martedì 14 ottobre 2014

Cronaca di un'intervista all'articolo 18, eroe protettore delle lavoratrici e dei lavoratori d'Italia

Di Diego Bossi*




«
18. Articolo 18!». Scandisce a mo’ di Bond il nostro eroe per presentarsi; e non c’è da meravigliarsi: lui di imprese leggendarie ne ha compiute migliaia in quarant’anni di onorato servizio. Osservandolo mi faccio l’idea che lui sia proprio una bella persona, di quelle che a conoscerle ti arricchiscono, ti migliorano. Classe 1970, capelli brizzolati, il naso pronunciato, la barba fitta e ben curata, due grandi occhi castani e uno sguardo dolce ma determinato. Sul suo viso le rughe raccontano mille vissuti.
Quando contattai 18, per chiedergli quest’intervista, mi rassegnai all’idea che lui non potesse accettare. Vuoi per fama, per saturazione dell’agenda o quant’altro, mi convinsi che sarebbe stato alquanto improbabile che una star come lui, sempre sotto i riflettori dei network nazionali, sulla bocca di opinionisti e politici, rilasciasse un’intervista non a un gettonato reporter, non a un direttore di quotidiano o di tiggì, ma a me: un operaio della Pirelli di Bollate.
«Per me è un vero piacere, di più: un onore!» - mi disse al telefono in tono solenne. Di lì mi convinsi che l’intervista che nessuno mai aveva osato chiedere, sarebbe andata in porto. Ed eccoci qui, l’uno di fronte all’altro.



Iniziamo dalle critiche mosse da una larga parte di forze politiche. Si dice che tu, così come sei fatto, hai creato lavoratori di serie A e serie B. È vero?

Verissimo! Questa è sicuramente l’unica cosa su cui siamo pienamente d’accordo. La differenza sta nel fatto che loro vorrebbero tutti in B e io tutti in A. Io dovrei essere esteso a tutti i lavoratori in quanto tali.

Ma così metteresti in ginocchio le piccole imprese, si troverebbero a non poter più licenziare, saresti di ostacolo allo sviluppo economico del paese…

Per quanto riguarda l’impossibilità di licenziare credo che ci sia molta disinformazione. La gente pensa che io protegga chiunque, ma non è così! Io dico una cosa semplice semplice: non puoi licenziare un lavoratore senza un giustificato motivo. Mi sembra un principio di civiltà e di buon senso, no?

Si, certo, buon senso; ma in un rapporto di lavoro le parti sono due. Non credi che il buon senso debba valere per entrambe?

Posso fartela io una domanda?

Certo che si!

Perché nasce la legge? Qual è lo scopo?

Beh, credo perché ci sia l’esigenza di regole comuni che disciplinino la società.

Giusto. Ma cerca di andare più in profondità.
Le regole comuni per tutti sono un mero aspetto pratico. Chiediti qual è il senso più alto della legge.

Mi metti in difficoltà, non saprei.

Se la legge non esistesse, esisterebbe la legge del più forte.
Questo è il vero significato! La legge serve per riparare i più deboli dal potere; e le lavoratrici e i lavoratori lo sono sempre, di fronte al padrone.
Se una legge lascia deboli e forti a combattere sullo stesso ring, tradisce la sua essenza, la sua funzione di equilibratrice delle forze sociali.

Rimane la questione sviluppo economico: non credi di essere un freno alla ripresa?

No. Quelle sono responsabilità che non mi appartengono. Questo paese, dal secondo dopoguerra ad oggi, ha passato periodi anche importanti di crescita economica; ed io ero in vigore.
Corruzione, speculazione finanziaria, burocrazia lenta, pressione fiscale tra le più alte in Europa, giustizia civile e amministrativa al limite della paralisi… Di questo dobbiamo parlare! Ma è meglio andare a raccontare che il freno alla ripresa sono io, che per favorire l’occupazione bisogna permettere i licenziamenti selvaggi.

Perché fare una battaglia ideologica su di te? Si dice che ad oggi sei applicato a una minoranza esigua di lavoratori?

Ma come, non ero io a bloccare la crescita?! E come, con una manciata di lavoratori?!
Basterebbe leggere i giornali per rendersi conto delle contraddizioni in cui cadono per omettere  la verità.

Intanto, dati alla mano, non è che siano così tante le volte che sei andato realmente in aula a vincere…

Per forza! Le mie battaglie sono quasi tutte fuori dai tribunali. La mia arma è la deterrenza, induco i padroni a pensarci bene.
Va più o meno così: Sei sicuro di licenziarlo senza un buon motivo? Guarda che i processi costano e sono lunghi, e io sono molto in gamba: rischi seriamente di perdere.
A quel punto la maggior parte rinuncia.

Senti, è un po’ che te lo voglio chiedere, ma chi sono quelle persone che ti porti sempre appresso? Sono sempre con te, non ti ho mai visto da solo. Anche ora, mentre parliamo, se ne stanno lì in disparte ad aspettarti.

Loro sono i miei amici inseparabili: gli articoli della Costituzione. Vengono con me ovunque, senza di me non potrebbero nemmeno entrare nei luoghi di lavoro.

Suvvia… 18! Ora mi pare che pecchi un po’ di superbia!
Lo sanno tutti che la Costituzione è più alta in grado di una legge normale; come quella dove abiti tu. Gli articoli della Costituzione possono entrare dove vogliono e senza il bisogno di nessuno. A loro spalancano le porte ovunque si rechino.

Le cose non stanno proprio in questi termini, caro Diego.
La Costituzione non è altro che un pezzo di carta con dei segni d’inchiostro sopra, come lo sono io, del resto. Noi prendiamo vita e forma quando il popolo fruisce, vive, rispetta, pretende e difende i diritti che noi enunciamo. Altrimenti rimaniamo lettera morta, buoni solo a riempire gli scaffali impolverati delle librerie.
Le lavoratrici e i lavoratori possono far vivere la Costituzione nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri e in tutti i luoghi dove lavorano, solo se sono liberi dal ricatto del licenziamento. Quando il prezzo della rivendicazione di un diritto è la perdita del posto di lavoro, in molti rinunciano. Ed per questo che se non ci sarò io a difendere la classe lavoratrice dall’ingiusto licenziamento, obbligando i giudici a reintegrare coloro che ne sono oggetto, anche i diritti costituzionali verranno meno. La gente per paura di rimanere in mezzo alla strada, magari con una famiglia a carico, accetterà ogni sopruso. Il lavoratore diventerà schiavo.

Parli così perché sei comunista.

Comunista io?! Ma se mi ha scritto un socialista e sono stato approvato coi voti della DC, mentre i comunisti si astenevano…

Quindi i comunisti non ti volevano?

Mi volevano più forte, direi. A me non è dato sapere se allora si astennero per propaganda elettorale o per denunciare delle lacune in me e nella legge che mi contiene (legge 300/1970 Statuto dei lavoratori ndr), ma è necessario contestualizzare il periodo: i militanti sindacali più attivi rischiavano il licenziamento, La Fiat schedava gli operai che rivendicavano i loro diritti e li mandava a casa.
Alla Camera il PCI denuncio la mia incompletezza nell’abbandonare i lavoratori delle aziende con meno di quindici dipendenti. E su questo, non posso fare altro che dargli ragione.

Ho saputo che due anni fa hai subito un duro attacco. Puoi raccontarci com’è andata?

Mi fa molto male ricordare. Quella sera stavo tornando a casa e ad un tratto mi accerchiarono. Dissero di chiamarsi la gang dei tecnici.
Per fartela breve iniziarono a pestarmi a sangue, io cercai di difendermi, ma ero solo; e loro ebbero la meglio. Quando mi risvegliai mi accorsi di aver perso il mio potere di reintegro sul posto di lavoro. Mi rimase solo la possibilità di mendicare quattro spiccioli a titolo risarcitorio.
Come puoi ben comprendere oggi chiunque può avviare un licenziamento disciplinare sapendo che potrà cavarsela tutta’al più con sei mensilità di risarcimento.

Quindi ad oggi il reintegro non esiste già più?

Formalmente esiste, solo che prima obbligavo il giudice ad applicarlo, ora mi affido alla sua discrezione. Certo, ci sono casi dove parliamo ancora di reintegro: la manifesta insussistenza dell’accusa o dei fatti addebitati al lavoratore, i licenziamenti discriminatori, compresi quelli per attivismo sindacale, rendono nullo il licenziamento.

Non la farei così tragica, allora. Se non possono licenziare i “dissidenti” per attivismo sindacale o per aver aderito a sindacati particolarmente combattivi, di che ti preoccupi?

Nessuno licenzia formalmente una lavoratrice perché è incinta, un lavoratore perché denuncia dei diritti violati o perché organizza uno sciopero. Quelli sono motivi occulti, che non appariranno mai.
Succede che ti licenziano per motivi tecnicamente legittimi, ma in realtà dietro a questi motivi si celano asti personali, diversità politiche, esigenze di reprimere il dissenso e le sue conseguenze.
Mentre prima un padrone doveva essere più che sicuro di quello che faceva, doveva avere quadro probatorio inconfutabile, un impianto accusatorio stabile, altrimenti avrebbe pagato il fallito tentativo di licenziamento con un reintegro certo, ora ha la possibilità di tentare e alla meno peggio pagare l’indennizzo.

18, prima parlandomi dell’aggressione che hai subito nel 2012, mi hai detto una cosa che mi ha colpito: “…io cercai di difendermi, ma ero solo…”, vorrai scusarmi se ho difficoltà a crederti, ma l’immagine del milione di persone al Circo Massimo per difenderti non è facile da scordare; e ora vuoi farmi credere che dieci anni dopo eri solo?

Ti piaccia o meno, è così! Questo e ciò che succede quando il potere non nasce dal basso, non è costantemente controllato dalla base che lo esprime, quando la delega in bianco sostituisce la partecipazione attiva si finisce con lo storpiare il processo democratico, trasformandolo in oligarchia: il partito diventa autòfago, si nutre dello stesso potere che emana, il sindacato diventa strumento del partito, perde la propria autonomia; la classe lavoratrice viene abilmente guidata nei sentieri funzionali alla struttura, diventando il mezzo e non il fine.
Succede così che nel 2002 il potere è in mano ai “cattivi” per definizione, allora i “buoni” scaldano l’imponente macchina della protesta: “Vade retro, demone fascista! O farai i conti con l’ira proletaria!” Dieci anni dopo il potere lo gestiscono i buoni e i cattivi uniti in matrimonio, allora gli intenti “fascisti” diventano misure necessarie a salvare la Patria dalla crisi economica: “Tutti calmi, per carità! Non disturbare il conducente!”
Diego, quella sera, quando mi hanno aggredito, a parte i soliti combattenti di sempre, io ero solo, vergognosamente solo. Il Circo Massimo era un grande spiazzo vuoto dentro Roma.

Ora il governo sta preparando l’offensiva finale: vuole eliminarti. Hai paura?

Paura dovreste averne voi! La mia eliminazione vi renderà tutti più vulnerabili. Io me la caverò comunque, tornerò a oziare dormiente sullo scaffale di qualche libreria.

Ci avviamo alla conclusione, 18. Puoi presentarci i tuoi amici, gli articoli della Costituzione che si ritireranno insieme a te sullo scaffale?

Certamente. Lo vedi quell’omone alto alto là in piedi? Quello è 1, dice che la cosa più importante di tutto e su cui si fonda il nostro sistema è il lavoro; e il tizio a fianco a lui, quello con la tuta da operaio? Si chiama 4, lui va in giro dicendo che tutti devono avere il diritto di lavorare.
Poi c’è 21, io e lei siamo inseparabili. Lei ha il potere di offrire la libertà di dire o scrivere la propria opinione.
Poi ci sono loro: 32, 33 e 34. Loro sono per una sanità e un’istruzione pubbliche e d’eccellenza, dove chiunque possa curarsi e istruirsi, indipendentemente dalla propria ricchezza.
Vedi quei due là invece? Sono 36 e 37, dicono che lavoratrici e lavoratori devono avere la stessa retribuzione e che questa deve essere sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa.
Beh dai… non voglio annoiarti, sono tanti. Qualche sera usciamo tutti insieme per una birra, così avrai modo di conoscerli bene.

Mi mette molta tristezza pensare che tutti loro se ne verranno via con te.

Anche a me.

Posso chiederti se hai per caso letto le altre interviste sul nostro blog?

Certo che le ho lette! Sono molto belle e interessanti.

Quindi saprai bene qual è la conclusione che chiediamo sempre?


Si: il messaggio libero e aperto. Devo confessarti che io non sono tipo da discorsi dal pulpito, quella è roba per voi militanti.
Ad ogni modo vorrei chiudere con una bella frase che mi ha molto colpito, mi pare che sia di Martin Luther King. Più o meno fa così: Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.



Mentre metto via il registratore e il blocchetto degli appunti, avverto un malessere strano, una sensazione subdola. Lì per lì non riesco a capire cosa mi turbi, ma poi mi infilo lo zaino e guardo 18 per salutarlo, in quel momento capisco da dove arrivi questa emozione forte. Mi avvicino verso di lui e faccio una cosa che non ho mai fatto con nessun intervistato: lo abbraccio. Lui ricambia stringendomi forte.
A quel punto gli sussurro all’orecchio: «non lo diventerò!», lui stupito mi chiede: «non lo diventerai cosa?», io allento l’abbraccio e lo guardo diritto negli occhi, gli sorrido e gli dico: «Responsabile della situazione in cui ci troviamo. Farò di tutto per cambiarla».
Lui mi stringe forte le spalle fra le sue mani; e mi sorride.
Quel sorriso lo avrò davanti agli occhi ogniqualvolta lotterò per i diritti e la dignità dei più deboli.






*Operaio Pirelli di Bollate, Militante CUB

2 commenti:

Matteo Moroni ha detto...

grande Diego
credo che questo post debba essere stampato e messo in tutte le bacheche sia della nostra fabbrica che di altre. Spiega in maniera, passami il termine, elementare che cos'è e cosa significa l'ARTICOLO 18.

Giovanni Cip ha detto...

sul finire degli anni 60 , mio padre operaio officina meccanica alla siemens (adesso italtel) si è sparato scioperi e lotte dure per avere qualche diritto che distinguesse il lavoro dalla schiavitù, con decurtazione dello stipendio non da poco: ho pagato anche io le lotte di mio padre , a natale un libro e a carnevale mascherina di zorro e vestito fatto in casa con "rimasugli" vari.
NESSUNO ha il diritto di smontare l articolo 18 ne la fornero nè mr bean renzi (che non mi fa ridere proprio per niente)