lunedì 31 marzo 2014

LE BELLE E LA BESTIA

 LE BELLE E LA BESTIA
Favola moderna in cerca di lieto fine
Di Diego Bossi (ALLCA-CUB)



Q
uesta è la storia che stanno vivendo milioni di donne nel mondo, vittime di una malattia che si chiama ENDOMETRIOSI: la bestia, come loro stesse la definiscono; e io aggiungo che loro sono le belle, meravigliosamente belle, perché incarnano il concetto più alto e nobile della bellezza: l’amore per la vita, la tenacia e la perseveranza nel lottare contro la bestia che hanno in corpo, quella sana voglia di reagire, di non farsi sottomettere.
L’endometriosi consiste nella formazione anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, cioè l’endometrio, in altri organi quali ovaie, intestino, tube, vagina, peritoneo. Ciò provoca, specialmente durante il ciclo mestruale, sanguinamenti interni, infiammazioni croniche, tessuto cicatriziale, aderenze ed infertilità (Wikipedia).

L’endometriosi è una malattia cronica, complessa e grave, molto grave; colpisce tre milioni di donne in Italia. Scusate se mi permetto, ma avete capito bene? Perché qua il rischio è quello di leggere un numero come un altro, senza darci troppo peso. Ripeto: TRE-MI-LIO-NI! Come i casi diagnosticati di diabete tipo 2, per intenderci. Però l’endometriosi non la si conosce, non le piace apparire, è discreta, lei, la bestia; e nella discrezione riesce a fare meglio il suo sporco lavoro: devastare l’esistenza di duecento milioni di donne nel mondo. Le belle. Anche quest’ultimo numero merita i suoi cinque secondi di celebrità: DUE-CEN-TO-MI-LIO-NI! Come gli abitanti del Brasile, o i kilometri che ci separano da Marte. A tanto ammontano, oggi, le vittime della bestia.
La bestia si annida nel grembo delle belle, le possiede.
Possiede i loro sogni, i loro progetti, si appropria delle loro relazioni sociali e sentimentali, le isola solcandole il vuoto attorno.
Possiede la loro vita lavorativa e professionale, decidendo se e come dovranno lavorare.
La bestia alberga nell’addome delle belle, accomodata tra un organo e l’altro, sogghigna beffarda.
Se la ride maligna quando vede per anni entrare bisturi e ferri chirurgici ad asportare, recidere, raschiare pezzi del loro corpo; gli anni in cui le belle impareranno il nome di tutti gli esami e le operazioni che finiscono con “ia”, delle malattie che finiscono con “ite” e “oma”; gli anni che ci vorranno per sentir pronunciare la prima volta il nome della bestia, la malattia che finisce con “osi”.
La bestia è intelligente, ha capito che se uccide il suo organismo ospite, muore anche lei, quindi se ne guarda bene dal farlo. Lei le vuole vive, le belle; per nutrirsi della loro disperazione e del loro dolore, per dissetarsi con le loro lacrime.
La bestia non è fatta solo di dolori fisici, cisti, aderenze, referti clinici, camici bianchi, fitte atroci durante la minzione, sanguinamenti, corridoi asettici negli ospedali, forti mal di testa e quant’altro sia riconducibile all’aspetto clinico.
La bestia è strutturata sulla destrutturazione vitale delle sue vittime, s’impossessa delle loro azioni quotidiane, allunga i suoi tentacoli sui loro affetti, frusta chiunque sia vicino alle belle: familiari, amici, amori…
Le belle si portano addosso un senso di colpa – una colpa che non hanno! – per il disagio delle persone che amano.
Le belle devono fare i conti col sogno infranto di una maternità negata (40% dei casi) e con la loro mancata evoluzione familiare.
Le belle sorridono ai loro figli mentre stanno sopportando dolori lancinanti, piangono chiuse in bagno per non far pesare il loro stato, rinunciano a un’uscita con gli amici perché non riescono a muovere le gambe o vivono nel terrore che la bestia prenderà, prima o dopo, anche loro figlia.
Le belle devono spendere moltissimi soldi per curarsi, perché non hanno nessuna esenzione (NESSUNA!).
Le belle vengono licenziate. Mi fa schifo solo a scriverlo, eppure è così, perdono il posto di lavoro a causa della loro malattia, nonostante compiano sforzi disumani per lavorare (LAVORARE!), si trovano ad essere discriminate, mobbizzate, non confermate; vittime di pregiudizi atavici e ignoranza: “La donna è nata per soffrire…”, “Le mestruazioni non le hai solo te…”, “La sua patologia non è così grave per un’esenzione”, “Signorina, lei il male ce l’ha in testa!”.
La bestia ti fa spendere soldi e ti leva il lavoro per guadagnarli.
Questa è la vita – se così possiamo chiamarla – delle belle: porte sbattute in faccia. Dal mondo del lavoro, come dalle istituzioni.
La proposta di legge, ad oggi dormiente negli scantinati di Montecitorio e di Palazzo Madama, reca nel suo incipit il riconoscimento dell’endometriosi come “malattia sociale”. Intento nobile, sia chiaro; ma sull’espressione ho qualche perplessità: malattie sociali sono l’indifferenza e l’individualismo. L’endometriosi colpisce le donne; non colpisce la società nelle sue funzioni proprie, che includono l’associarsi, il condividere, l’interesse comune. Anzi: a ben guardare parrebbe che la società non si sia nemmeno accorta che la bestia sta sbranando le sue belle. Se ad oggi siamo in questa situazione, dove a milioni di donne gravemente malate, non è riconosciuto il diritto a cure gratuite, a collocamenti mirati, a permessi retribuiti; dove di endometriosi praticamente nessuno sa nulla, allora non dobbiamo parlare di malattia sociale. Ma di società malata.
Una società – la nostra – malata di predominanza maschile in tutti i centri di potere politici, economici e giudiziari.
Non parlerò qui di quote rosa e altre alchimie giuridiche per ottenere la parità di genere, mi limito solo ad osservare che parlamenti e consigli regionali per metà rosa, si sarebbero fatti carico di dare risposte adeguate a un male così gigantesco, sia per gravità sia per diffusione.
Non ho molto altro da scrivere, queste mie poche e insufficienti parole vogliono essere una porta socchiusa nel corridoio della vita. Si può continuare a camminare ignorandola, oppure ci si può fermare a dare un’occhiata, magari aprendola lentamente, osservando il dolore nella sua essenza, leggendo le testimonianze che queste donne eccezionali hanno pubblicato sul blog “io ho l’endometriosi”, seguendo le iniziative che noi iscritti CUB pubblicheremo su CUBlog, informando il mondo che non sa, spronando la società che non fa, chiedendo allo Stato che non dà.






13 commenti:

gabriella domizio ha detto...

Grazie mille per l'attenzione posta su questa patologia terribile che seppur benigna molto spesso,troppo spesso è invalidante

maria antonietta Rizzo ha detto...

Ho le lacrime agli occhi...grazie Diego!

Anonimo ha detto...

grazie di cuore per quello che hai scritto. E' esattamente quello che proviamo noi donne con l'endometriosi. Grazie.

Anonimo ha detto...

Grazie Diego! Commossa....
Marzia Santo

diego ha detto...

Le vostre richieste sono anche le nostre.
Ci troverete sempre al vostro fianco in questa battaglia di civiltà.
Settimana prossima faremo volantinaggio fuori da scuole e università a Milano.
Vi terremo aggiornate. Un abbraccio... tenete duro!

Demetria Salis ha detto...

Grazie Diego per aver dato visibilità ed essere stato sensibile alle nostre problematiche

valentina de paolis ha detto...

Una degli scriiti piu belli che abbia mai letto su di noi.....

Deanna Benazzi ha detto...

Concordo con Vale. Ho le lacrime agli occhi: forse per la prima volta mi sento compresa pienamente. Grazie Diego!

alinatrilok ha detto...

scritto veramente bene, grazie

Anonimo ha detto...

Che dire : GRAZIE AMICO MIO !!!

Anonimo ha detto...

ho 27 anni e dopo aver perso un pezzo di uretere e un pezzo d'intestino ho appena scoperto di avere una tuba morta...GRAZIE <3

Mara Conte ha detto...

"Forte quanto DELICATO "
GRZ

Marzia Giammarco ha detto...

Grazie davvero!!!