giovedì 16 febbraio 2017

Articolo estratto dal nuovo numero di Cub Rail

LA RETORICA DI CLASSE E LA LOTTA CHE NON BASTA


Veniamo dall'ennesima stagione di rinnovi contrattuali al ribasso, un andamento che ha portato negli ultimi decenni, allo schiacciamento dei diritti dei lavoratori italiani, già colpiti da pesanti interventi governativi quali la legge 30/2003, la legge Fornero, l'abolizione dell'articolo 18, la polverizzazione delle vertenze decentrate...  solo per citarne alcune.

Segnaliamo fra i nuovi CCNL che hanno segnato l'ennesimo smacco per i lavoratori quello dei Metalmeccanici, quello del Trasporto Pubblico Locale, quello della Logistica, quello dell'Igiene Ambientale, il nostro delle Attività Ferroviarie e Gruppo FSI...
Una disfatta generale a cui fanno eco le grandi operazioni speculative, che hanno visto la  mattanza di migliaia di posti di lavoro, a suon di Jobs Act, subappalti e delocalizzazioni.
A ciò si aggiungono le innumerevoli vertenze minori e locali, cui sono risospinte le contrattazioni alleggerite dal CCNL e che ne possono persino mutare i contenuti, in cui i lavoratori risultano ricattati, abbandonati e sconfitti.
Le caratteristiche generali e costanti dei nuovi CCNL sono l'aumento della produttività a compenso zero (anche per contratti scaduti da anni), l'abbassamento delle tutele, la maggiore precarietà, percorsi di privatizzazione ed esternalizzazione delle lavorazioni attraverso generazioni di controllate che smembrano i grandi gruppi industriali, la sottovalutazione della cultura della sicurezza e il sotto-dimensionamento degli investimenti dedicati alla stessa.
Un altro elemento persistente dei Ccnl siglati è rappresentato dall'apparato sanzionatorio, composto di impianti disciplinari sempre più repressivi, codici etici ed obbligo di fedeltà; misure appositamente studiate per sferzare ogni sussulto e dissenso sul posto di lavoro, punendo puntualmente i lavoratori non allineati e non collusi, estromettendo le lotte dalle realtà lavorative.
Paradossalmente il regime, mentre tradisce i fondamenti partigiani del diritto al lavoro, recupera la disciplina fascista antioperaia che il capitalismo italiano aveva già sostenuto dal ventennio fino agli anni '60 senza pagarne alcun dazio, nella nuova veste del sorriso televisivo e dell'occultamento del conflitto.
Tale tunnel disastroso è anche il frutto della evidente commistione con le logiche del potere dei sindacati confederali maggioritari, che hanno abdicato ad una cultura del lavoro alternativa e antagonista, per sposare l'impresa capitalistica come modello e il suo interesse come unità fondamentale della redistribuzione del benessere sociale.
Tali sindacati hanno infatti ancorato negli anni la propria forza organizzativa e la propria ricchezza economica nelle maglie del sistema, proteggendo la propria struttura fatta di distacchi sindacali, carriere, interessi economici (vedi fondi pensione, commissioni paritetiche, agenzie formative, travasi nella dirigenza aziendale e un assalto al collocamento) divenendo essi stessi aziende: L'azienda nella testa, nel linguaggio, nel pragmatismo che accetta questa cornice storica di subalternità. 
La Firma dei CCNL è pertanto per le sigle concertative epilogo imprescindibile della trattativa, una dinamica interessata (a rimanere unici gestori della controparte, non per consenso ma per riconoscimento aziendale attraverso la norma della Rappresentanza) nella quale i diritti di chi lavora e di chi vuole lavorare sono solo un corollario teatrale e dove gli interpreti tolgono ai lavoratori cento per ridargli ingannevolmente cinque.




I REFERENDUM SUI CCNL



Ai rinnovi contrattuali sono seguiti come di consueto i referendum di ratifica degli stessi.
La questione non è di poco conto, infatti nonostante l'evidenza dei peggioramenti contrattuali e la battaglia sincera di tanti attivisti e lavoratori per un esito differente, ancora una volta la tornata referendaria ha sancito una maggioranza, sebbene non verificabile, di lavoratori a favore del SI.
Tale risultato è il frutto di meccanismi elettorali ambigui e articolazioni dei collegi di voto furbescamente studiate e organizzate, peraltro il controllo dei voti viene affidato ai soli sindacati firmatari, senza alcuna possibilità di contraddittorio.
Vanno comunque considerati altri fattori che hanno certamente pesato sul voto.
La prima questione è la paura; la situazione di disoccupazione di massa, le regole che consentono licenziamenti massicci e indiscriminati, le grandi crisi aziendali degli ultimi anni...  hanno marchiato a fuoco nell'animo di tanti lavoratori, un sentimento di timore e incertezza a cui si è aggiunta una propaganda terroristica dei sindacati firmatari (“altrimenti il diluvio”), per costringere i lavoratori a recepire le imposizioni di azienda e sindacati firmatari, piegandosi alla umiliazione del consenso.
Altro limite determinante è rappresentato dalla attuale divisione dei lavoratori; in FS dopo le dure lotte degli ultimi mesi, azienda e sindacati complici hanno optato per procedere nel processo di privatizzazione gradualmente, colpendo in primis Cargo trasformata in Mercitalia, senza infierire subito sugli altri comparti, tecnica funzionale (e purtroppo efficace) a contenere il dissenso. 
La condanna di un gruppo di lavoratori è sembrata accettabile agli altri, indotti a sentirsi salvati, ignorando che a breve, avranno essi stessi la canna della pistola girata sulle loro tempie. 
Infatti nonostante il contratto sia siglato per solo un anno e la consapevolezza diffusa di un destino presto o tardi comune, molti lavoratori hanno scelto di non vedere e non sapere, accontentandosi di contare gli spiccioli invece di ribellarsi alle ingiustizie siglate.
Non è un caso che proprio in Fs, uno dei settori più conflittuali con 15 scioperi nazionali organizzati unitariamente dai sindacati di base negli ultimi due anni (nonostante la legge 146/90 ammazza scioperi), si è concesso qualche euro in più che in altri settori, molto meno di quanto davvero dovuto ma abbastanza per ammansire i lavoratori, purtroppo soddisfatti del “fuori si sta peggio”. 
Le battaglie di assemblee-piattaforme-sciopero etc. svolte intensamente durante tutto il 2016 con il sindacalismo di base hanno almeno: prima ritardato/scadenzato nel tempo la ristrutturazione, poi -nell'ottica dei lavoratori che pure poi hanno votato a favore del ccnl- potuto pretendere un prezzo più alto sul tavolo negoziale. Dal Piano d'impresa/firma del ccnl il meccanismo falciatore ha ripreso il suo ritmo battente.
Una nota a parte va fatta per i referendum sul contratto dei metalmeccanici e per quello del rinnovo del trasporto pubblico locale, dove seppur con percentuali simili nel complesso agli altri settori (51,71% dei votanti, 82% di SI), abbiamo assistito a forti vittorie del NO in importanti aziende del paese, in prevalente relazione alle possibilità dei rappresentanti del NO di intervenire nelle assemblee ed anche ad una vivace mobilitazione, sopratutto nel comparto metalmeccanici.
In tali situazioni, non solo il sindacalismo di base, ma anche spezzoni dissidenti dei sindacati confederali firmatari, hanno sostenuto le ragioni del NO, rimanendo tuttavia questi nei ranghi delle rispettive organizzazioni. Ciò è a nostro avviso, con il massimo rispetto per battaglie in corso, è la dimostrazione di come le grandi sigle confederali siano oggi in grado di governare la dialettica sindacale, infatti le realtà border line che militano come minoranze critiche nei sindacati, sono utilizzate dalle strutture nazionali come elastici, che aggregano le aree interne più scontente,  trattenendole in ultima analisi dentro la dimora. 
I referendum sui CCNL risultano dunque in definiva  solo inganni strumentali, utili alle sigle firmatarie per ratificare e suggellare gli accordi indecorosi siglati con le aziende.




LIMITI AUTOREFERENZIALI DEL SINDACALISMO CONFLITTUALE



La gravosa condizione attuale dei diritti del lavoro e per il lavoro è anche il segno evidente della debolezza del sindacalismo di base. 
Oggi le tante sigle del sindacalismo di base, polverizzate e contrapposte, sono impegnate in una lotta commerciale per conquistare il segmento sindacale conflittuale, prediligendo lo scontro egemonico, invece dell'opposizione unitaria ed efficace contro il padronato; indebolendo così la classe operaia e favorendo lo strapotere dei sindacati concertativi, per l'incapacità di rappresentare una alternativa credibile.
Di fatto anche nel sindacalismo di base vi sono oggi apparati stabili e costosi, così l'approvvigionamento economico diventa meccanismo e fine primario delle energie sindacali.
Invero alcuni principi basilari come la rotazione delle cariche dirigenziali e dei funzionari, non trovano oggi applicazione in nessuna sigla di base. 
Questo al di la dei toni retorici di appello alla lotta di classe e al sindacalismo di classe, richiami spesso propagandistici, lontani dalla volontà reale di restituire alla classe operaia e proletaria il centro dell'iniziativa.
Anzi il richiamo a terminologie diverse maschera spesso tendenze centripete, attraverso cui si fanno avanti  tentativi di centralizzazione organizzativa, che se non respinti rischiano di schiacciare la libertà di azione delle realtà locali e settoriali, spostando l'asse decisionale dalle lotte nei posti di lavoro alle segreterie sindacali nazionali, anteponendo gli interessi di struttura a quelli dei lavoratori.
Processo peraltro similare alla normalizzazione compatibilista già percorsa da Cgil, Cisl, Uil, sigle anch'esse autrici di grandi battaglie sindacali fino agli anni ‘70, per poi progressivamente ridursi a vassalli del padronato. E' per noi evidente che un sindacato di classe deve essere anche sindacato di base se non vuole tradire le istanze tangibili dei lavoratori.




RAPPRESENTANZA E PROSPETTIVE



Una delle maggiori trappole padronali, elaborata da Confindustria e accolta con entusiasmo da Cgil, Cisl e Uil, è rappresentata dal Testo Unico sulla Rappresentanza. L'accordo vergogna sulla rappresentanza, per ora attivo solo nel settore privato, impone alle organizzazioni sindacali che vogliono partecipare alle forme di rappresentanza riconosciute dalle aziende (RSU, RSA, RLS), di rinunciare alla propria conflittualità (a partire dalla autolimitazione del diritto di sciopero) e in generale eliminare ogni forma di difformità/dissenso/discussione lungo l'impalcatura organizzativa, per lasciare solo le posizioni prese dai vertici.
Tale patto segna sicuramente un guado nel sindacalismo tutto, più di quanto molti abbiano capito.
Va intanto detto che alcune delle maggiori organizzazioni del sindacalismo di base hanno accettato questo accordo, infatti prima Cobas e poi Usb seppur con toni diversi, si sono piegate al ricatto padronale pur di mantenere le rappresentanze ufficiali, percepite come unico modo possibile per organizzare i lavoratori, dimostrando di fatto una preoccupante deriva normalizzante.
D'altro lato le organizzazioni che non hanno firmato tale accordo, sono comunque impegnante nel recuperare la possibilità di tali spazi istituzionali, senza cogliere l'occasione vera di una radicalizzazione dell'attività organizzativa, restituendo alle assemblee dei lavoratori l'unico vero centro di discussione e definizione delle vertenze, che non possono quindi che determinarsi come unitarie, conquistando sul campo, senza distacchi sindacali o favori del padrone, attraverso gli scioperi e le lotte, la reale rappresentatività dei lavoratori.
Invece l'accordo vergogna sulla rappresentanza è oggi preso a pretesto per fomentare gli scontri interni al sindacalismo di base, trasformando strumentalmente questo attacco padronale, in una occasione di incursione e scorreria nelle fila delle sigle concorrenti.
Noi siamo convinti che l'accordo della vergogna peserà come un macigno sui sindacati di base che lo hanno siglato, ciononostante il nostro metodo convinto resta solidale e unitario, pertanto non rinunceremo a unire le lotte e i lavoratori.
Riteniamo anche fondamentale diversificare i mezzi di aggregazione rispetto al semplice tesseramento, rilanciando le casse di solidarietà e i giornali di settore.  Nel comparto Fs è infatti attiva da anni una cassa nazionale di solidarietà e resistenza che finanzia la battaglia per i ferrovieri licenziati e in alcune realtà territoriali esistono anche casse di solidarietà locali.
Inoltre curiamo con passione ed energia la redazione di CUB RAIL, nostro giornale di collegamento dei ferrovieri e non solo.
IN DEFINITIVA crediamo che per conquistare un futuro di dignità e giustizia non serva costruire (grandi) realtà sindacali conflittuali se per far questo diventano organiche al sistema; piuttosto dobbiamo impegnarci per edificare un sentimento rivoluzionario della propria dignità umana, connesso con una capacità critica matura diffusa (che sappiano collegare il particolare e l'universale e vedere l'uguale nel diverso) e una conseguente capacità di stendere le relazioni organizzanti, che prescinda nel proprio operare, dalle lusinghe e dai meccanismi borghesi, contrastando opportunismi e parabole gattopardesche, rivendicando un diverso modello sociale ed economico, più civile e più umano.



Cub Rail - Ferrovieri Cub
(Per info e abbonamenti scrivere a alpmex652@gmail.com)

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