domenica 31 maggio 2015

articolo di Tiziana Simonetti (ABC Economics) che prende in esame l’impatto economico a medio e lungo termine di EXPO 2015.

#EXPO2015: un sogno costato 14 miliardi

Dati generali Impatto economico nazionale

Un recente studio commissionato da Expo 2015 SpA a CERTeT – Università Bocconi valuta l’impatto dell’esposizione universale sull’economia italiana, stimando una ricaduta positiva sul Pil per circa € 70 Miliardi, cui corrisponde un incremento di valore aggiunto pari a circa € 29 Miliardi.
Tra le aree che beneficeranno maggiormente:
Infrastrutture: 74,5%
Costi di gestione evento: 3,8%
Partecipazione ad EXPO Milano 2015 dei Paesi: 1,9%
Attrattività turistica: 16,5%
Attrattività di investimenti diretti esteri: 3,3%.
Sempre secondo il sopracitato studio, EXPO Milano 2015 avrà rilevanti impatti sull’occupazione nazionale, oltre che lombarda, in particolare: (1) l’occupazione generata in modalità diretta, indiretta ed indotta sarà pari, nel decennio 2011-2020, a circa 61.000 persone occupate in media ogni anno e (2) il fabbisogno occupazionale avrà un picco nel triennio 2013-2015 e sarà variamente distribuito sia negli anni precedenti che in quelli successivi all’evento.
Si stima inoltre un gettito fiscale di 11,5 Miliardi per le attività in qualche modo legate all’EXPO, gettito ripartito tra imposte dirette (64%) e indirette (36%).

Gli effetti sull’economia italiana legati alla realizzazione di EXPO Milano 2015 sono stimati utilizzando un modello matematico che si avvale della metodologia delle “interdipendenze settoriali”. Tale metodologia (basata sulla struttura dell’economia italiana resa disponibile dall’ISTAT) descrive, disaggregata per settori, l’attività di produzione di beni e servizi che si realizza in un dato periodo nel sistema economico a seguito di un aumento della domanda per maggiori investimenti e spese.
Vedi grafico 1 sotto. Dati in miliardi di Euro. Fonte: Rapporto di Sostenibilità 2013. Basato sullo studio: L’indotto di Expo 2015, rapporto di ricerca per Camera di Commercio Milano.
Grafico 2. Fonte: Studio del CERTeT – Università Bocconi.

I costi delle infrastrutture

Gli investimenti infrastrutturali diretti che sono stati previsti per le opere funzionali alla realizzazione dell’Esposizione Universale sono pari a circa € 1,7 Miliardi relativi alla realizzazione dei padiglioni fieristici e alle opere di urbanizzazione e alle infrastrutture tecnologiche. Mentre più di €12 miliardi sono stati destinati per la realizzazione di opere connesse all’Esposizione Universale come interventi sulla rete metropolitana, stradale, ferroviaria.
I costi e il valore aggiunto della gestione evento

I costi complessivi di gestione dell’evento, escludendo ammortamenti e imposte, si prevede ammontino a circa € 1 Miliardo, e hanno un impatto sulla produzione di quasi € 2,4 Miliardi, generando oltre 1 Miliardo di valore aggiunto.

Le spese e gli investimento dei Paesi esteri ad Expo Milano 2015

Poi ci sono gli investimenti e le spese sostenute in Italia dai Paesi che partecipano all’Esposizione Universale. Le spese effettuate in Italia da parte di Stati e Istituzioni straniere sono di circa € 0,5 Miliardi, suddiviso in: € 0,2 Miliardi di investimenti per spese costruzione degli spazi espositivi e le strutture accessorie; € 0,1 Miliardi di investimenti per l’allestimento degli spazi espositivi; € 0,2 Miliardi di spese di gestione operativa degli spazi espositivi. L’impatto stimato sulla produzione attivata dagli investimenti complessivi dei Paesi partecipanti ad Expo’ è pari a € 1,3 Miliardi e a € 556 Milioni di valore aggiunto.

La spesa turistica

Un impatto significativo è dato dai visitatori attesi nei sei mesi di apertura dell’Esposizione Universale. Essendo stata stimata la presenza di circa 20 Milioni di visitatori.
 La spesa turistica indotta da Expo Milano 2015 risulta pari a € 3,5 Miliardi, di cui € 1,5 Miliardi per l’alloggio, € 1,2 Miliardi nella ristorazione e € 758 Milioni di altre spese; l’impatto sulla produzione è di € 9,4 miliardi.

Scopo dell’Esposizione e’ inoltre quello di aumentare l’attrattiva del Paese generando un flusso aggiuntivo di turisti che visitano il Paese e la città nei mesi di apertura dell’esposizione.

La spesa complessiva dei turisti “aggiuntivi” è stimata in € 212 Milioni e la produzione attivata a € 572 Milioni. Tra le eredità che gli eventi lasciano alle città ospitanti, oltre a un miglioramento delle infrastrutture vi è anche la possibilità di un’ottima reputazione nel saper organizzare eventi di dimensione internazionale, perciò L’Expo’ potrebbe essere un asset per la città di Milano nel valore del mercato congressuale. L’Impatto economico atteso per il maggior numero di partecipanti a congressi è di € 375 Milioni. La produzione attivata è di oltre € 1 Miliardo. L’insieme delle spese aggiuntive indotte dai visitatori previsti sia dall’attrattiva turistica che dall’attrattiva congressuale sono pari ad oltre € 4 Miliardi, che attivano una produzione aggiuntiva di € 11 Miliardi e danno origine a circa € 4,8 Miliardi di valore aggiunto.

L’attrattività per investimenti esteri

Come dimostrano studi realizzati in previsione di eventi simili, grazie all’incremento dell’attrattiva sopra descritta, è probabile, che si verifichi un aumento dei flussi di investimenti diretti esteri (IDE): i cosiddetti “greenfields” (indipendenti quindi da operazioni di acquisizione di imprese già esistenti). Sulla base degli andamenti dei “greenfields” avvenuti in Lombardia negli ultimi anni, si è stimato un potenziale aumento annuo indotto da Expo’ del 7%, pari a circa 183 Milioni, considerato anche questo per un massimo di 5 anni. L’impatto diretto complessivo legato al maggior flusso di investimenti greenfields è pari a € 914 Milioni, la produzione attivata è di € 2,5 Miliardi, il valore aggiunto è pari a circa un miliardo.

Fattori economici vs fattori politici

Roberto Perrotti docente alla Columbia University di New York e professore ordinario all’Università Bocconi nel suo libro “Perché L’Expo è un grande errore” da una sua valutazione. Né la corruzione né i ritardi sono il problema principale di Expo 2015. Il problema principale è che l’Expo non sarebbe dovuto accadere. La decisione di fare l’Expo è stata prima di tutto politica ed emotiva, tuttavia questa ubriacatura collettiva è stata supportata e legittimata da stime economiche azzardate, che ne hanno avallato i voli pindarici.  Le stime sono state accettate acriticamente dai mezzi di informazione, ripetute e tramandate poi in innumerevoli occasioni, sbandierate da politici e commentatori e queste stime hanno instillato il miraggio di centinaia di migliaia di posti di lavoro e di altri enormi benefici economici a costo zero”.

Perché i costi sono sovrastimati?

Perrotti continua: ” Il primo costo da considerare ovviamente è che i soldi non piovono dal cielo. Per investire 3,2 miliardi prima o poi bisogna alzare le tasse di circa 3,2 miliardi (questo non significa che l’Expo non possa essere finanziato in deficit, ma solo che prima o poi bisognerà ripagare il debito alzando le tasse). Ma alzare le tasse riduce la produzione e il Pil. Un esempio sono i flussi turistici. Si attendono 20 milioni di visitatori, di cui circa 15 milioni italiani. I loro consumi non sono tutti aggiuntivi. Nei due giorni che visiteranno l’Expo il visitatori ridurranno altri tipi di consumi: andare al ristorante nella propria città, oppure allo stadio o a un museo. Tutti questi consumi mancati dovrebbero essere conteggiati in riduzione dei consumi aggiuntivi.

Usi alternativi dei fondi: Se invece nel caso le stime possano mostrare ad esempio un aumento di produzione e Pil, varrebbe la pena intraprendere il progetto? Perrotti risponde: “Non necessariamente”. “Ci potrebbero essere altri progetti che generano un aumento ancora maggiore, e ad un costo inferiore”. “Per un politico e un amministratore è molto più appariscente ed appagante fare l’Expo. Ogni politico sogna di essere un grande statista. Ma non è di questo che hanno bisogno i cittadini. Soprattutto non se questi sogni di grandezza costano 14 miliardi di euro. Quando fallisce ogni argomento razionale, c’è sempre il suo valore simbolico. La grande opera serve per “creare un simbolo per il paese”, “un fulcro su cui catalizzare le energie di rinnovamento”, per “realizzare un sogno che vada al di là dell’ordinario”. “Se questa è la giustificazione, allora il costo dell’opera e i suoi benefici diventano secondari….ma non basta invocare l’“effetto sogno” per giustificare qualsiasi cosa… “Quando si rinuncia ad ogni considerazione razionale di costi e benefici per la collettività, il rischio è che, passata la sbornia retorica, i simboli e i sogni di ieri diventino delle zavorre, o addirittura degli incubi di oggi”.

http://abceconomics.com/2015/05/05/expo/


mercoledì 27 maggio 2015

dalla rivista on-line PuntoSicuro http://www.puntosicuro.it

TRIBUNALE DI GENOVA: E’ LEGITTIMO RIFIUTARSI DI LAVORARE SE NON SI E’ IN CONDIZIONI DI PIENA SICUREZZA

Riporto a seguire dalla rivista on-line PuntoSicuro http://www.puntosicuro.it un interessante articolo dell’avvocato Lorenzo Fantini relativo alla sentenza del Tribunale di Genova che il 23 marzo ha disposto il reintegro per il macchinista della divisione Cargo delle Ferrovie dello Stato, Silvio Lorenzoni, reo di essersi rifiutato di viaggiare assieme a un secondo agente non in grado di guidare il treno.

martedì 26 maggio 2015

La Marcia Mondiale contro la Monsanto organizzata da una donna

 23 maggio 2015 
Mobilitazione di migliaia di manifestanti  da Parigi à Los Angeles, da Ouagadougou a Rio.

In Italia piazze vuote, intanto la Monsanto finanzia l’Expo


di Patrizia Cammarata

Si è tenuta sabato 23 maggio la terza edizione della March Against Monsanto (Marcia contro  Monsanto). La Monsanto Company è un'azienda multinazionale di biotecnologie agrarie, con circa 18.000 dipendenti e un fatturato dichiarato nel 2007 di 8,5 miliardi di dollari, è produttore di mezzi tecnici per l'agricoltura, è nota nel settore della produzione di sementi transgeniche  e, da marzo , dopo l'acquisizione della Seminis Inc, è anche il maggior produttore mondiale di sementi convenzionali.
L'organizzatrice della marcia contro questo colosso è una donna: Tamil Canal Monroe, statunitense, madre di due bambine. Sono le sue figlie, ha spiegato, la motivazione che ha spinto Tamil ad organizzare, insieme a numerosi attivisti,  la manifestazione a livello mondiale, perché preoccupata per la salute delle generazioni future:“Credo che Monsanto sia una minaccia per la salute, la longevità e la fertilità della loro generazione. Non potevo starmene seduta con le mani in mano, aspettando che qualcun altro si decidesse a far qualcosa.”
I temi portanti della marcia del 23 maggio toccano soltanto la punta dell’iceberg  di un problema mondiale, nella battaglia contro la Monsanto non vi è in gioco soltanto la possibilità di scelta del consumatore, ma il futuro stesso delle generazioni future. La Monsanto  ha iniziato a spargere i suoi veleni nel mondo dagli inizi del ‘900  ed è tristemente famosa per essere una delle sigle che ha prodotto l’agente Orange, usato come arma chimica durante la guerra contro il Vietnam, i cui effetti tossici sono andati oltre i tempi del conflitto causando successivamente la nascita di tanti bambini con problematiche gravi. Ma la marcia punta il dito contro la Monsanto anche per quello che sta accadendo ogni giorno nel nostro pianeta attraverso l’uso congiunto degli OGM (organismi geneticamente modificati) e dei pesticidi, una catastrofe ambientale e una catastrofe per la vita di milioni di contadini poveri e di popolazioni. La scintilla che ha fatto scattare la manifestazione di quest’anno è stata l'approvazione in Usa del Monsanto Protection Act (Atto di protezione Monsanto, in cui si legalizza l’assenza di controlli su ogm), approvato dal presidente Barack Obama nonostante 250 mila persone abbiano firmato una petizione per chiedere di annullare la legge di protezione (una prova in più, se già non ce ne fossero a sufficienza, che le petizioni rivolte agli stessi carnefici o amici dei carnefici, servono a poco, se non a nulla).

 Una manifestazione mondiale

L’appello a manifestare contro la Monsanto è stato accolto da migliaia di persone, da Parigi à Los Angeles, dalla capitale del Burkina Faso, Ouagadougou,  a Rio de Janeiro in Brasile, così come cortei di protesta si sono svolti in Austria, Olanda, Regno Unito, Germania e Russia.
Il prodotto faro della Monsanto, l'erbicida Round Up, è stato recentemente classificato come «probabilmente cancerogeno» dall'agenzia per gli studi sul cancro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Contro quest’erbicida continuamente commerciato senza riserve, ed in maniera generale contro OGM, pesticidi ed altri prodotti chimici, si sono mobilitati i manifestanti a Parigi, imitati in altre città francesi come Rennes, dove un cartello recitava «Voglia di un piccolo suicidio collettivo? Abbiate il riflesso Round Up». In Francia persone di tutte le età hanno chiesto l’obbligo di evidenziare nelle etichette di prodotti di provenienza estera i contenuti provenienti da OGM o ricavati da animali nutriti con OGM, e che i pesticidi responsabili della silenziosa ma inquietante morte delle api, denunciati da Greenpeace, siano messi al bando.
A Strasburgo i manifestanti hanno osservato un minuto di silenzio davanti al Parlamento Europeo, in « in omaggio alle vittime d’oggi e di domani avvelenate dai pesticidi ». In Svizzera si sono svolte manifestazioni a Bâle e a Morgues, dove Monsanto possiede la propria sede per l'Europa, proteste sono avvenute in Africa e in Medio Oriente, manifestanti hanno protestato sotto il sole della California, a Los Angeles, e in Burkina Faso, solo Paese dell'Africa occidentale ad aver sperimentato la cultura del cotone transgenico in campo aperto, i manifestanti d’Ouagadougou hanno richiesto alle autorità del proprio Paese «una moratoria di almeno dieci anni » per organizzare delle «ricerche indipendenti» sugli OGM.  A Rio de Janeiro i manifestanti hanno intonato canti in cui accusavano Monsanto di «bioterrorismo», mentre in Cile le proteste hanno chiesto la chiusura delle industrie Monsanto presenti nel Paese e la fine della produzione di cibi geneticamente modificati.

In Italia piazze vuote, la Monsanto finanzia l’Expo

Nessuna manifestazione degna di nota, invece, si è svolta in Italia. Un invito su facebook proponeva un appuntamento a Roma, in via Marsala, ma chi è arrivato ha trovato i poliziotti e nemmeno l'ombra di una manifestazione che non c'è stata perché ufficialmente non c'erano i permessi e le persone presenti erano troppo poco numerose per imporre una manifestazione non autorizzata. Questo, forse, significa che nessuna delle associazioni per la difesa dell’ambiente in Italia si è attivata per organizzare un pur minimo presidio nella capitale.
Eppure di motivi, anche in Italia,  ce ne sono in abbondanza per protestare su quest’argomento. Lo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha inserito il pesticida glifosato della Monsanto tra i potenziali cancerogeni e, mentre questo accadeva, il governo Pd del premier  Renzi si  è pronunciato per un piano per l’uso “sostenibile” dei prodotti chimici in agricoltura.
Inoltre la Commissione Europea ha preparato il terreno per il TTIP (Il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato del 2013 tra L’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America):. entro maggio saranno approvati nuovi prodotti OGM che gli Stati potrebbero non riuscire a vietare.
Molte associazioni che si battono ogni giorno contro la devastazione dell’ambiente e a favore dell’agricoltura biologica sono presenti con stand e materiale all’Expo di Milano, inaugurato il 1 maggio scorso, fra le proteste della piazza. Una vetrina internazionale finanziata da  Coca Cola, McDonald, Nestlé e Monsanto.
E’ necessario che chi si batte giornalmente per un mondo diverso, per preservare le future generazioni dalla catastrofe, rimanga dall’altra parte della barricata, cioè nelle piazze che in questi giorni hanno protestato contro le multinazionali della morte. E’ necessario che i comitati e le associazioni che si battono quotidianamente per la difesa dell’ambiente contribuiscano alla costruzione di un largo movimento di massa, un movimento che unisca chi si batte per la difesa dell’ambiente e contro l’ingordigia delle multinazionali, con chi si batte contro la privatizzazione della scuola pubblica, la difesa della sanità, per la difesa dei posti di lavoro,  come ha tentato di fare la parte migliore della protesta scesa in piazza il 1 maggio scorso a Milano.
E’ necessario denunciare che non si può sperare di “nutrire il pianeta”, e soprattutto nutrirlo in modo sano, partecipando alle vetrine internazionali pagate con il denaro sporco di sangue delle vittime di chi questo pianeta lo distrugge ogni giorno per il profitti di pochi capitalisti.
E’ necessario, per vincere,  oggi come sempre nella storia, scendere in piazza uniti.


                      Donne in Lotta No Austerity

                      


sabato 23 maggio 2015

andate all' EXPO mi raccomando........APRITE GLI OCCHI....


Schimidheiny sapeva di uccidere, giudicatelo!



Claudio Carrer 
 tratto dal sito www.areaonline 




Quando è chiamato a rendere conto davanti alla giustizia per i danni causati con la sua attività di industriale dell’amianto, Stephan Schmidheiny non si fa mai vedere: preferisce mandare avanti i suoi avvocati, perché lui si difende dai processi e non nei processi. Se n’è avuta conferma la settimana scorsa nelle prime udienze preliminari al Tribunale di Torino, che entro luglio stabilirà se Mister Eternit dovrà essere processato per omicidio volontario, così come chiede la Procura di Torino in relazione alla morte di 258 persone vittime dell’amianto disperso negli ambienti di lavoro e di vita dalle sue fabbriche tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, cioè quando lui era il massimo dirigente della multinazionale svizzero-belga.
 «Imputato Schmidheiny Stephan Ernst»: il giudice dell’udienza preliminare (gup) Federica Bompieri incomincia l’appello pronunciando il nome del miliardario svizzero, non ottiene risposta, prende atto della sua assenza e congeda l’interprete. «Anche per le prossime udienze», aggiunge. Schmidheiny non c’è e non ci sarà, ma la prima fase dell’ “Eternit bis” può incominciare. E come era stato il caso nel primo grande processo (conclusosi sei mesi or sono con la clamorosa sentenza della Corte di cassazione che ha annullato la condanna a 18 anni per intervenuta prescrizione del reato di disastro ambientale), la difesa del magnate svizzero chiede tempo, solleva eccezioni, contesta l’ammissibilità di soggetti costituitisi parte civile e si lascia andare in dichiarazioni clamorose.
Come quella secondo cui la celebrazione di un processo per omicidio volontario aggravato costituirebbe una «violazione dei diritti umani di Stephan Schmidheiny». Promovendo questa accusa, i pubblici ministeri Gianfranco Colace e Raffaele Guariniello avrebbero ignorato il principio (sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo) del “ne bis in idem”, secondo cui nessuno può essere giudicato due volte per gli stessi fatti. «Fatti che sono gli stessi del processo precedente», sostengono gli avvocati Astolfo Di Amato e Carlo Alleva augurandosi che il gup dichiari l’accusa inammissibile a decida l’archiviazione del procedimento. «A noi sembra una forzatura. In Piemonte è in corso una caccia alle streghe suscettibile di essere strumentalizzata in chiave politica. Schmidheiny non è un assassino. In qualità di pioniere dell’abbandono dell’amianto, e grazie alla sua responsabile gestione industriale, ha preservato dai pericoli migliaia di persone», affermano i due principi del foro, ribadendo che Schmidheiny, «a dispetto della nuova azione penale», protrarrà il «programma umanitario in corso dal 2008 a favore delle effettive vittime della catastrofe dell’amianto», cioè i tentativi di sfoltire il numero di parti civili a colpi di indennizzi di poche decine di migliaia di euro per ogni morto.

Certo, gli avvocati di Schmidheiny, come tutti, fanno il mestiere per cui sono pagati (e anche molto) dal loro cliente, ma certe affermazioni non possono che suonare offensive all’orecchio dei malati e delle persone che piangono un familiare o un amico morto soffocato dalle polveri di amianto. Perché loro sono quelli che le “violazioni” le hanno subite e le subiscono per davvero, perché sono le donne e gli uomini di Casale Monferrato, la città martire già sede del più grande stabilimento Eternit, che ancora oggi a trent’anni dalla chiusura della fabbrica continua a contare un morto e una nuova diagnosi di mesotelioma alla settimana. Molti di loro hanno intrapreso la trasferta a Torino per assistere al primo atto di questo nuovo capitolo giudiziario della tragedia: «La nostra gente chiede solo giustizia. La decisione della Cassazione è stata un colpo allo stomaco, una batosta, molti di noi non credono più nella giustizia italiana, sono sfiduciati. Ma è giusto continuare a combattere», dice Bruno Pesce, coordinatore dell’Afeva, l’Associazione familiari e vittime dell’amianto e leader storico delle battaglie sindacali e civili in difesa della salute dei lavoratori e dei cittadini. Gli fa eco la carismatica presidente Romana Blasotti Pavesi, 86 anni, cinque familiari morti ammazzati dalla fibra killer: «Pretendiamo giustizia. I criminali vanno puniti e le vittime non devono essere dimenticate».
Sono 258 (ma il numero potrebbe crescere nel corso del processo) gli omicidi contestati da Guariniello e Colace. Omicidi volontari aggravati dai motivi abietti (la volontà del profitto) e dall’uso di un mezzo insidioso (l’amianto), le cui vittime sono ex dipendenti e comuni cittadini di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli), tutte città già sede di stabilimenti Eternit. Secondo i magistrati, Schmid­heiny era perfettamente a conoscenza dei tumori mortali provocati dall’amianto ma fece poco o nulla per modificare le «enormemente nocive condizioni di polverosità» nelle fabbriche, portando avanti una politica aziendale che provocò una «immane esposizione ad amianto di lavoratori e cittadini», si legge nel capo d’imputazione. «Per mero fine di lucro decise di continuare le attività» e anzi, come ampiamente accertato nell’ambito della prima indagine, si rese addirittura protagonista di una «sistematica e prolungata campagna di disinformazione» tesa a sminuire i rischi e a rassicurare così i lavoratori.
Un comportamento che configura il reato di omicidio volontario, nella forma del cosiddetto “dolo eventuale”, che è dato quando qualcuno prevede le conseguenze (in questo caso la morte) del proprio agire ma non fa nulla per prevenirle.
«È stata la Cassazione a dirci che nel processo precedente avremmo dovuto procedere per omicidio o per lesioni. Questo ci ha dato un’ulteriore spinta per andare nella direzione di un nuovo processo con un nuovo capo d’accusa», spiega Raffaele Guariniello al termine della prima udienza preliminare.
Il fatto che i giudici dell’Alta Corte abbiano indicato così esplicitamente quale fosse il tipo di reato da contestare (l’omicidio e non il disastro) e annullato la sentenza della Corte d’appello di Torino dovrebbe escludere il rischio del “ne bis in idem”, anche secondo gli avvocati delle vittime. E quello della prescrizione che dopo anni di indagini e di processi ha già mandato una volta tutto in fumo, a partire dai risarcimenti alle vittime? Spiega l’avvocato Sergio Bonetto: «Questo rischio è quasi pari a zero se reggerà l’accusa di omicidio volontario. Se invece venisse derubricata in omicidio colposo forse resterebbero nel processo solo i casi di decesso più recenti. In ogni caso, è molto improbabile che questo processo finisca nel nulla».
Toccherà al gup Federica Bompieri decidere al termine delle 14 udienze previste se rinviare a giudizio Stephan Schmidheiny davanti ad una Corte d’Assise (composta di due giudici di carriera e di sei giudici popolari) o se archiviare l’inchiesta. La decisione è attesa entro la prima metà di luglio.


ISCRITTI AI SINDACATI CONCERTATIVI AGGREDISCONO I LAVORATORI IN SCIOPERO

            Facchini: quando è il sindacato a caricare…


Lo scorso martedì ai cancelli della Sda di Roma c'è stata una vera e propria aggressione squadrista al picchetto dei facchini organizzati dal Si Cobas. Lavoratori di aziende in appalto, che scioperavano in solidarietà con i loro colleghi di Bologna in lotta anch'essi contro i licenziamenti, sono stati aggrediti da altri lavoratori che con caschi in testa e armati di spranghe si sono gettati contro il picchetto con l'obbiettivo di rompere il blocco delle merci e entrare al lavoro. Non sarebbe stata la prima volta che lavoratori devono difendersi da squadracce e polizia. È tuttavia la prima volta che a dar manforte alle cariche ci sia un altro sindacato. I vertici dei sindacati di categoria trasporti di Cgil Cisl Uil Roma con una nota diramata oggi 21 maggio non solo giustificano l'aggressione fascista dettata da quella che hanno definito "un'esasperante situazione" ma dichiarano candidamente che loro iscritti hanno partecipato all'aggressione.
Un fatto di una gravità inaudita che non può essere in alcun modo tollerato o peggio taciuto. Ci sono due ordini di problemi. Il primo riguarda gli iscritti che hanno partecipato all'azione. Chi aggredisce lavoratori in lotta è un fascista e va estromesso dal sindacato. L'altra questione riguarda i vertici sindacali. Per la Cgil giustificare e difendere la violenza contro altri lavoratori in lotta è un reato contro i valori costituenti di un sindacato che ha nel suo statuto il vincolo alla solidarietà, che ha o dovrebbe avere come obbiettivo generale l'interesse di classe. Un dirigente sindacale che legittima la lotta tra lavoratori parteggia in fondo sempre per i padroni e i loro lacchè. Un episodio questo che testimonia l'imbarbarimento in cui è precipitato il sindacalismo complice che ha accettato l'interesse particolare, corporativo e aziendalista contro l'interesse generale dei lavoratori. Per queste ragioni abbiamo chiesto alla presidenza del direttivo nazionale Cgil di esprimersi con urgenza. Esprimiamo solidarietà e vicinanza ai lavoratori malmenati, alle loro lotte, al loro sindacato Si Cobas. Noi siamo un'altra cosa.

Sergio Bellavita portavoce area Opposizione Cgil



Solidarietà ai facchini Sda - Le aggressioni non fermano le lotte!
Scritto da Sinistra classe rivoluzione
Pubblicato: 21 Maggio 2015

Martedì 19 maggio i facchini Sda dei magazzini romani di via Corcolle, organizzati dal Si.Cobas, sono scesi in sciopero in solidarietà con i loro compagni in lotta contro i licenziamenti nell’hub di Bologna.

Sciopero e presidio partito alle 4 del mattino allo scopo di rendere effettiva l’astensione dal lavoro. Poche ore dopo, un gruppo di autisti di cooperative, padroncini e alcuni capi ha aggredito il presidio con manganelli, caschi e bottiglie.
L’attacco ha portato al ferimento grave (fra cui una frattura dell’orbita oculare) di quattro facchini trasportati d’urgenza in pronto soccorso, e alla risposta sacrosanta degli aggrediti con ferimenti da ambo le parti, compresi diversi solidali al presidio.
L’aggressione al presidio, gravissima e inaccettabile, dimostra ancora una volta come le divisioni fra i lavoratori vengano utilizzate dai capi e dai padroni. Alcuni autisti, padroncini o di cooperativa, pagati a cottimo, in condizioni di lavoro umilianti, si sono piegati alla propaganda, anche razzista, dei padroni e hanno individuato nello sciopero dei facchini il responsabile della loro miseria. La verità, come sta dimostrando quel settore di autisti che si sta organizzando e sta lottando per migliorare le proprie condizioni, è che solo l’unità di tutti i lavoratori contro le divisioni e il razzismo usato dai padroni è la via d’uscita dall’incubo dello sfruttamento. Questa unità di classe e la determinazione a portarla avanti rappresenta la nostra forza, che il padronato non esiterà a rompere con qualunque mezzo e i fatti di martedì lo dimostrano: i capi e i padroni lavorano per dividere i lavoratori, fanno leva sugli elementi più arretrati e con la violenza puntano ad annientare la resistenza di chi rivendica con l’unità di classe le proprie ragioni.
La Filt-Cgil Lazio (insieme alle altre organizzazioni confederali di settore) giustifica i suoi iscritti, presenti fra gli aggressori, perché esasperati dagli scioperanti e timorosi di perdere il posto di lavoro.
Compito del sindacato è quello di unire i lavoratori nella lotta, anzichè di giustificare le paure dei settori più arretrati, che li conduce addirittura ad aggredire altri lavoratori come loro, per schierarsi nei fatti con la propaganda padronale.
Tuttavia Sda, Poste italiane e cooperative non hanno fatto i conti con la determinazione della nostra classe dentro e fuori Sda a difendere con ogni mezzo la nostra dignità e i nostri diritti!
Che questa vertenza sia di monito a tutti i lavoratori, la solidarietà e l’unità di classe è la nostra unica arma contro nemici apparentemente potenti.
Possiamo vincere e vinceremo!
Sinistra classe rivoluzione

venerdì 15 maggio 2015

Ancora una volta NOTEM!


Ci siamo, manca poco all'inaugurazione della TEM, un’opera legata ad Expo che avrebbe dovuto risolvere insieme alla Bre.be.mi. il traffico di entrata ed uscita da Milano, un’opera che sarebbe dovuta essere finanziata completamente da privati, un’opera strategica nel cuore economico dell’Italia. Sarebbe dovuta essere. Avevamo ragione noi, oggi abbiamo le prove, si tratta di un’opera che ha devastato la nostra terra e la nostra salute, portato via il lavoro a centinaia di agricoltori, espropriato case di famiglie costrette a lasciare il luogo dove sono vissute vedendo crescere i propri figli e nipoti, un’opera pagata da tutti noi centinaia di milioni di euro grazie al finanziamento a fondo perduto dei vari governi che si sono susseguiti.
Una strada che è costata la vita a un ragazzo di 21 anni, Klodian Elezi, operaio caduto da una impalcatura di 10 metri nei cantieri a Pessano con Bornago, una vita che non vale nulla, dimenticata da tutti, un fatto che può succedere quando il tempo stringe e non importa la qualità del lavoro, la sicurezza e il benessere di chi lavora, l’importante è fare presto.
Chiaro e tangibile è il fallimento della cugina Bre.be.mi.: niente traffico, assenza di servizi e costi troppo elevati, le stesse cose previste per la TEM. Spesso ci si dimentica che queste sono le strade del profitto, inutili per chi guida ma ottime per mafia e speculazione, non per caso sotto il cemento sono stati trovati rifiuti tossici, scoperti appalti truccati, cantieri non in regola ma i lavori sono sempre proseguiti.
Il 16 maggio verrà tagliato il nastro di questa grande opera, e tutto questo non importerà più perché ormai la strada è fatta e le pance sono piene, non le nostre. Per questo chiamiamo a raccolta tutti per una grande mobilitazione perché la TEM non deve essere inaugurata, ma smantellata.
Per Klodian, per gli agricoltori, per i contadini, per la vita di tutti noi.

Sabato 16 maggio:

dalle ore --> 10:30 volantinaggio al mercato di Gessate e controinformazione in un comune soffocato dalle esalazioni tossiche provenienti dal cantiere della TEM.


Ore --> 14.30 appuntamento alla metropolitana di Gorgonzola per una grande marcia popolare contro la TEM a piedi, in bici coi trattori e tutti gli i mezzi eco sostenibili

mercoledì 13 maggio 2015

ETERNIT UNA VERGOGNA INFINITA.......

video

Lettera aperta delle operaie di Melfi


                 Le fortunate di Melfi

Da qualche settimana è iniziata la sperimentazione dei nuovi turni alla Fca di Melfi ed è già possibile descrivere una situazione tutt’altro che felice per noi donne.
Si lavora 6 mattine, dalle 6 alle 14, da lunedì a sabato; poi si riattacca domenica sera alle 22, per 4 notti di seguito; poi due giorni di riposo, 3 pomeriggi di lavoro (compresa una domenica), due giorni di riposo, 3 notti di lavoro, due riposi e altri 4 pomeriggi di lavoro. Finalmente una domenica di sosta, ma lunedì alle 6 si ricomincia daccapo. E' come vivere in un continuo cambio di fuso orario.
Già i primi 10 giorni ci hanno sfinite, le ore in fabbrica si trascorrono in piedi davanti a una catena sempre più veloce perché, grazie al “sistema migliorativo Ergo uas”, tutto il materiale ci arriva direttamente in postazione su carrellini trainati dai robot automatizzati che spesso perdono pezzi per strada o si fermano e non vogliono saperne di ripartire. Loro non sentono le minacce dei capi, decidono di non lavorare più e così è se vi pare.
Le operazioni sono tutte cronometrate e le postazioni saturate; in teoria dovremmo star ferme ad assemblare comodamente tutto ciò che ci arriva ma in realtà si cammina, anzi, si insegue la linea e ci si “imbarca”, ossia ci si allontana sempre di più dai confini della postazione disegnati sul pavimento. Basta un qualunque imprevisto, una vite sfilettata o un semplice starnuto, per rendere spasmodica la risalita. A volte ci paragoniamo ai salmoni e speriamo che non ci attenda la stessa sorte.
Quando si avvicina la pausa c’è il conto alla rovescia dei minuti e scherzando ci chiediamo cosa riusciremo a fare in quei 10 minuti: andiamo al bagno, fumiamo o mangiamo qualcosa? Magari potremmo fare la fila davanti al bagno mangiando il panino, nella peggiore delle ipotesi almeno una cosa l’avremo fatta!
I bagni sono pochi rispetto al numero delle persone, così anche i distributori di caffè e merende circondati da sei o sette sedie – pochissime – a creare una piccola area relax; le file sono lunghe e il caffè conviene dividerlo con uno o due colleghi. Abbiamo chiesto più bagni o qualche minuto in più di pausa: qualche capo spiritoso ci ha suggerito di non bere per ridurre le esigenze fisiologiche. Chi trascorre la pausa
in postazione si appoggia ai cassoni o si siede su una cassettina vuota e, anche se non si potrebbe fare, mangia qualcosa.
I primi dieci giorni consecutivi di lavoro sono stati devastanti, avevamo i polsi, i polpastrelli e tutti i muscoli indolenziti. I due giorni di riposo li avremmo dedicati alle faccende di casa, in teoria, ma la stanchezza era tanta e non siamo riuscite a fare tutto. Al rientro in fabbrica avevamo la sensazione di non esserne mai uscite, nessuna di noi è riuscita a realizzare tutti i propositi in quei due giorni e qualche capo, sempre più spiritoso, ha suggerito di mettere “un aiuto in casa”... Magari che si occupi anche dei nostri affetti? No grazie!
Seguire i bambini e aiutarli nei compiti è un’altra impresa: durante il turno di pomeriggio non riusciamo quasi a vederli, mentre con i turni di mattina e notte cerchiamo di recuperare e di dare il massimo. A volte tentiamo di colmare l’assenza facendo loro dei regali, oppure siamo eccessivamente tolleranti, altre volte invece ci si arrabbia per poco o niente a causa del nervosismo e della stanchezza. Sono molti i casi di coniugi che si sono separati e lavorano in squadre diverse per far sì che uno dei due sia a casa in assenza dell’altro, ma con la nuova turnazione ci ritroviamo a fare anche due turni diversi nella stessa settimana e se uno dei coniugi è stato posizionato sulla linea di produzione della Grande Punto, dove si lavora una settimana di mattina e una di pomeriggio, capita di ritrovarsi nello stesso turno per cui bisogna cercare una persona affidabile che accudisca i bambini in nostra assenza e che abbia la possibilità seguire questi nuovi orari.
Intanto sono arrivati i nuovi assunti, tanti ragazzi e ragazze che potrebbero avere l’età dei nostri figli; alcuni hanno iniziato con entusiasmo, altri con rassegnazione: tutti hanno portato una ventata di freschezza e di novità. I loro giovani volti sono già segnati dalle occhiaie, spesso l’auto dell’infermeria passa per soccorrerli, qualcuno ha già mollato, qualcun altro è stato più fortunato e si trova a svolgere un lavoro meno faticoso. Lavorare con questi ragazzi in difficoltà mette una grande tristezza e la voglia di aiutarli in qualche modo, ma non poterlo fare ci da un senso di impotenza.
E’ opinione comune che noi topolini di questo grande laboratorio siamo fortunati: a Melfi si lavora! E in effetti ci sentiamo stanche e indolenzite ma anche fortunate. Viene da chiedersi se non sarebbe più giusto ripartire questa “grande fortuna” con altri operai, diminuendo le ore di lavoro e aggiungendo altri turni come hanno fatto i nostri colleghi tedeschi in passato, con ottimi risultati.

Siamo come i salmoni che risalgono la corrente quando cerchiamo di recuperare la postazione; siamo i robot instancabili che non devono conoscere le festività; siamo i topolini di un nuovo esperimento.


             Siamo le fortunate operaie di Melfi.

mercoledì 6 maggio 2015

ARTICOLO DI GIORGIO CREMASCI tratto dal sito www.infoaut.org

"A Milano ci avrebbero ignorato comunque, anche senza scontri "

Di Giorgio Cremaschi



Le reazioni delle istituzioni, dei mass media e della opinione pubblica agli incidenti di Milano, hanno mostrato quanto sia oramai devastato lo spirito democratico in questo paese. È ovviamente comprensibile la rabbia delle 50 persone a cui è stata distrutta l'automobile, o dei quindici negozianti che hanno avuto le vetrine infrante. In effetti essi non c'entrano e colpire i loro beni per me è ingiusto. Tuttavia quanto è avvenuto non è minimamente paragonabile ai disordini nelle città europee in qualcuno degli ultimi grandi eventi. A Francoforte in occasione della inaugurazione della nuova sede BCE è successo molto di peggio. Per non parlare di quello che capita normalmente oramai negli Stati Uniti o della rivolta nelle strade di Rio alla vigilia dei mondiali di calcio. In tutti questi casi da noi si sono sprecate analisi comprensive e compassionevoli sul disagio. Ma appena questo disagio è comparso in casa nostra, i più moderati tra i commentatori di palazzo hanno chiesto la legge marziale.
Il peggiore mi è apparso il sindaco di Milano. Il grido di sapore biblico da lui lanciato, nessuno tocchi Milano, che cosa vuol dire, che altrove si può? E quando la città è stata devastata da ruberie, tangenti, mafie, disoccupazione, devastazioni ambientali, vetrine a migliaia chiuse in periferia per lo strangolamento della crisi e delle banche, non è stata toccata allora Milano? Certo scendere in piazza in quei frangenti era più duro e rischioso, magari si sarebbero pestati i piedi a qualche potere forte, per puro sbaglio naturalmente.
Ma la vera indignazione è stata in realtà per l'immagine dell'Expo offuscata dai disordini. L'Expo dà lavoro ha detto rabbioso uno dei pulitori volontari, rivolto ad una ragazza coraggiosa, che ha tutta la mia ammirazione e che da sola ha provato a discutere con i cittadini indignati.
Modello Expo si disse da destra e sinistra quando la Confindustria, le istituzioni e CGlL, CISL UIL firmarono l'accordo che autorizzava poco lavoro sottopagato e tanto gratuito. Modello Expo si aggiunge ora, quando gli ipocriti della sinistra ben pensante e ancora meglio retribuita hanno presentato la fiera come una specie di Social Forum di sei mesi, impegnato a trovare e ricette contro la fame nel mondo.
Modello Expo ha chiarito Renzi, celebrando la fiera come occasione di grandi affarii, proprio per questo appaltata a quelle multinazionali che, dice Vandana Shiva, affamano il pianeta.
Expo è una fiera che serve a mostrare quanto è vendibile il nostro paese, il suo ambiente, il suo lavoro. L'Italia è sul mercato e Expo ne è la vetrina. Questa è la vera risposta alla crisi che Renzi propone e sulla quale, assieme a tutto il potere economico che lo sostiene, gioca la partita del consenso. Basta con i vecchi scrupoli, i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo. Basta con l'articolo 18 e con i vincoli ambientali, ha promesso Renzi alla Borsa. Basta con i diritti, rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro e chi pone ostacoli è contro la nazione.
Questo messaggio reazionario di massa ha conquistato un PD sconfitto e rassegnato nei suoi valori, sottomesso al capitalismo globalizzato e alla ricchezza, ma abbarbicato al potere. Renzi è la sintesi perfetta di questa storia politica e per questo ridicolizza ogni opposizione interna, così come rende oramai inutile la vecchia destra berlusconiana.
Con il jobsact, la buona scuola, l'italicum il governo ha devastato ciò che restava dei principi e delle regole fondanti la nostra Costituzione. Resta solo da cambiare l'articolo uno, sostituendo lavoro con mercato e popolo con leader e poi tutto è fatto.
Questa Italia sul mercato è quella che ha assunto l'Expo come bandiera. La maggioranza del paese è d'accordo? Può essere, ma essa non è tutto e chi è contro non è piccola cosa. Solo che chi non accetta questo modello sociale e politico non ha diritto a veder riconosciute le proprie posizioni. La controriforma costituzionale di Renzi afferma la dittatura della maggioranza, anzi della più grossa minoranza. E sopra questo governo neoautoritario sta il potere delle Troika finanziaria e burocratica che comanda in Europa. La Grecia non può decidere liberamente di non far morire di fame i disoccupati, perché come si diceva una volta, è un paese a sovranità limitata. Un potere sempre più chiuso e autoritario è poi sostenuto da un sistema mediatico embedded, come la stampa che seguiva sui carri armati le guerre di Bush.

Che gli incidenti abbiano oscurato le ragioni dei manifestanti della Mayday di Milano non è vero. Il 28 febbraio in diecimila abbiamo manifestato a Milano contro il jobsact e il lavoro gratuito per Expo. Eravamo in gran parte militanti del sindacalismo di base e della corrente di opposizione in Cgil, moltissimi erano i migranti. È stata una manifestazione serena e viva che si è conclusa con una assemblea popolare in Piazza S.Babila. Non abbiamo lasciato per terra neppure le carte delle caramelle e siamo stati semplicemente ignorati dal circuito dei mass media. D'altra parte dove ci sono stati pubblici confronti sulle ragioni dei Noexpo, dove si son potute liberamente confrontare le due diverse posizioni? Non facciamo gli ipocriti, chi è contro il dominio di imprese e mercato nell'Italia di oggi é sostanzialmente clandestino e se prova a metter fuori la testa c'è chi minaccia di tagliargliela. I tranvieri di Milano hanno scioperato il 28 aprile contro i turni gravosi e pericolosi imposti per Expo. Apriti cielo, ministri della Repubblica han chiesto di liquidare il diritto di sciopero e i più moderati hanno aggiunto: solo durante le fiere. In questi giorni in Germania i macchinisti dei treni scioperano per sei giorni di seguito bloccando il paese, ma nessun governante chiede leggi speciali. Da noi avremmo talkshow ove tra gli applausi si invocherebbe la galera. Subito dopo i fatti di Milano Renzi è stato contestato pacificamente a Bologna, ma non uno dei telegiornali ha fatto vedere gli insegnanti precari bastonati duramente dalla polizia.
C'è una sordità ed una prepotenza del potere che porta naturalmente alla ribellione di chi non ci sta. E chi si ribella lo fa nei modi che questa società stessa offre. Certo Manpower e un'automobile non sono la stessa cosa. Certo le azioni dirette non sono gesto fine a sé stesso, devono comunque essere parte di un conflitto più vasto e riconosciuto da chi lo pratica. Ma il tempo delle dissociazioni, della distinzione in buoni e cattivi è finito. Certo che ci sono azioni sbagliate, ma sarà chi lotta a giudicarle. Bisogna che si capisca che non si può distruggere la Costituzione nata dalla Resistenza, ridurre tutto a merce e mercato e poi usare il linguaggio della prima repubblica quando si spaccano le vetrine. Per me la distruzione del mondo dei partiti di massa, del potere sindacale, dei diritti certi e dello stato sociale è stata una catastrofe. Per chi governa oggi invece questo è il progresso. Di questo progresso i fatti di Milano sono inevitabile conseguenza. Per questo sto con tutti quelli che sono scesi in piazza il 1 maggio, anche con coloro che han fatto azioni che non condivido.

Giorgio Cremaschi

http://www.infoaut.org/index.php/blog/notes/item/14577-a-milano-ci-avrebbero-ignorato-comunque-anche-senza-scontri-di-giorgio-cremaschi

sabato 2 maggio 2015

MAY DAY / NO EXPO DAY - 1° MAGGIO 2015, MILANO

A seguire proponiamo immagini e video della May Day/No Expo Day svoltasi a Milano il primo maggio 2015.
Il soprascritto contributo ha mera finalità di cronaca.