lunedì 10 ottobre 2016

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo apparso su Sicilia libertaria

sindacalismo di base
SCIOPERI & GENERALI

E’ diventata ormai abitudine nel mondo variegato del sindacalismo di base, indire scioperi generali che di questo hanno solo il nome. A caratterizzarli è, infatti, la disgregazione tra le stesse sigle sindacali e la frammentazione dei loro aderenti, che, anche nelle occasioni migliori, porterà alla realizzazione di discreti scioperi in qualche realtà produttiva o servizio pubblico, nel totale disinteresse e funzionamento della macchina produttiva generale.
E’ notorio quali difficoltà si incontrino oggi nel promuovere forme di mobilitazioni degne di questo nome e che possano in parte portare a una certa paralisi di un qualche comparto a livello nazionale (quasi sempre ciò avviene in ambito regionale o locale). Ma proprio la consapevolezza di questa difficoltà dovrebbe indurre a maggior saggezza i promotori di tali scioperi generali.
Proprio qui sta uno dei maggiori limiti e ostacoli allo sviluppo di un processo di mobilitazione sociale in Italia. Sta nei “generali”, in quei vertici che da anni dirigono i sindacati di base, ovvero un arcipelago di sigle fortemente minoritarie, di cui alcune sono più minoritarie di altre, tanto che, in questi casi, più che di generali potremmo parlare di sergenti al comando di scarni drappelli.
I generali, da anni, più che la lotta di classe promuovono la supremazia della propria sigla, gestiscono scissioni e riaggregazioni, sempre in nome dei “lavoratori”, sempre definendo “Unione”, “Unitaria”, ecc. la propria organizzazione, esattamente come fanno la miriade di partitini della galassia marxista, che più si scindono e sono minuscoli più si dicono unitari.
E così anche gli scioperi generali diventano strumento di queste politiche, dove conta più il numero di bandiere sventolate che il numero di fabbriche o scuole rimaste chiuse o di stazioni e aeroporti bloccati.
Non è un caso che a furia di proseguire per questa china suicida si è arrivati oggi ad aver svuotato di contenuto il termine “sciopero generale”, che non ha nessun appeal per i lavoratori, salvo i pochi coinvolti più direttamente.
Questo mese di ottobre la situazione si ripete: USB, UNICOBAS e USI (Lazio) hanno indetto uno “sciopero generale” per la difesa dei diritti del lavoro e dello stato sociale, per difendere ed applicare la Costituzione del 1948, per dire basta al governo Renzi e al massacro sociale. Uno sciopero totalmente coinvolto nella campagna per il No al referendum costituzionale, che coinvolge una parte del mondo sindacale di base. La CUB a sua volta ha indetto per il 4 novembre il suo “sciopero generale”, in compagnia dell’USI AIT contro le politiche di guerra, l’accordo sulla rappresentanza e l’attacco generale alle condizioni dei lavoratori, dei pensionati, ecc.. La sommatoria di due debolezze non fa una forza, ma fa una grande debolezza; questo però non scoraggia i generali dal perseverare in questa pratica di divisione, coltivazione  di orticelli, rispondere a logiche politiche tutte esterne alla condizione di classe.
Il 21 uno sciopero tutto proiettato nelle dinamiche politico-parlamentari italiane, che non a caso precede un No Renzi day che esplicita ancor di più queste intenzioni; il 4 uno sciopero che non ha preso nemmeno in considerazione il fatto che per quella data il comparto dei trasporti è notoriamente sottoposto al periodo di “franchigia”  per  via delle  regolamentazioni  applicative  della  Legge 146/90  e della  Legge 83/00  nel settore  ferroviario,  in  quello  aereo-aeroportuale,  nel  trasporto  pubblico  locale,  ed  in quello della circolazione e sicurezza autostradale, cioè in quei settori che, in genere - ed in maniera decisiva nelle ultime proclamazioni di scioperi generali - riescono a paralizzare la mobilità nel Paese e a far scoprire ai più che era stato proclamato uno sciopero generale da parte del sindacalismo di base. Senza dire che il 4 novembre essendo una festività soppressa, comporterà una doppia trattenuta per chi sciopera.
I generali continuano ad attuare linee politiche affette da cecità pur di conquistare qualche punticino di notorietà, qualche rigo in più sui quotidiani e forse raggranellare qualche nuovo iscritto, senza riuscire, invece, a fare uno sforzo per raggiungere accordi e patti, anche minimali, che facciano convergere non dico le piattaforme, ma almeno le date, di questi sempre più fantomatici scioperi generali.
Se oltre venti anni di sindacalismo di base in Italia hanno condotto a questo, vuol dire che siamo messi proprio male. E siccome male ci siamo proprio messi, eccome - nonostante le valide e spesso valorose eccezioni sparse per tutto il paese, comprese le sigle in oggetto - vuol dire che occorre muoversi per togliere più potere possibile ai generali e cominciare ad attuare quel “di base” che aveva fatto tanto ben sperare e che ha indotto migliaia di lavoratori a dedicare la loro esistenza alla costruzione di un nuovo fronte di lotta e di resistenza dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, degli immigrati, dei senza casa, degli inquilini, eccetera, per farla finita con i sindacati statali in mano ai burocrati e ai culi di piombo, attivi solo nel difendere il loro potere, i loro privilegi e il sistema capitalista che glieli garantisce molto volentieri in cambio di servigi da pompieri e cani da guardia.
Se oggi non si è in grado di procedere con una ricomposizione - di fatto, non di sigla - del mondo del sindacalismo di base, unito su alcuni obiettivi prioritari che possano ridare dignità agli sfruttati, allora vuol dire che c’è troppo di sbagliato in quel che si è fatto e che vanno intrapresi con urgenza dei seri correttivi. Prima che sia troppo tardi.
Libero Siciliano

apparso su Sicilia libertaria n. 365, ottobre 2016. info@sicilialibertaria.it

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