mercoledì 21 ottobre 2015

dal documento di Donne in Lotta - No Austerity

INAIL: IN ITALIA UN ESERCITO DI BABY LAVORATORI, QUELLI PIÙ A RISCHIO SONO TRENTAMILA

In Italia un piccolo esercito di 260.000 lavoratori under 16 che, invece di andare a scuola, ogni giorno si guadagna da vivere lavorando complessivamente oltre un milione di ore. Alcuni degli impieghi più diffusi: commessi, baristi, parrucchieri, ma anche braccianti agricoli, meccanici di officina, manovali nei cantieri.
A tracciare il loro identikit è l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss), che bolla il fenomeno dei baby lavoratori come un vero e proprio “furto dell’infanzia, da condannare senza se e senza ma”.
Non tutti i genitori, però, sembrano condividere questo giudizio così netto. Come emerge da un’indagine commissionata a Datanalysis e condotta su un campione rappresentativo di mille mamme e papà – i cui risultati sono stati presentati la scorsa settimana a Roma, in un convegno ospitato dal Civ Inail presso la sede dell'Istituto di via IV Novembre – nonostante l’80% sia consapevole del fatto che il lavoro minorile priva i ragazzi dell’infanzia, della formazione scolastica e della crescita psicofisica, il 54% lo giustifica, in parte, se dettato dalla necessità di far fronte alla crisi economica.
“L’idea che iniziare la gavetta presto possa aiutare i ragazzi a inserirsi meglio nel mondo del lavoro è falsa e fuorviante – ha spiegato Giuseppe Mele, presidente di Paidòss – Un modo utile soprattutto a nascondersi ipocritamente di fronte alla realtà: lavorare prima dei 16 anni mette a rischio la salute e il benessere psicofisico e non aiuta a trovare meglio lavoro. Le stime indicano addirittura che un bambino costretto a lavorare prima del tempo da adulto avrà il doppio delle difficoltà per trovare un impiego dignitoso”.
“Purtroppo c’è una diffusa mancanza di consapevolezza della pervasività e delle conseguenze del lavoro minorile – ha confermato la senatrice Camilla Fabbri, presidente della commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro – L’istruzione nell’infanzia non può essere sostituita con il lavoro: gli impieghi dei minori non hanno mai ‘valore’ e soprattutto negano un diritto umano, quello a una crescita personale, sociale e morale in serenità che ciascuno deve avere. Il lavoro minorile non è mai positivo, spesso si tratta di esperienze dure per gli orari estenuanti, la mancanza di condizioni di sicurezza, i rapporti complessi con i datori di lavoro anche quando si tratta di familiari. Un ragazzino lavoratore corre più rischi di rimanere ai margini della società: l’istruzione deve essere garantita e l’abbandono scolastico combattuto con ogni mezzo, perché è l’unico modo per garantire che i giovani acquisiscano conoscenze e competenze davvero adeguate al mercato del lavoro in continua evoluzione”.
La fascia più vulnerabile è quella dei 30.000 ragazzi con meno di 16 anni che sono a rischio sfruttamento perché impiegati in lavori pericolosi o che possono compromettere molto seriamente il loro sviluppo, ad esempio perché costretti a stare svegli durante la notte. Molti infortuni, ha osservato a questo proposito il presidente del Civ Inail, Francesco Rampi, al pronto soccorso non vengono neppure denunciati come tali, ma come incidenti accaduti durante il gioco: “Il lavoro tra i giovanissimi non va incentivato – ha aggiunto Rampi – ma se non si può evitare va almeno tutelato, per esempio anticipando l’assicurazione per la sicurezza”.
La percezione del fenomeno del lavoro minorile, però, è distorta. Il 40% del campione interpellato da Datanalysis, infatti, ha ammesso di non sapere della sua esistenza e ben il 55% è convinto che riguardi esclusivamente i Paesi poveri. Tra chi invece ne è a conoscenza, il 40% pensa che riguardi solo il Meridione e il 30% che coinvolga solo minori stranieri, mentre in realtà dei 260.000 lavoratori under 16 solo 20.000 non sono italiani.
“I dati raccolti – ha commentato Mele – indicano una preoccupante indulgenza dei genitori italiani nei confronti del lavoro minorile: il 26%, con punte del 33% al Sud, non ci vede nulla di male, mentre il 20% ritiene che il giudizio debba dipendere dalla situazione del singolo”.



Fonte: INAIL

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