lunedì 10 ottobre 2016

Maternità o aborto? Tra obiezione di coscienza e Fertility day

di Laura Sguazzabia  (PdAC)

Il 28 settembre è la giornata dedicata da anni in alcuni Paesi ad iniziative e manifestazioni a favore dell’aborto legale o depenalizzato, sicuro e gratuito, garantito per le donne di tutto il mondo. Il diritto delle donne ad accedere ad un aborto libero, sicuro e gratuito cambia infatti da Paese a Paese: in alcuni l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è completamente illegale, in altri è permessa solo in casi eccezionali, in altri ancora è legale ma le donne incontrano diverse difficoltà ad accedervi.

 

L’anomalia dell’Italia
In Italia parrebbe non servire questa ricorrenza: l’interruzione volontaria di gravidanza è tutelata dalla L. 194/78, con la quale l’IVG viene riconosciuta come una pratica legale, libera, gratuita ed assistita. Nonostante ciò, il diritto delle donne ad accedere liberamente all’aborto è duramente attaccato: anche se trasversalmente nessuno sostiene di voler cambiare o abolire la 194, è palese il tentativo di renderla inefficace, sia dal punto di vista normativo attraverso linee guida, riforme, regolamenti ecc., ma soprattutto dal punto di vista della sua applicazione. L’aborto infatti pur essendo sulla carta una pratica legale, libera, gratuita ed assistita, nei fatti è oggi inaccessibile in Italia. Si sta verificando una vera e propria inapplicabilità della legge 194 per l’alta percentuale di medici e personale paramedico che si avvale dell’obiezione di coscienza, ossia della facoltà di astenersi dalla pratica abortiva in virtù di convinzioni ideologiche o religiose. Si parla di una media nazionale del 70%, ma con regioni che arrivano anche a punte dell’80-90% come 82% in Campania, 86% in Puglia, 87,6% in Sicilia, 80% nel Lazio, 90% in Basilicata, 93,3% in Molise. In parole povere, in più di sette ospedali su dieci l’intero personale mette alla porta le donne che intendono interrompere la gravidanza. Le ragioni di questa scelta spesso non hanno a che vedere con le opinioni personali o di fede del singolo medico, bensì coi notevoli vantaggi di carriera che l'obiettore ottiene. 
L’aspetto più allarmante è che oltre a stratificarsi nella gerarchia ospedaliera con un raggio di copertura che va dal vertice di medici e anestesisti, passando per il personale infermieristico, fino alla base del personale ausiliario, l’obiezione di coscienza si sta estendo anche come campo di applicazione: la scelta non coinvolge più soltanto la pratica dell’IVG, ma persino la prescrizione di farmaci contraccettivi o di tecniche abortive alternative.
Questa situazione contribuisce ad alimentare il mercato degli aborti illegali. Molte donne scelgono di andare all’estero o di rivolgersi ai cosiddetti “cucchiai d’oro”, ginecologi che privatamente effettuano IVG: secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istituto superiore della Sanità sono stati circa 15.000 gli aborti clandestini. Ma questa cifra potrebbe essere sottostimata perché non tiene conto degli aborti delle donne immigrate che non si avvicinano alla sanità pubblica, soprattutto se clandestine. Le donne che abortiscono clandestinamente assumono farmaci impropri, comprati sottobanco o via internet, dalle conseguenze a volte mortali, o si affidano alle cure di neo-“mammane”, pericolose tanto quanto i farmaci impropri.
L’obiezione di coscienza è arrivata a livelli talmente alti da impedire alle donne l’esercizio di un diritto che ormai dovrebbe essere più che consolidato. Ma a dimostrazione che in Italia è invece l’obiezione di coscienza ad essere un diritto consolidato, e non l’aborto, arrivano le nuove multe previste dalla legge sulle depenalizzazioni che, anziché affrontare il problema, punisce in maniera ancora più aspra quelle donne che si trovano ad affrontare una delle difficoltà più grandi della loro vita. 
Oggi, in Italia, abortire seguendo la legge è spesso quasi impossibile. La percentuale di adesione all’obiezione di coscienza e la conseguente chiusura di numerosi presidi ginecologici, comporta trafile da incubo fra porte sbattute in faccia, pellegrinaggi alla ricerca di medici non obiettori, numeri da prendere al volo, prenotazioni, giornate perse, settimane che passano con il corpo che cambia e la gravidanza che procede inesorabile con conseguenze facilmente immaginabili. Questo significa che praticare l’interruzione di gravidanza è diventato per le donne italiane un percorso ad ostacoli e contro il tempo. La loro possibilità di autodeterminare la propria sessualità sia nella contraccezione sia nella maternità è sottoposta al ricatto di un’altra scelta, quella dell’obiezione di coscienza, frutto di una cultura maschilista che le preferisce succubi e relegate tra le mura domestiche ad accudire forza lavoro per il capitale.

 

L’utopia della maternità consapevole
La possibilità di autodeterminarsi sessualmente oscilla tra i due estremi della maternità e dell’aborto: togliere o ostacolare uno dei due produce uno sbilanciamento ed impedisce una scelta reale. In Italia tuttavia anche l’estremo della maternità è fortemente ostacolato. Per molte persone gli ostacoli sono legislativi e ne limitano drammaticamente la libertà di scelta, come per le coppie soggette ad infertilità la rigidissima legge 40 sulla procreazione assistita o per le coppie omosessuali l’impossibilità di adottare figli.  
In questo scenario kafkiano, si inserisce il Fertility day, cioè la cosiddetta giornata nazionale dedicata all'informazione e formazione sulla fertilità umana, è istituita a luglio dal governo. Il primo Fertility day si è svolto lo scorso 22 settembre, lanciato dalla ministra della salute Lorenzin, la stessa che nega vi sia in Italia un problema sull'obiezione di coscienza e sull'appplicabilità della 194, che si esprime a favore delle restrizioni della L. 40 e contro il decreto per l'adozione da parte di coppie omosessuali. Alla base dell'iniziativa, la necessità di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione, più in generale della maternità consapevole: in base agli ultimi dati Istat, che risalgono al 2014, il tasso di fecondità (vale a dire il numero medio di figli per donna) in Italia è tra i più bassi in Europa, appena l'1,37 per cento. Le città di Roma, Padova e Catania, con tutti gli altri comuni italiani che hanno aderito, hanno organizzato tavole rotonde con esperti della materia, operatori sanitari, rappresentanti degli ordini professionali e associazioni per discutere del tema. Oltre alla realizzazione di un sito apposito e alla produzione di materiale promozionale in formato scaricabile, per lanciare la giornata di sensibilizzazione sono state attivate due campagne di comunicazione, entrambe dagli esiti catastrofici: la prima ha scatenato pesanti polemiche sui social anche con interventi indignati di personaggi della cultura, dello spettacolo e della politica, al punto da costringere la ministra Lorenzin a ritirarla; la seconda, giudicata razzista, ha portato al licenziamento dell'addetto alle comunicazioni del ministero. Nonostante questa bufera di polemiche la giornata si è svolta secondo i programmi e, contemporaneamente alle iniziative istituzionali, nelle piazze è andato in scena il Fertility fake, movimento nato e cresciuto in rete per protestare contro l'idea veicolata dall'iniziativa che siano ammissibili soltanto la famiglia tradizionale e il figlio biologico, e contro una ministra che si preoccupa della scarsa fertilità della popolazione italiana, ma non delle ragioni per cui in Italia non si fanno figli. 
Da più parti sono state richieste le dimissioni della Lorenzin. Sarebbe facile unirsi a quel coro. Sarebbe facile ma inutile perché comunque non cambierebbe nulla. Seppur imbarazzante o “inguardabile” (per dirla con le parole di Renzi) l’operato della Lorenzin non è stato minimamente disconosciuto dal governo perché si tratta di un agire perfettamente allineato con le azioni dell’attuale governo in altri ambiti di intervento: il Jobs Act con la pesante accentuazione del precariato (come le statistiche dimostrano, le donne più facilmente entrano e rimangano nel mercato del lavoro con forme precarie e sottopagate a parità di mansioni con gli uomini), la Buona Scuola con la “deportazione” di migliaia di insegnanti (effetto che ha riguardato maggiormente le donne dal momento che sono in percentuale la maggioranza del corpo docente italiano), l’allungamento dell’età pensionistica (meta faticosamente raggiunta dalle donne a causa della loro prematura fuoriuscita dal mercato del lavoro, spesso anche per maternità, e comunque tragicamente al di sotto della soglia di povertà a causa della disparità salariale), i continui tagli a sanità ed istruzione con il conseguente impoverimento dei servizi (sono le donne a pagare il prezzo più alto delle riforme in questi settori: da un lato come utenti sono penalizzate perché la mancanza di servizi ricade interamente sulle loro spalle, dall’altro perché sono i settori in cui sono maggiormente impiegate: paradossalmente, una volta licenziate ed espulse dal mondo del lavoro, tornano a casa per dedicarsi alla cura di bambini, anziani e ammalati, per sopperire in questo modo alle mancanze dello Stato). Queste riforme hanno maggiormente gravato sulle spalle delle donne, peggiorandone una situazione già compromessa di inserimento e permanenza nel mondo del lavoro, costringendole spesso a fuoriuscite forzate per rimanere tra le mura domestiche a gestire i carichi familiari di accudimento e cura, sempre più spesso oggetto di una violenza da cui è quasi impossibile sottrarsi senza autonomia economica e senza punti di riferimento, visti anche i tagli ai finanziamenti per i centri antiviolenza.

 

Contro l’attacco all’autodeterminazione delle donne 
Questa campagna costituisce l’ennesimo affondo all’autodeterminazione delle donne, nella misura in cui le invita apertamente a recuperare di propria volontà il ruolo di “angelo del focolare”. E’ un invito che non può andare disatteso:  infatti, la strada da percorrere, se si decide di fare altre scelte, è talmente accidentata e piena di ostacoli da risultare impraticabile. Stiamo assistendo ad un attacco all’autodeterminazione delle donne oggi più scoperto e feroce. In questo periodo di crisi economica di cui non si vede la fine, il sistema capitalistico cerca di imporre le proprie logiche utilitaristiche a livello locale e globale per mantenere saldo il controllo sociale e il dominio di una classe su un’altra; cerca di spingere le donne fuori dal mercato del lavoro per far posto agli uomini e di relegarle tra le mura domestiche a svolgere la loro “naturale” funzione riproduttiva, di cura e di accudimento di bambini, malati e anziani, in sostituzione di quei servizi che i continui tagli alla spesa pubblica stanno limitando drasticamente.  
Il diritto ad una procreazione e ad una sessualità libere e responsabili per le donne deve essere difeso attraverso la lotta per un’educazione sessuale laica e libera da pregiudizi, per l’accesso gratuito alle misure anticoncezionali, per il potenziamento dei consultori pubblici, per un aborto libero, gratuito e sicuro. Inoltre, per consentire alle donne di ottenere indipendenza ed autonomia, rivendichiamo il pieno impiego contro flessibilità e precarizzazione, uguali salari per uguali mansioni e servizi pubblici sotto il controllo delle donne e degli operatori come asili nido, lavanderie e mense sociali di quartiere, centri per anziani e disabili. Queste lotte costituiscono parte integrante della guerra al sistema capitalista, una guerra che è necessario portare avanti per poter schiudere un futuro di progresso e costruire una società libera da ogni forma di oppressione.

Leggi l'articolo dal sito del Partito di Alternativa Comunista

http://www.alternativacomunista.it/content/view/2352/1/

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