lunedì 31 dicembre 2018

Contromessaggio di fine anno 2018





Di Diego Bossi*


Care lettrici e cari lettori,

rieccoci qui, come tutti gli anni, ad attuare la fin troppo semplice impresa di fare da contraltare al capo dello Stato borghese che, con le sue parole logore ed esauste, ci racconta che no, le cose non vanno bene, ma potrebbero andare meglio se ognuno di noi s’impegnasse, fiducioso, a fare la sua parte nel sostenere quello stesso sistema che fino ad oggi ci ha letteralmente massacrato. Parole che si susseguono e si ripetono in una nauseabonda retorica istituzionale che nulla ha a che vedere con la realtà che vive il proletariato sulla propria pelle: i partiti che non devono litigare, il confronto democratico, la partecipazione dei cittadini, l’accoglienza, l’identità e i valori europei, la società civile e il volontariato, il rispetto della Costituzione, l’unità nazionale, la lotta al terrorismo, alla mafia, alla corruzione e poi ancora bla bla bla per 30 minuti a reti unificate, un monologo stucchevole che anno dopo anno, variante più, variante meno, si plasma sulla situazione economica e politica del momento.
Si dirà che ad essere logori ed esausti, persino obsoleti, sono i termini come “borghesia” e “proletariato”, ma questa opinione, seppur diffusa, è proprio il frutto della propaganda borghese che mira a nascondere il conflitto classe; e mira a nasconderlo per un motivo molto semplice: perché è un conflitto letale per la borghesia, per il suo potere, per il suo profitto.
Forse saranno più comprensibili termini come “padroni” e “lavoratori”, ma anche queste parole sono fastidiose per la classe dominante perché spiegano troppo chiaramente il conflitto, ossia la nuda verità dei fatti: c’è uno sfruttatore, ossia un padrone, quindi un proprietario (dei mezzi di produzione e delle materie prime) e c’è uno sfruttato, ossia un lavoratore salariato, quindi costretto a (s)vendere la sua forza lavoro, il suo tempo e la sua energia in cambio di una piccolissima parte della ricchezza che produce per il suo padrone, un salario appena utile a mantenersi: lavorare per sopravvivere, sopravvivere per lavorare.
Eppure il linguaggio borghese mira a eludere la realtà dei fatti e ci vuole imporre parole morbide, affascinanti e armoniose: i lavoratori sono “risorse umane”, il padrone è il “datore di lavoro”, poi ci sono tutti quegli anglicismi e quegli acronimi che fanno molto figo e moderno, come l’AD o il manager.
Lo scopo della propaganda borghese è quello di occultare il conflitto di classe, di anestetizzarne la percezione mediante ipnosi affinché quel conflitto non debba mai esprimersi. Così la classe proletaria si trova davanti a un bivio: da una parte vive una realtà di sfruttamento dovuta a una precisa e concreta collocazione nei rapporti di produzione, ma, stando a quanto vogliono farci credere gli sfruttatori, le parole che noi comunisti usiamo per descrivere ed esplicare questi vissuti reali, sarebbero vecchie e anacronistiche; dall'altra parte c’è il linguaggio “giusto”, quello dei padroni, che però ci narra una storia che nulla ha a che vedere con la nostra, dove non esistono classi in conflitto, ma “cittadini”, grandi famiglie composte da membri con ruoli diversi che fanno gioco di squadra per un obiettivo comune: l’Italia, il sistema Paese, lo Stato, l’azienda...
Siccome non possono nascondere la realtà, tacciano di obsolescenza le parole che la descrivono.
Il proletariato va tenuto calmo e frammentato e per fare ciò la borghesia ha bisogno di un suo Stato che tuteli i suoi interessi e i suoi profitti producendo leggi rivolte a tale scopo; ha bisogno di un potere coercitivo, di un vero e proprio esercito di poliziotti e carabinieri pronti a reprimere ogni tentativo di riscossa e di ribellione dallo sfruttamento capitalista; ha bisogno di potenti mezzi di (dis)informazione di massa; ha bisogno che questo Stato si presenti con facce compiacenti e amiche, pronte capitalizzare politicamente la pancia del popolo, le peggio pulsioni sociali sapientemente inoculate: razzismo, maschilismo, lgbtfobia e tutto ciò che sarà necessario a dividere gli oppressi per consolidare il dominio degli oppressori; ha bisogno di organizzazioni all'interno del proletariato, grandi burocrazie sindacali che fungano da veicolatrici delle lotte su binari morti o controllabili dalla borghesia in cambio di concessioni e compromessi e ha bisogno - ahinoi, fa male, ma dobbiamo dircelo - che quella parte di sindacalismo conflittuale rimanente sia spesso resa inoffensiva a causa delle politiche miopi, settarie e autoreferenziali di poche micro direzioni burocratizzate, anch'esse, spesso, per concessioni e compromessi molto più piccoli. Di questo ha bisogno, di questo dispone; e di tutto questo che dispone ha saputo farne un uso efficace e proficuo, facendo credere ai lavoratori che il nemico sia lo straniero, la donna, l’omosessuale… Ma la realtà è un’altra, care lettrici e cari lettori di CUBlog, la realtà è molto più semplice di come vogliono dipingerla proprio perché la sua semplicità è un’arma pericolosissima per i padroni.
La realtà è che un operaio della Fiat, una commessa dell’Esselunga, un facchino senegalese della logistica, un disoccupato, un operaio in pensione, una madre sfrattata, una donna africana che si è vista inghiottire il figlio dal mare, un ferroviere, un lavoratore di Alitalia, una maestra elementare, un’inserviente alla mensa della Pirelli, una badante sudamericana, una bidella, un metalmeccanico, una lavoratrice dell’Auchan, una barista, una cameriera, un lavoratore aeroportuale, un casellante autostradale e tutti coloro propriamente titolari di questo infinito elenco, hanno in comune fra loro le proprie catene. Già, le catene… Marx ed Engels nel Manifesto dicevano che i proletari, nel fare una rivoluzione comunista, non avranno nulla da perdere all'infuori delle loro catene; ma le catene – ci sentiamo di aggiungere – prima di perderle, occorre vederle. E saper distinguere incatenati da incatenatori.
Ecco, questo è l’augurio che a nome mio e di CUBlog faccio ai nostri lettori: vedere le catene. Può sembrare poco, ma se provate a pensarci un po’, vi accorgerete che è la base di partenza per tutto.

Un abbraccio rivoluzionario a tutte le lettrici e i lettori, a tutte le compagne e i compagni, nel ricordo di chi ci ha preceduto, solcando il sentiero a chi a noi succederà.



*Operaio Pirelli, militante di Alternativa comunista, attivista del Fronte di Lotta No Austerity e della Confederazione Unitaria di Base

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