venerdì 20 febbraio 2015

CAMUSSO-LANDINI. L'UNITA' DELLA RITIRATA

Editoriale di Sergio Bellavita


Nel direttivo nazionale del 18 si è nuovamente celebrata l’unità tra Susanna Camusso e Maurizio Landini. Segno di una ritrovata radicalita’ che cementa i gruppi dirigenti? Tutt’altro, quella che ormai è molto di più di una semplice convergenza, si celebra sulla crisi più profonda del maggiore sindacato italiano. La Camusso è semplicemente in attesa di poter consegnare il cerino incandescente della gestione di un’organizzazione senza più spinta vitale, in cui la regola è ognuno faccia come meglio crede o come meglio può. Il tentativo della Camusso di traghettare la Cgil nel sistema della complicità sindacale è stato infranto dalla durezza di una crisi economica  e sociale che ha sconvolto il sistema  stesso su cui hanno poggiato per un lungo tempo i cosiddetti corpi intermedi. I “grandi” accordi interconfederali che hanno segnato la guida Camusso, dal 28 giugno 2011 al testo unico del 10 gennaio 2014 non solo non hanno centrato nessuno degli obbiettivi declamati, sull’altare dei quali è bene ricordarlo si è regalato il contratto nazionale dei lavoratori, la libertà sindacale e il diritto di sciopero ai padroni, ma non sono riusciti ad affermarsi come modello andando subito in crisi. Landini ha vissuto per anni con il valore straordinario del No di pomigliano e mirafiori. Un no di grande valore sul piano generale ma che non è andato oltre. Le pratiche concrete, pur di riconquistare il titolo di sindacato responsabile dopo la cacciata dalla Fiat , sono divenute sempre più simili a quelle del resto delle categorie della Cgil  “ognuno faccia quel che può”, sino a praticare la contrattazione di restituzione che sta riducendo salari e diritti ovunque. La battaglia contro Marchionne tanto tenace sul piano legale tanto evanescente sul piano sindacale, pur avendo incassato vittorie legali di grande valore generale su democrazia e rappresentanza non ha scalfito il modello di super sfruttamento che si è imposto sulla condizione dei lavoratori. Sia la Camusso che Landini non possono rivendicare un bilancio positivo delle loro scelte e questo li unisce, soprattutto in questa fase di crescente irrilevanza del sindacato. Entrambi vorrebbero rientrare ma gli spazi di rientro si restringono sempre di più e sono sempre più insostenibili. L’ordine del giorno Camusso condiviso da Landini nel direttivo del 18 febbraio ha una corposita’ inversamente proporzionale alle scelte reali ed alla loro radicalità. La denuncia del carattere  inedito e drammatico della fase e della durezza dei provvedimenti del governo si risolve in una terminologia burocratica e altisonante per coprire il vuoto totale dell’iniziativa, che ovviamente non esclude il ricorso a qualche ora di sciopero a copertura della ritirata. La consultazione dei lavoratori per chiedere loro se vogliono il referendum abrogativo del jobs act è la foglia di fico in questo quadro che comunque vada scarica sui  lavoratori la responsabilità delle colpevoli mancate scelte dei gruppi dirigenti di vera continuità delle lotte contro il jobs act. Landini si è accontentato della mobilitazione di testimonianza della cgil dell’autunno scorso risolta nel adesione critica al nuovo modello. Non a caso il direttivo ha deciso l’ingresso della Cgil nelle commissioni di conciliazione della legge 30 osteggiate sono a ieri. Un po’ poco per portare la Fiom al matrimonio con la Camusso. Siamo sotto il minimo sindacale.

Tratto dal sito :http://sindacatounaltracosa.org

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