho letta. Fa più o meno così: Proletari di tutto il mondo, unitevi!


*Mensile del Partito d'Alternativa Comunista


(17/08/2016)