lunedì 29 giugno 2015

Cgil: una crisi sempre più profonda

Articolo di Nando Simeone da lacittafutura.it

I plurimi attacchi del governo Renzi al mondo del lavoro approfondiscono una lacerante crisi del sindacato, in particolare della Cgil, e del movimento operaio in Italia. Ma oggi più che mai si avverte l’esigenza di ricostruire un sindacato autonomo, di massa, democratico e di classe.



Lo stravolgimento dello Statuto dei Lavoratori, l’avvento del Jobs Act, la cancellazione dell’articolo 18 e l’applicazione dell’accordo del 10 di gennaio, chiudono un ciclo storico di “fare sindacato” basato sulla centralità del lavoratore “garantito”, con una minoranza di lavoratori precari e senza diritti che, comunque, dopo un periodo più o meno travagliato, arrivava alla piena stabilizzazione; questo processo subirà una netta inversione di tendenza e nel breve e medio periodo avremo una composizione di classe esattamente a parti invertite.
Siamo di fronte ad una sconfitta storica che spingerà il maggior sindacato italiano, la Cgil, verso un modello sindacale corporativo ed aziendalista, modello già in parte praticato dalla CISL. Solo la ripresa di un nuovo ciclo di lotte potrà arrestare questo lento e graduale processo degenerativo del sindacato.
Le lotte e le vertenze sono tantissime, la quasi totalità sono di natura difensiva, cioè di risposta all’attacco della controparte padronale. Altra caratteristica di queste lotte è la sua natura fortemente parcellizzata e frammentata, mentre molte di esse entrano in conflitto con la dirigenza burocratica del sindacato, se non addirittura sviluppandosi in alternativa ad essa. La difficoltà è duplice in quanto si intrecciano due assenze: quella di un sindacato degno di questo nome e quello di una forza politica di una sinistra di classe con un’influenza di massa che abbiano la capacità e la credibilità di unificare le tante lotte disperse e frammentate. Questa duplice assenza è anche il motivo per cui, nel nostro Paese, da troppo tempo manca un movimento di massa generale di opposizione alle politiche di austerity.
Se guardiamo ad uno dei movimenti di massa più profondo degli ultimi 20 anni - parliamo della straordinaria lotta dei lavoratori della scuola contro la cosiddetta buona scuola del Governo Renzi - viene confermata ancora una volta la natura contraddittoria della burocrazia sindacale, in particolare quella della Cgil, con un grande ruolo nella promozione e tenuta della lotta e contemporaneamente rinuncia a generalizzarla, proprio in un settore come la scuola che strutturalmente ha delle caratteristiche “generali” , docenti, lavoratori non docenti, studenti, genitori insieme rappresentano un settore importante della società, capace di esercitare una egemonia nel complesso della società tutta. Perché questo? Abbiamo detto della natura contraddittoria della burocrazia che promuove e gestisce le lotte per mantenere un controllo sui lavoratori e, contemporaneamente, non spinge oltre perché il suo partito di riferimento, il PD, è al governo.
Sia pure con molte contraddizioni, il gruppo dirigente della Cgil mantiene rapporti stabili con il PD avendo come riferimento politico la sua sinistra interna. Le schermaglie tra Renzi e la Camusso si sono prodotte più su un terreno “televisivo e giornalistico” che in una reale rottura politica, i legami tra i dirigenti Cgil e i dirigenti del PD, sopratutto sul piano locale, non hanno subito nessuna incrinatura, prova ne siano le numerose candidature dei dirigenti Cgil nelle recenti elezioni regionali.
L’esempio più eclatante è il rapporto tra la dirigenza Cgil e il PD romano dove nemmeno dopo la seconda puntata di Mafia Capitale e i provvedimenti anti-operai che questa amministrazione ha portato avanti contro i circa 23 mila lavoratori del Comune e delle aziende partecipate, circa 29 mila lavoratori, ha provato a sviluppare una mobilitazione incisiva. Esistono ancora oggi le condizioni per poter unificare le lotte dei lavoratori del Comune con quelle delle aziende comunali per non parlare delle tante vertenze negli appalti, ma questa strategia produrrebbe sicuramente la caduta della Giunta Marino, già fortemente delegittimata non solo per le sue politiche antipopolari ma anche per il vergognoso scandalo di Mafia Capitale. Evidentemente una scelta di questo tipo non è nel DNA dell’attuale gruppo dirigente del sindacato. Meglio non disturbare il manovratore e lasciare sole le tante vertenze ed accompagnare i processi di ristrutturazione. Questa pratica, alla fine, finisce per minare alla base la stessa forza del sindacato e, in ultima analisi, ne approfondisce la crisi.
Perché allora costruire una corrente classista all’interno di sindacato così burocratico? Innanzitutto c’è una questione politica di fondo, il sindacato di massa è oggettivamente l’espressione della forza collettiva della classe, nei momenti di pace sociale, di fronte ai padroni. Quando oggi si dice che nei Paesi capitalistici avanzati gli apparati sindacali tendono a divenire delle istituzioni “sindacato dei servizi” che servono unicamente a risolvere problemi di pensione e di assegni familiari ecc. ecc., questa constatazione è, in larga misura, oggettivamente esatta. Ma non si deve dimenticare che se questo apparato sindacale non esistesse affatto i lavoratori sarebbero condannati a cercare di risolvere i problemi in modo individuale; il rapporto di forza sarebbe infinitamente più sfavorevole. La funzione degli apparati sindacali è, in ultima analisi, di portare nel confronto con la controparte tutto il peso della forza collettiva della classe lavoratrice e di modificarne l’esito in modo decisivo.
Nello stesso tempo affermiamo con chiarezza che vi è la necessità di costruire quel sindacato di classe e di massa, fondato su basi democratiche, che oggi non esiste e che non sarà un processo di breve periodo o che si possa costruire dal semplice assemblaggio dei gruppi dirigenti del sindacalismo di base e della sinistra CGIL.
Anche per questi motivi è importante avere una area programmatica di classe in CGIL. È una priorità politica e sindacale creare un’area organizzata attraverso una rete di delegati e delegate per provare a modificare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro che, in ultima analisi, sono i soli che modificano i rapporti di forza complessivi tra le classi. Occorre perciò un nuovo sindacato di classe democratico e di massa.
Questo deve essere l’orientamento strategico per qualsiasi forza politica della sinistra di classe in questa fase storica, dove si avverte fortissima la pratica di una politica consapevole di ricostruzione della coscienza e della necessità di una organizzazione sindacale di massa, autonoma, democratica e classista.
Sicuramente i punti da cui partire, senza produrre forzature, sono i sindacati di base e l’opposizione di sinistra in Cgil ma occorre anche, e soprattutto, un nuovo protagonismo della classe lavoratrice. Gli steccati si possono superare e le ricomposizioni produrre solo di fronte a grandi avvenimenti e mobilitazioni di massa che spingono tutti i protagonisti a ripensare posizioni politiche e forme organizzative e che possono permettere l’emergere delle strutture di autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Non possiamo prevedere quando e come analoghe potenzialità si produrranno. Sarà la concreta dinamica della lotta di classe a produrre le ricomposizioni, come nel 1968-69, e una nuova fase di autoorganizzazione di massa, come nel 1992-93. Possiamo però lavorare per favorire al massimo la costruzione delle resistenze sociali e rafforzare tutte le iniziative critiche e di opposizione contro le scelte dei gruppi dirigenti confederali, sia dentro la CGIL, costruendo e rafforzando l’ area di opposizione al suo interno, le sue iniziative e quelle unitarie di tutte le sinistre, sia fuori di essa, spingendo verso la convergenza e, laddove possibile, anche a un forte livello di unità d’azione dei e coi sindacati di base. La presenza e il lavoro nelle strutture della CGIL resta ineludibile e si basa sul fatto che essa raccoglie ampi settori di lavoratori con cui è necessario interloquire, lottare insieme, se possibile, e costruire un’ unità di intenti con i quadri più critici e maturi, consapevoli delle necessità di dare risposte adeguate alle esigenze dei lavoratori.

Rimane centrale la costruzione dell’area classista , Il Sindacato è un’altra Cosa-Opposizione CGIL, basata sulla centralità dei delegati, per riunificare le lotte e costruire l’unità con tutto il sindacalismo conflittuale e di base e con i movimenti sociali, per promuovere lotte e mobilitazioni di resistenza contro le politiche di austerità; è il compito prioritario su cui impegnarsi nel prossimo periodo.

sabato 27 giugno 2015

7 LUGLIO, NAPOLI - ANTI-CONCERTONE PER I LICENZIATI DI POMIGLIANO

No ai Licenziamenti Politici, FCA, Fiat, Pomigliano, NoAusterity, No alla repressione padronale, No Repressione Lotte


Il 4 giugno 2014 cinque operai delle fabbriche Fiat di Pomigliano e di Nola, uno già licenziato, gli altri quattro in cassa integrazione, esposero un patibolo ed un fantoccio raffigurante il volto dell’amministratore delegato della FCA, Sergio Marchionne, una forma di protesta molto forte e provocatoria messa in atto per manifestare contro i due suicidi dei cassintegrati dell’impianto nolano Pino De Crescenzo, morto nel febbraio dell’anno scorso, e Maria Baratto, che si tolse la vita tre mesi dopo. Il significato era chiaro: di fatto il “mandante” veniva individuato proprio Marchionne con le sue politiche antioperaie. Al manichino appesero un cartello, come fosse una sorta di “testamento” del manager, con la scritta “Perdonatemi per i morti che ho provocato” davanti alla Fiat di Nola. Nessuna minaccia, nessun attentato, soltanto una forma di protesta diretta a chi, secondo gli operai coinvolti, aveva quelle morti sulla coscienza.
Marchionne in prima persona licenziava allora tutti e cinque gli operai, per “atti che oltre a integrare un intollerabile incitamento alla violenza costituiscono palese violazione del rapporto di lavoro”.
Il tribunale verso cui furono indirizzati i ricorsi dette ragione all’azienda. “Con una sentenza monca di valutazioni politiche e sociali oggettive”, come sottolineato dalle organizzazioni sindacali di base, il giudice del lavoro di Nola respinse il ricorso finalizzato al reintegro negli organici, dei cinque attivisti del Comitato di lotta Fiat. Nelle motivazioni il magistrato spiegò sostanzialmente che “si tratta di licenziamenti giustificati perché la condotta dei ricorrenti ha leso l’immagine dell’azienda e fatto venire meno il rapporto fiduciario”. Per il tribunale il percorso aziendale (e le decisioni di Marchionne)  era “legittimo” mentre si sa, è questa la valutazione di chi protesta, quanto siano stati illegittimi i tagli, le angherie, i licenziamenti e la cassa integrazione e la negazione di tutti i diritti dei lavoratori Fiat passati sotto le condizioni capestro di un referendum che a suo tempo fu solo “un bere o affogare” pur di continuare a lavorare per dare il pane ai propri figli.
Mimmo Mignano, uno dei cinque operai, sostenuto dai suoi compagni, salì per protesta su una gru in Piazza Municipio e vi rimase per diversi giorni fino allo stremo. Mimmo chiedeva il reintegro di tutti e cinque gli ex operai Fiat.
In questi giorni, il noto sassofonista Daniele Sepe, sensibile a queste tematiche, ha lanciato un appello, a sostegno ed in solidarietà dei cinque licenziati politici dalla Fiat modello Marchionne, per un concerto da tenere il 7 luglio in Piazza Dante a Napoli, dove si esibiranno, oltre lo stesso Daniele Sepe, numerosissimi artisti napoletani e non solo, a titolo assolutamente gratuito, affinchè questa vicenda esca dal buio calato dai media, affinché possano ritornare al lavoro i cinque padri di famiglia, affinché episodi del genere non ne accadano più.
All’appello hanno risposto in tantissimi, artisti e realtà politiche territoriali, un “anti concertone” dove non c’è nulla da festeggiare per la classe lavoratrice al tempo della crisi.
Al momento, mentre le adesioni arrivano sempre più numerose e variegate, all’ “anti concertone” sono sicuri della partecipazione tra gli altri:
The collettivo
Foja
La maschera
Tartaglia&Aneuro
Nelson
Shaone
‘O Rom
Ar Meitheal
Calatia
Demonilla
Aldolà Chivalà
Napoli Extracomunitaria
Mc Mariotto
Maldestro
Gnut
Pier Macchié
Dolores Melodia
Gatos do mar
Piero Gallo
Jah Farmer & Nah Deal Band
Matteo Marolla e Zumpinária Banda
Delucao + Laye Ba
Bisca
Voodo Miles
Blindur
Mario Insenga
Antonello Cossia
Maurizio Capone
Captain Sepe & funky crew.

Daniele Sepe e gli organizzatori dell’evento chiedono alla cittadinanza una partecipazione attiva sulle tematiche del NON LAVORO nella Regione Campania, per dare un segnale che sia forte e finalmente di svolta in un clima che sembra assopito pur di fronte a questa drammatica emergenza.
Allo stesso tempo invitano tutti gli artisti, di Napoli e non, sensibili a queste tematiche, a salire su quel palco di Piazza Dante il 7 luglio.

tratto dal sito : http://www.coordinamentonoausterity.org/

Una legge per l’Endometriosi

Di Valentina de Paolis

Serve una legge per l’endometriosi. Nel precedente articolo endometriosi e sintomi, il male invisibile delle donne  vi ho parlato dell’Endometriosi, una patologia cronica ed invalidante che colpisce circa tre milioni di donne solo in Italia, oggi voglio approfondire l’argomento parlando di una battaglia che queste donne stanno portando avanti da molto tempo, quella per il riconoscimento dei propri diritti. Ad oggi purtroppo non esiste una legge Nazionale che tuteli le persone affette da questa patologia e per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni è stata lanciata una nuova petizione on-line per sostenere le donne in questa lotta. (Alla fine dell’articolo troverete il link per firmare la richiesta di una legge Nazionale indirizzata al Ministero della Salute e al Ministro Beatrice Lorenzin.)


Alcune Regioni si sono attivate indipendentemente, prima tra tutte il Friuli Venezia Giulia che ha approvato nel 2012  la legge  18/2012 “Disposizioni per la tutela delle donne affette da endometriosi. A seguire l’ottimo esempio con alcune proposte di legge; la Puglia, il Molise, la Sardegna, ed infine la Campania. Tutte queste leggi e le proposte  sono senza dubbio un primo importante passo in avanti e si prefiggono come obiettivi; La promozione e prevenzione della patologia per ottenere una diagnosi precoce, la promozione della conoscenza sugli effetti sociali nella vita delle donne, il riconoscimento dell’ associazionismo specifico, la creazione di un registro e osservatorio regionale dove raccogliere dati e statistiche al fine di  monitorare i casi, le azioni di diagnosi, le  cure,  la formazione medica ed infine l’istituzione di una giornata regionale dedicata all’endometriosi


Tutto questo non basta comunque, in quanto la situazione delle donne malate di Endometriosi si fa sempre più complessa e c’è l’impellente necessità di una legge Nazionale che tuteli tutte le donne, nessuna esclusa. Fin quando le Istituzioni non riconosceranno questa patologia come cronica ed invalidante le donne continueranno a perdere il posto di lavoro in quanto non giustificate per le assenze e non tutelate da alcuna legge che ne stabilisca le previsioni di orari e mansioni compatibili con il proprio stato di salute. I costi della malattia sono davvero elevati per comprendere quanto basta immaginare i seguenti aspetti: non esiste un codice di esenzione per patologia pertanto visite, esami e farmaci sono tutti a pagamento, non ci sono centri specializzati in tutte le città e moltissime donne per raggiungere il luogo di cura devono spostarsi di cinquecento chilometri o più con tutte le spese che questo comporta, la perdita di produttività lavorativa che si trasforma spesso in permessi non retribuiti o negati, la mancanza o la perdita di un impiego perché le donne non  hanno diritto all’accesso al collocamento mirato. Altri aspetti  rilevanti sono la mancanza di un registro nazionale della patologia che permetta di avere dati e statistiche reali sull’intero territorio e la scarsa presenza di centri muniti di equipe multidisciplinari, in quanto la patologia è così complessa e coinvolge organi così differenti da necessitare delle seguenti figure professionali : ginecologo, ecografista, radiologo, chirurgo intestinale, urologo, nutrizionista e psicologo.

Aiuta anche tu le donne con Endometriosi che si battono per i loro diritti, firma anche tu questa petizione 

https://www.change.org/p/ministro-beatrice-lorenzin-ministero-della-salute-gentilissimo-ministro-stiamo-ancora-aspettando-legge-nazionale-per-l-endometriosi-codice-di-esenzione-per-patologia-fascia-invalidante-che-consenta-il-collocamento-mirato-registro-nazionale-della-pato 

domenica 21 giugno 2015

COMUNICATO DELLE LAVORATRICI E LAVORATORI FCA


Riteniamo inaccettabile il comportamento di FCA che adotta sistemi di controllo e repressione sui propri dipendenti. Ultimo caso in ordine cronologico è l’episodio del pedinamento a distanza di un nostro collega durante i periodi infortunio e di malattia.
Un’azienda che si attribuisce stile e chiede la partecipazione non può e non deve controllare in modo ossessivo i propri dipendenti al di fuori del posto di lavoro, questo comportamento fa venir meno, a chi lo subisce, la serenità necessaria per una vita professionale e familiare sacrosanta! Questo è il nuovo sistema Marchionne? Questi sono i nostri nuovi padroni? Gli stessi che un giorno si lasciano fotografare sorridenti con Renzi e i lavoratori sulla catena di montaggio e il successivo ingaggiano professionisti dello spionaggio? Quanti di noi vengono spiati e a che titolo? Abbiamo il forte sospetto, confermato dalle nuove disposizioni in materia di controllo a distanza inserite nel Jobs Act, che questo diventerà uno strumento spietato in mano ai padroni per far fuori in massa lavoratori scomodi, esuberi della produzione o non inclini a piegare la testa. Se passa, nell’indifferenza generale, la logica che l’azienda può spiarci dovunque  senza apparente motivo,  potremmo iniziare a sentir parlare di licenziamento per diffamazione, perché, mentre ti trovavi al bar con gli amici, ti è scappata una parolaccia pensando ai carichi di lavoro piuttosto che ai tanti straordinari da eseguire per il profitto di pochi. Ultima riflessione, chi è spiato dal padrone? Solo noi dipendenti? I nostri figli quando stanno con noi? Le nostre mogli mentre si trovano in nostra compagnia? Ci spiano quando stiamo a casa, cosa riprendono? Me e la mia famiglia nella nostra intimità? Questo comportamento è vergognoso! La nostra incondizionata solidarietà a Luigi, noi staremo al suo fianco in questa difficile battaglia.


Coordinamento lavoratrici  e lavoratori  FCA

comunicato pubblicato sul sito http://sindacatounaltracosa.org/2015/06/21/2683/

sabato 20 giugno 2015

Il cibo ormai è veleno: signori, è uno sterminio di massa! Presto 1 su 2 si ammalerà di cancro!



Come hanno già scritto mesi e mesi fa gli amici di nocensura.com in questo articolo: Alimentazione: Chi Non È “Consapevole” Morirà Di Cancro, Infarto O Ictus – di cui vi consiglio vivamente la lettura – ormai i cibi che mangiamo solo veleni: proprio così, veleni! Solo che a differenza del cianuro, che uccide in breve tempo, gli effetti dei veleni che assumiamo quotidianamente si vedono in un lasso di tempo maggiore, nell’ordine delle decine di anni. Poi ovviamente c’è il soggetto più sensibile, che ne risente prima, e quello più robusto, che “regge” meglio.

Generi alimentari:
Conservanti, dolcificanti, insaporitori, regolatori di salinità, edulcoranti, aromi artificiali, quantità eccessive del gustoso, ma velenosissimo “olio di palma” che ormai è contenuto in quasi tutti i biscotti, merendine, etc.
In agricoltura vengono usati ormoni, pesticidi di ogni genere, insetticidi, diserbanti. Sono riusciti a fare diventare veleno anche i frutti della terra! E anche se in Europa certi pesticidi particolarmente tossici sono nocivi, importiamo prodotti provenienti da paesi che ne fanno vasto utilizzo, come documentato dalle “Iene” in un prezioso servizio. E la metà delle acque italiane sono contaminate da pesticidi: è emerso nel 2013, (vedi articolo) ma la notizia è passata in sordina, come se non ci riguardasse, come se non fosse un problema… roba da pazzi!
Carne e allevamenti: la carne rossa fa male anche in condizioni “normali” figuriamoci mangiare carne di bovini alimentati con farine animali (quando sono erbivori… ed il loro organismo non è concepito per digerire grassi animali… che vanno in putrefazione nell’intestino, sprigionando tossine che finiscono nelle carni) per non parlare degli anabolizzanti somministrati per gonfiare i capi di bestiame e del vasto uso di antibiotici anche a livello preventivo, per prevenire malattie che provocherebbero perdite economiche.

Ma non è finita qui!!!

Anche i saponi e ancor di più i cosmetici, sono pieni di sostanze tossiche e nocive! In alcuni rossetti viene messa una sostanza ricavata dal piombo, per ottenere l’effetto durevole nel tempo! Ed è tutto legale, siamo alla follia! Deodoranti pieni zeppi di parabeni e altri veleni innominabili elencati nelle etichette, che ci spruzziamo addosso, sulla pelle, e ovviamente vengono assorbiti dall’organismo.
Potrei dilungarmi, ma chi doveva capire il concetto, lo ha già capito, mentre per qualche beota manipolato dai media sono tutte fregnacce, e il suo giudizio non cambierebbe se mi dilungassi. Quindi andiamo avanti.
La situazione descritta sopra, spiega perché 1 essere umano su 3 sviluppa un cancro nel corso della sua vita: una media destinata a salire ad 1 su 2 nei prossimi anni! A dirlo, è l’oncologo Umberto Veronesi, che ricorda come solo mezzo secolo fa, si ammalasse 1 persona su 30! Eccolo qua il grande progresso!!!
Ora… io sarò pure complottista, ma voi siete ottusi e ciechi se non capite che tutto questo è un piano ben preordinato… uno sterminio di massa, ottenuto somministrando a masse di pecoroni cibi velenosi e altri veleni, ben pubblicizzati dai mass media facendo leva su fighe da paura o machomen tatuati.
Persino i fast food più nocivi per la salute vengono pubblicizzati come un “toccasana”, oltre al fatto che proponendo menù dedicati ai piccoli, a prezzi vantaggiosi, incentivano le mamme sprovvedute a portare li i loro bambini, fidelizzando i futuri clienti sin da piccoli.

Ve ne rendete conto in che sistema viviamo, oppure no?

I politici ormai sono marionette, ci sono degli interessi talmente grandi in ballo che persino i politici che appaiono più influenti sono CACCOLE al cospetto del potere delle lobbies… lo capite vero?
I politici che sono servili nei confronti delle lobbies vengono aiutati a fare strada a suon di visibilità mediatica per pontificare. A questi viene concesso di lucrare e di vivere meglio del “popolino”, ma rispetto alle cifre che ci sono in ballo, prendono pure poco. Raccolgono le bricioline, rispetto agli affari plurimiliardari delle lobby. I politici che non sono servili (ormai non ce ne sono più mi sembra) vengono fatti sparire, Aldo Moro e Bettino Craxi docet.

Il primo voleva stampare moneta di stato, senza indebitare il paese verso i banchieri centrali. Non voleva nemmeno togliere il potere di stampare denaro dalle mani delle banche, perché probabilmente sapeva che non glielo avrebbero mai permesso; si sarebbe “accontentato” di emettere le 500 Lire, “sovrane”, ma uno così era troppo pericoloso per il sistema, e visto che non si fermò nemmeno dinnanzi alle minacce, fu ucciso.

Bettino Craxi invece fu colpito dal sistema perché strizzava l’occhio al Rais libico Gheddafi, e si mormora che gli salvò addirittura la vita, informandolo di un attentato che grazie alla soffiata fallì. Inoltre anche nel caso della Sigonella, “ultimo sussulto di sovranità nazionale italiana”, osò disobbedire al “liberatore” americano.
il mondo, dal punto di vista “alimentare”, si divide in due macrocategorie, ognuna delle quali ha varie “sfumature” al suo interno.
– Quelli che non possiedono nulla e non hanno reddito, e di conseguenza non hanno accesso a cibo e acqua potabile, soffrono di denutrizione e/o sono costretti ad alimentarsi “come capita”, e talvolta non è sufficiente.
– Chi ha un reddito, e si alimenta acquistando i cibi avvelenati e gli altri prodotti tossici menzionati sopra, andando incontro, molto probabilmente, a gravi malattie. Se sei un 20-30-40enne è inutile che tu pensi “io mi sento bene, tutte cazzate” riparliamone quando avrai più di 50 anni…
La maggioranza delle persone effettua scelte basate sulla pubblicità e sul gusto dei cibi, senza un briciolo di consapevolezza, e queste aumentano la possibilità di ammalarsi enormemente, specie se “aiutano” anche con alcool e tabacco (e magari droga)
Una minoranza, sparuta ma grazie al cielo in aumento, di persone che cercano di alimentarsi CONSAPEVOLMENTE, c’è: in Italia ci sono 600.000 vegani e 6 milioni di vegetariani, inoltre anche molti “onnivori” prestano sempre più attenzione all’alimentazione, magari mangiando carne e latticini, ma limitandone l’utilizzo, aumentando la quantità di frutta e verdura, etc.
TUTTAVIA mangiare “vegan” non basta, se vi alimentate con frutta e ortaggi avvelenati, come quelli mostrati dalle “Iene” qualche mese fa.

Se ne avete la possibilità, acquistate cibi genuini… “dal contadino”… e limitate al minimo possibile il cibo contenente porcherie!

Tratto dal sito: http://veritanwo.altervista.org/il-cibo-ormai-e-veleno-signori-e-uno-sterminio-di-massa-presto-1-su-2-si-ammalera-di-cancro/#


Veritanwo

La verità sul Nuovo ordine mondiale

ECCO COME LA LOBBY DEI SUPERMERCATI CI HA IMPOVERITO (e ci tiene in pugno)


Chi oggi ha 20 anni o giù di lì, è nato nell’epoca dei supermercati, della grande distribuzione, ma chi come me è già negli ‘anta‘, non potrà che confermare quanto voglio scrivere, in particolare per farlo sapere ai giovani che non hanno vissuto queste vicende. Ma anche molti che le hanno vissute, non ‘razionalizzano’ come sono andate le cose, una regia occulta perfetta.
Fino agli anni 80′ non esistevano i supermercati, e tutte le famiglie italiane facevano la spesa nei negozi di generi alimentari, dal fruttivendolo, dal macellaio e nelle pescherie, dal panettiere, fino a qualche anno prima anche nelle latterie, che vendevano latte prodotto nel territorio… che nostalgia amici.
Una mia parente stretta ha avuto un alimentari, pertanto so abbastanza bene come funzionavano le cose.
Lei si approvvigionava dei prodotti che vendeva prevalentemente in 3 modi:
Passavano i “viaggiatori”, ovvero il camioncino dell’azienda casearia, oppure del salumificio, etc. che forniva i negozianti della zona. L’ordine della merce veniva concordato, anche al telefono, via fax ma certo non email, oppure consegnato di volta in volta al rappresentante, ma alcuni prodotti potevi decidere anche sul momento di acquistarli, in base alla disponibilità presente sul camioncino. Alcuni fornitori passavano quasi quotidianamente, altri ogni due, tre settimane in base ai prodotti. Quello dei latticini passava spesso, quello che portava i prosciutti ogni due settimane era sufficiente. Dovevi stare attento a comprare prodotti che non rimanessero li a muffire, ma nemmeno troppo poco, o restavi sprovvisto alcuni giorni e perdevi vendite. Ma bene o male i clienti erano sempre gli stessi, salvo qualcuno di passaggio, e quindi conoscevi le abitudini delle persone, sapevi cosa comprare e cosa non comprare, anche il pane molti se lo facevano “mettere da parte”, lo prenotavano e il commerciante annotava il nome sul sacchetto. Quante volte sono andato a prendere il pane della mamma, da bambino!
C’erano i distributori della zona: le aziende più grandi e organizzate hanno dei distributori di zona, con giacenze in magazzino di merce. Potevi andare a caricarla con il Fiorino (Fiorino il mezzo commerciale fiat) oppure concordavi la consegna. La mia parente si approvvigionava così di prodotti quali pasta, crackers, fette biscottate, cibi in scatola etc.
Andavi dal produttore direttamente! In alcune zone d’Italia, molti commercianti, e persino alcuni cittadini, andavano dai produttori della zona, acquistavi direttamente. In alcune regioni questa tradizione, seppure molto meno, resiste ancora oggi, nei centri urbani grandi era più difficoltoso.
LA FRUTTA:
C’erano i fruttivendoli, ed i grossisti che li rifornivano. A parte i prodotti non producibili in Italia, come le banane e pochi altri, le merci provenivano dal territorio, o comunque più vicino possibile, anche per limitare costi di consegna, etc. Le insalate, i pomodori, e molti altri prodotti erano di zona, “nostrali” come dicevano gli anziani commercianti. Le mele del trentino, i kiwi dell’agropontino e altre produzioni caratteristiche di alcune zone venivano spedite nelle altre regioni ai grossisti. I nostri agricoltori stavano bene, facevano affari, e la differenza tra prezzo all’origine e quello al banco, era ben proporzionato. L’agricoltore vendeva al grossista, che ricaricava qualcosa, e forniva il commerciante, che a sua volta ricaricava il guadagno. ANDAVA BENE A TUTTI E TRE, e il prezzo era inferiore a quello di oggi, se paragonato e proporzionato.

Oggi invece, cari amici, le grandi lobby hanno fatto chiudere le nostre aziende agricole, oppure sopravvivono e guadagno pochissimo, in quanto la grande distribuzione impone prezzi bassissimi, o acquista dall’estero!!! Le nostre aziende hanno chiuso, ne sono rimaste poche, e oltretutto portano sulle nostre tavole prodotti avvelenati, come hanno mostrato recentemente “Le Iene” (leggete questo articolo dell’amico Alessandro Raffa di nocensura in merito) poichè in nord Africa come altrove fuori dall’Europa, è ancora consentito l’uso di pesticidi velenosissimi e cancerogeni, messi al bando dall’UE. Sono tossici i pesticidi consentiti, figuriamoci questi, che hanno una resa eccezionale, ma rovinano la salute. L’UE dovreebbe bloccare le importazioni da chi usa questi veleni, ma non avviene e c’è pochisssssimi controlli, e il 50% dei campioni analizzati dalle Iene erano avvelenati, sia da sostanze lecite ma in dosi 5 volte più alte del consentito, sia da veleni cancerogeni illegali.

Torniamo alla grande distribuzione.

Negli anni 80′ aprirono i primi supermercati, e da subito fecero crollare gli affari del “commerciante sotto casa”, poiché i supermercati, acquistando elevati quantitativi dei prodotti, direttamente dai produttori (senza far ricorso a grossisti) riuscivano a fare dei prezzi sensibilmente più bassi. Ma sopratutto, in quel periodo miravano a conquistare il mercato, e avevano margini di guadagno molto minori a quelli di oggi! Hanno messo fuori mercato gli alimentari, li hanno fatti chiudere e una volta che hanno assunto il controllo totale della distribuzione di cibo, hanno fatto “cartello” tra loro per non farsi concorrenza al ribasso, e hanno aumentato i prezzi!
I negozi di generi alimentari, dai quali tutti si approvvigionavano di cibo, hanno visto crollare il loro volume d’affari, perché ben presto solo gli anziani (che non guidano, si muovono male, hanno difficoltà a spostare buste pesanti, etc) rimasero fedeli al loro commerciante sotto casa. (Ovviamente alcuni anziani iniziarono a recarsi ai supermercati, magari aiutati dai figli, etc. ma molti rimasero fedeli all’alimentari)
La maggioranza delle famiglie modificò le proprie abitudini: anziché acquistare il cibo pressoché quotidianamente da alimentari, macellerie, pescherie, fruttivendolo etc, iniziarono a fare una grossa spesa settimanale di generi alimentari dal supermercato, acquistando dall’alimentari sotto casa solo il pane fresco e quello di cui ti veniva voglia, senza recarti a fare la fila al supermercato. Una sera un etto di prosciutto, poi una mozzarella, etc.

IL CROLLO FU TALE CHE IL 90% DEGLI ALIMENTARI HANNO CHIUSO I BATTENTI ENTRO 10 ANNI DALLA NASCITA DEI SUPERMERCATI!
Che inizialmente, proponevano solo prodotti confezionati, ma ben presto hanno allestito MACELLERIE, REPARTI PESCHERIA, REPARTO ORTOFRUTTA, etc. facendo CHIUDERE I BATTENTI ANCHE AL 90% DELLE ATTIVITA’ MENZIONATE!
MIGLIAIA DI FAMIGLIE ITALIANE HANNO PERDUTO LA PROPRIA ATTIVITA': e generalmente, erano attività redditizie, nelle quali lavorava una famiglia.  Un buon alimentari poteva guadagnare (guadagno netto) dai 3 ai 5 milioni di lire “puliti” al mese, talvolta anche di più. Al posto di questi posti di lavoro, ne sono stati creati altri, da dipendenti, con contratti oggi precari e sottopagati.

Il guadagno che entrava nelle tasche di MIGLIAIA E MIGLIAIA di famiglie italiane, a livello globale si parla di centinaia di migliaia tra alimentari, fruttivendoli, macellerie, pescherie, etc CON L’AVVENTO DEI CENTRI COMMERCIALI, ENTRA NELLE TASCHE DI POCHI LOBBISTI

E questo ha IMPOVERITO notevolmente la società. Perché le famiglie dei commercianti, se guadagnavano bene, investivano sul territorio, facevano girare l’economia… i lobbisti invece no. Hanno le sedi legali nei paradisi fiscali, e DEPREDANO IL TERRITORIO in cambio di posti di lavoro sottopagati! Soldi che finiscono alle Cayman…

DOPO ESSERSI IMPADRONITI DEL MERCATO DEL CIBO A 360° i nostri amici lobbisti hanno pensato bene di volgere il loro sguardo agli altri settori: facendo chiudere negozi di arredamento, e di molte altre categorie… quello che vendono lo sapete.

E anche qua valgono le stesse riflessioni proposte sopra, ovviamente.
MA QUESTI NON HANNO DISTRUTTO SOLO IL TESSUTO COMMERCIALE: MA ANCHE QUELLO INDUSTRIALE!!! PERCHE’ SE IL COMMERCIANTE SI RIFORNIVA DAI PRODUTTORI DI ZONA, I PIU’ VICINI, O COMUNQUE “NAZIONALI”, LA GRANDE DISTRIBUZIONE SI RIFORNISCE ALL’ESTERO, LADDOVE LE MULTINAZIONALI SFRUTTANO MANODOPERA A BASSISSIMO COSTO, MODERNI SCHIAVI LEGALIZZATI CHE ANZICHE’ AVERE LE CATENE ALLE GAMBE SONO COSTRETTI A LAVORARE 15 ORE AL GIORNO PER POCHI DOLLARI, PER SOPRAVVIVERE
Ed i nostri produttori hanno chiuso, mandando a casa milioni di persone.
Se i politici avessero voluto fare gli interessi della popolazione, avrebbero impedito tutto questo. Sarebbe stato sufficiente imporre dazi doganali: anziché produrre in Italia una scarpa al costo di 10 euro, vai a produrre nel sud-est asiatico per 1 euro? E io ti chiedo 9 euro di dazi doganali! Rendendo impossibile importare prodotti. Invece i dazi doganali sono stati inadeguati, incidevano poco e rendevano comunque conveniente la delocalizzazione o l’importazione dall’estero. Anziché chiedere i 9 euro sopracitati, chiedevano 50 centesimi, rendendo conveniente queste pratiche che hanno distrutto il mercato italiano, il nostro commercio, le piccole-medie imprese, che erano la ricchezza dell’italia, la spina dorsale dell’economia, categorie che stavano bene economicamente e facevano stare bene perché facevano girare l’economia! Con 800 euro al mese e l’affitto o il mutuo da pagare a girare sono solo le “scatole”, ed il crollo dei consumi ha fatto chiudere altre aziende, una spirale di devastazione economica. Con l’UE poi abbiamo aggiunto alla concorrenza estera anche quella interna, dell’est europeo

DIETRO ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE OVVIAMENTE CI SONO LE POTENTI LOBBY, GRUPPI MULTINAZIONALI ALLA BASE DEI QUALI CI SONO LE BANCHE, LE POTENTISSIME BANCHE, GOLDMAN SACHS, JP MORGAN, MORGAN STANLEY E MOLTE ALTRE.
In molti casi la grande distribuzione ha iniziato anche a produrre (sempre nel sud del mondo) parte della merce in vendita.
E’ CONVENUTO AGLI ITALIANI METTERSI IN MANO A QUESTE GRANDI MULTINAZIONALI? FAR CHIUDERE CENTINAIA DI MIGLIAIA DI NEGOZIANTI, ETC?
Inizialmente facendo la spesa al supermercato risparmiavi, è innegabile, in questo modo hanno conquistato il mercato, sbaragliato la concorrenza del piccolo commerciante che non poteva competere. E quando hanno conquistato il mercato, i prezzi sono iniziati a lievitare…E OGGI SPENDIAMO, IN PROPORZIONE, MOLTO DI PIU’ DI QUANTO SI SPENDEVA 30 ANNI FA PER FARE LA SPESA, PER SFAMARE UNA FAMIGLIA!!!

I produttori di arance vengono presi per il collo: “ti compriamo tutto il raccolto, ma a 5 centesimi al kg, ok? Altrimenti compro le arance tunisine che mi costano 3 centesimi al kg, prendere o lasciare?”  E SE NON VOGLIONO FAR MARCIRE I PRODOTTI LASCIANDOLI SUGLI ALBERI (raccoglierli senza venderli sarebbe solo un costo aggiuntivo) DEVONO ACCETTARE QUESTE CONDIZIONI… capite?

Poi ci meravigliamo se nei campi, a Rosarno, impiegano, per 10 euro al giorno, dei poveri disperati stranieri? Il produttore per riuscire a guadagnare qualcosa, e ben poco, con quei prezzi bassi, è COSTRETTO ad utilizzare manodopera sfruttatissima e utilizzare pesticidi per massimizzare il raccolto e aumentare il profitto.

Arance che poi arrivano sugli scaffali del supermercato a 2€ al chilogrammo!!! Se al produttore anziché arrivare 5 cent al chilo ne arrivassero 30, potrebbe certamente dare lavoro dignitoso ai lavoratori. Poi in alcuni territori c’è il problema della criminalità organizzata, ma la questione è quella.

CAPITE COSA è SUCCESSO?
Il popolo, ignaro, si è consegnato a queste lobby… e oggi se vogliamo mangiare, dobbiamo rivolgerci a loro. Almeno nel 90% del territorio italiano la situazione è questa! Immaginatevi cosa accadrebbe, nei grandi centri urbani – Roma, Milano, Torino, Napoli, etc etc – se di punto in bianco, chiudessero tutti i supermercati. Milioni di persone non saprebbero dove approvvigionarsi di cibo. Il potere che hanno queste lobby, se ci pensate, è IMMENSO!
UNA CLASSE POLITICA SERIA, CHE HA A CUORE LE SORTI DI QUESTO PAESE, AVREBBE IMPEDITO TUTTO QUESTO.
MA UNA CLASSE POLITICA DI DISONESTI INVECE PREFERIREBBE LUCRARE SU TUTTO QUESTO, INVESTENDO SOLDI PER PARTECIPARE AL BUSINESS, OPPURE INCASSANDO MAZZETTE MILIONARIE DA LOBBY CHE AVRANNO INTROITI MILIARDARI, PER SVENDERE IL PAESE.

GIUDICATE VOI QUAL è IL NOSTRO CASO…
Poi parlano di crisi, di superare la crisi, di posti di laovro…e la gente gli crede!
Ragazzi la situazione è grave, molto grave… e non potrà che peggiorare, è palese. Purtroppo però molti non lo capiscono.

Questo perché politici e mass media NON NE PARLANO, E ANZI OCCULTANO la questione, distraendo e deviando la colpa verso altre vicende, magari il barista sotto casa che non fa uno scontrino…

I grandi media si dividono in 2 categorie: quelli controllati direttamente dall’elite, e quelli controllati attraverso contratti pubblicitari: le grandi multinazionali investono ogni anno decine, se non centinaia, di milioni di euro in pubblicità, e sono gestite per lo più da poche, ma influenti agenzie. Se un giornale attacca un’azienda gestita dall’agenzia, rischia che questa non gli passi più la pubblicità… necessaria per sopravvivere. Se invece un media difende a spada tratta i loro interessi, anche a costo di mentire spudoratamente, magari ottiene maggiori investimenti… ecco spiegato il servilismo e l’intoccabilità di certi grandi marchi e/o gruppi.

Mi fermo qua, per ora, per evitare di dilungarmi ulteriormente, ma torneremo sulla questione. Collegatevi alla nostra pagina Facebook per restare aggiornati!

LA QUESTIONE DESCRITTA SOPRA è STATA UNA BELLA MAZZATA PER L’ITALIA E PER GLI ITALIANI, CHE SI SONO IMPOVERITI: il “ceto medio” che ci contraddistingueva è ormai venuto meno, ormai la divisione è sempre più tra ricchi e poveri, come nel terzo mondo. E’ ciò che stiamo diventando.

Nel corso della storia, molte nazioni e popoli ricchi e potenti, hanno avuto un declino inarrestabile fino a raggiungere la povertà. Aree che un tempo erano prospere e ricche, oggi sono lande desolate dalla miseria, così come alcune zone dove oggi c’è benessere un tempo erano poverissime. E l’Italia, sta per avere il suo declino, deciso a tavolino da qualcuno.

Per arrivare al livello di declino raggiunto ovviamente non bastava quanto descritto sopra, pur essendo una grande mazzata. Le cause della crisi sono da ricercare nel sistema monetario, bancario e finanziario, ovvero nella mancanza di sovranità monetaria e l’assoggettamento a un debito pubblico inestinguibile, che ci costa 100 miliardi all’anno solo di interessi!! Soldi che dall’economia reale vengono sottratti e condotti nei caveau delle banche! In questo articolo di nocensura ci trovate descritte tutte le cause del declino.

Veritanwo

Tratto dal sito :
http://veritanwo.altervista.org/ecco-come-la-lobby-dei-supermercati-ci-ha-impoverito-e-ci-tiene-in-pugno/#

giovedì 18 giugno 2015

Jobs Act: libertà di spiare per licenziare meglio

Di Giorgio Cremaschi


Negli Stati Uniti degli anni 30 la denuncia dell'incombere sul lavoro dell'occhio del padrone faceva parte della svolta progressista del New Deal di Roosevelt. 35 anni dopo quel film in Italia lo Statuto dei Lavoratori, nel suo articolo 4, vietava i controlli audiovisivi, salvo accordo sindacale, e ogni altra forma di controllo a distanza sul lavoratore.

Oggi il governo Renzi, che applica la controriforma sociale voluta dalla Troika e dalla finanza internazionale, legalizza lo spionaggio aziendale ai danni del lavoratore. Il controllo televisivo resta più o meno vincolato alle leggi di una volta, ma non perché si sia voluto tutelare i lavoratori. Le telecamere già oggi servono per i parcheggi, per le entrate, per le zone a rischio e per prevenire furti, non per il controllo delle attività. Nessun padrone oggi ha bisogno dicomportarsi come quello di Charlot.

I controlli sul lavoro da tempo son attuati attraverso il cablaggio e la messa in rete di tutti gli strumenti e le postazioni di lavoro. Le macchine hanno in ogni postazione una registrazione delle attività. Le catene di montaggio, le casse dei supermercati, le automobili aziendali, i treni e gli autobus, i computer negli uffici, i magazzini, le entrate e le uscite, tutti i posti di lavoro da tempo son connessi ad una rete che permette il controllodel lavoratore.

Quando i mass media parlano di tablet e cellulari aziendali come strumento di controllo, quasi fossimo entrati in virtù di questi strumenti in una nuova era, dimostrano ancora una volta di essere puri oggetti di propaganda ideologica. Il controllo a distanza nelle imprese c'è sempre stato da quando esiste l'elettronica, solo che grazie allo statuto dei lavoratori non poteva essere usato contro gli interessi e i diritti delle persone.

Nel corso della mia esperienza sindacale ho fatto o verificato tanti accordi sindacali che affrontavano la materia. Quando una macchina a controllo numerico registra il proprio avanzamento, segnala anche i tempi e le modalità dell'attività del lavoratore. Ma gli accordi sindacali stabilivano che nulla di quei dati a conoscenza del padrone potesse essere usato a danno del lavoratore. Il padrone sapeva, ma non poteva usare quanto sapevacontro il lavoro.

Ora Renzi toglie l'obbligo di accordo sindacale e soprattutto permette all'azienda di usare i controlli sul lavoro per tutto ciò che è previsto dai contratti. Cioè per gli orari, i ritmi, le pause, gli organici, le ferie, la malattia e chi più ne ha più ne metta. Ogni lavoratore avrà la sua scheda personale perfettamente legale dove sarà registrato anche quante volte si soffia il naso. La privacy, come tutto il resto, sarà questione di classe e il lavoratore senza diritti verrà schedato come qualsiasi altra merce. E sulla base di quella schedatura il padrone potrà promuovere o demansionare o, se necessario, licenziare senza reintegra, grazie alla distruzione dell'articolo 18.

La libertà di spionaggio completa quindi il quadro della controriforma del lavoro di Renzi. Ti controllo e se non dai il massimo ti degrado e se non basta ancora ti caccio. È La realizzazione del sogno degli industriali, come ha detto il presidente di Confindustria Squinzi. Ed è anche il materializzarsi dei peggiori incubi perchi lavora, a causa di un governo che si dichiara di centrosinistra, ma che contro i lavoratori sta realizzando le cose peggiori dalla sconfitta del fascismo.

lunedì 15 giugno 2015

La Cgil dice sì a Squinzi

da SINDACATOUNALTRACOSA.ORG 

 Articolo di Sergio Bellavita




La Camusso apre a confindustria, Cisl e Uil. Così la stampa ha definito l’accorato appello che la segretaria della Cgil ha rivolto dal palco della tre giorni del lavoro organizzata, non a caso, nella città dell’amico nemico Renzi, ai vertici delle tre organizzazioni. Mentre ha attaccato il governo sul Jobs Act ha proposto alle altre parti l’avvio di un percorso per un nuovo patto sociale fondato sul rinnovo dei contratti e sulla qualità del lavoro. In sostanza Camusso risponde positivamente alla richiesta di Squinzi di avviare un tavolo negoziale per un nuovo modello contrattuale che assuma fino in fondo il modello Marchionne. Un fatto grave che testimonia l’ulteriore smottamento della Cgil dopo la resa senza condizioni al Jobs Act e la smobilitazione generale. L’obbiettivo dei padroni e’ cristallino: incassare tutti i vantaggi del nuovo regime della ricattabilita’ e inglobare la Cgil tutta, compresi i metalmeccanici, nel nuovo modello corporativo e autoritario fondato sulla contrattazione di ricatto e sul sindacalismo complice. La Cgil rende omaggio cosi a organizzazioni che hanno lavorato, ognuna dalla propria collocazione, alla distruzione del sistema sociale del nostro paese. Lo fa passando da Firenze in una sorta di Leopolda sindacale a testimoniare che lo scontro e’ tutto politicista, interno al Pd e al centrosinistra. Non sappiamo se il disastroso nuovo patto sociale che si annuncia arriverà a chiudersi davvero. Sono molte le contraddizioni e le spinte diverse in un quadro che non riesce più a trovare un equilibrio. Quello che è certo è che i danni sul lavoro, di questa linea, sono e saranno sempre più devastanti. Lo testimonia bene una pratica contrattuale che ormai interviene solo a peggiorare la condizione del lavoro. Nel 2009 fu l’iniziativa della Fiom e della FP, ed in particolare lo sciopero congiunto del 13 febbraio, ad impedire la firma di Epifani sul modello contrattuale, poi separato, che accettava le deroghe e la cancellazione di ogni autonomia nelle politiche salariali del sindacato. Oggi rischia, così come è accaduto con l’accordo del 10 gennaio 2014 favorito dalla ricomposizione congressuale Landini Camusso, di essere nuovamente decisiva la Fiom, che al Comitato Centrale avvia il percorso per il rinnovo del Contratto nazionale dei metalmeccanici. Se Landini dovesse decidere l’unita di fondo con Fim e Uilm, anche se su piattaforme formalmente distinte, la Cgil avrà la strada spianata per chiudere il cerchio. Solo una lotta aperta contro il modello delle deroghe del Testo unico può impedire che venga liquidato formalmente il contratto nazionale. Sappiamo che è una battaglia difficilissima e quasi sicuramente destinata ad essere sconfitta in questa fase ma è solo sulla lotta che puoi sedimentare e consolidare zone di resistenza e di esistenza di sindacalismo di classe. Altrimenti alla fine si difende solo l’organizzazione, non i bisogni dei lavoratori. Con buona pace della coalizione sociale.

http://sindacatounaltracosa.org/2015/06/15/la-cgil-dice-si-a-squinzi/

venerdì 12 giugno 2015

IL LAVORO UCCIDE DI PIÙ, ANCHE SENZA FERIRE. LA COMPETIZIONE INDIVIDUALE AUMENTA IL BURNOUT


 “Bruciati” per troppo lavoro o per il clima di concorrenza individuale che ormai regna nei posti di lavoro: il burnout non è solo fatica, stanchezza o depressione “residuale”. Insomma, il lavoro uccide anche quando ti lascia “respirare” ancora. I numeri di una ricerca internazionale i cui risultati sono stati resi noti la scorsa settimana nel corso di un convegno della fondazione Rodolfo Debenedetti, completamente ignorato dalla stampa (escluso il caso del “Sole 24 ore”) parlano chiaro.
Lo studio ha costruiro una correlazione diretta tra aumento della concorrenza internazionale e tasso di mortalità tra i lavoratori del settore manifatturiero. I risultati sono sorprendenti e mettono in evidenza che se da una parte aumenta di un miliardo di dollari il fatturato delle importazioni in Italia o negli Stati Uniti dei prodotti cinesi, dall’altro la mortalità tra i lavoratori della filiera di prodotti di “bassa qualità” subisce un incremento del 7% (campione di 500mila persone), in Italia, e del 2% (campione di 130mila persone) negli Usa. Secondo i due studiosi Adda e Fawaz, le cause di morte sono le più varie: aumento dei suicidi, dei casi di cirrosi epatica e delle patologie respiratorie. Veneto, Lombardia e Piemonte sono le regioni più interessate dal fenomeno.
Secondo altre fonti, il “burnout” colpisce in Europa il 22% di chi ha un impiego. E ora la Francia ha intenzione di varare una normativa che tutela chi ne è vittima. In due ospedali romani su 242 infermieri il 38% ha manifestato sintomi di esaurimento: ma a rischio ci sono anche gli insegnanti.

Che la “sindrome” derivi dal comando sul lavoro, dalla concorrenza e dallo stress di non sentirsi all’altezza nell’ambito del lavoro dipendente, lo dimonstra un rapporto congiunto dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound).
Secondo gli esperti, la fonte principale di stress sul lavoro non è tanto l’intensità delle proprie mansioni quanto la mancanza di autonomia nell’organizzare la propria attività. Ecco che i Paesi scandinavi e i Paesi Bassi, dove i lavoratori godono mediamente di una maggior autonomia, registrano meno casi di stress lavorativo, che, nei casi più estremi, può condurre “burnout”, ovvero “ad una manifestazione patologica, anche di grave entità, dovuta da condizioni lavorative sfavorevoli”.
Julia Flintrop della EU-OSHA, spiega che “lo stress da lavoro nasce soprattutto in situazioni in cui le pretese dei datori di lavoro eccedono le reali capacità dei lavoratori” e pertanto “una maggior autonomia organizzativa può prevenire eventuali conseguenze psicologiche”.


da HTTP://WWW.CONTROLACRISI.ORG/

giovedì 11 giugno 2015

il demansionamento, nuovo atto del fascismo aziendale In evidenza

articolo di Giorgio Cremaschi dal sito contropiano.org



Il quotidiano Il Sole 24 Ore anticipa i contenuti del decreto sul demansionamento, che il governo si prepara a varare. Già questo è un fatto significativo, ma non è una notizia perché è oramai scontato che gli esperti ministeriali di Renzi e Poletti operino sotto la dettatura dei tecnici della Confindustria. Il cui quotidiano ci comunica la gioia delle imprese e dei loro uffici legali per il fatto di poter finalmente fare tutto ciò che era proibito dall'articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori; senza dover incorrere in costose e spesso perdenti azioni legali. Un regalo ai profitti d'impresa ai danni dei diritti e del salario dei lavoratori, una sanatoria per tutti gli abusi ai danni della professionalità delle persone, la licenza di mobbizzarre e ricattare , questa l'infamia di un provvedimento che realizza un altro sogno della Confindustria e produrrà incubi per chi deve subire il potere dell'impresa.
Si potrà degradare il lavoratore per ragioni tecniche e organizzative, cioè quando al padrone serve, di una qualifica, ma con deroghe anche di due. Il salario teoricamente dovrebbe rimanere lo stesso, ma senza le indennità. Ad esempio un operaio montatore, che fa i turni o va in trasferta, può essere degradato a facchino nei magazzini e si vedrà ridotta la paga del 30%.
I lavoratori licenziati per ragioni economiche potranno conciliare con l'azienda se accettano di riprendere a lavorare a mansione inferiore. Questo è proprio il corollario che mancava al contratto senza articolo 18. Una misura che farà risparmiare alle imprese sull'indennità di licenziamento, rispondendo chiaramente ad un calcolo preciso degli uffici studi confindustriali. Come si sa gli incentivi di 8.000 euro all'anno che sono alla base delle assunzioni secondo il jobsact finiranno. A quel punto le imprese si troveranno lavoratori licenziabili sì, ma pagando una indennità. Se però quei lavoratori verranno licenziati e poi riassunti con il demansionamento, l'indennità la pagherà il lavoratore con la qualifica più bassa e per l'impresa sarà come se gli incentivi continuassero.

Infine se il padrone può degradare quando vuole, il lavoratore non può rivendicare la promozione. Con l'articolo 13 dello statuto, se si operava per 3 mesi in mansioni superiori, si aveva diritto alla qualifica corrispondente. Con il demansionamento bisognerà aspettare il doppio del tempo, salvo accordi peggiorativi nei contratti .
Insomma dopo il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiusto salta anche quello alla qualifica e in ogni azienda le direzioni potranno fare di tutto ai propri sottoposti . E questo è il risultato più importante per i padroni: la licenza di mobbing. Le minacce di licenziamento o degradazione in molti caso saranno sufficienti per imporre di lavorare di più e peggio senza chiedere nulla. Il sadismo di certi capi e capetti avrà piena possibilità di dispiegarsi .
Quando si dice che quello di Renzi e del suo sponsor Marchionne è fascismo, per ora, aziendale, non si esagera, si descrive semplicemente quello che si sta giuridicamente realizzando misura dopo misura con il Jobsact.

http://contropiano.org/interventi/item/31270-il-demansionamento-nuovo-atto-del-fascismo-aziendale?utm_source=dlvr.it

giovedì 4 giugno 2015

TTIP: il trattato che rafforza le Multinazionali


Vogliono rendere le multinazionali private immuni alle legislazioni nazionali sovrane, con l'argomento che sono 'restrizioni al commercio'. [Paul Craig Roberts]


I trattati su commercio e investimenti, rispettivamente detti transatlantico e transpacifico, non hanno niente a che vedere con il libero mercato.
"Libero mercato" è,come spesso accade, una formuletta per cercare di nascondere la questione reale: il potere che tramite questi accordi di fatto verrà ceduto dagli Stati direttamente alle grandi multinazionali. Il potere di poter citare in giudizio gli Stati fino a rovesciare leggi sovrane che regolamentano questioni di primaria importanza, tra queste: inquinamento, sicurezza alimentare organismi geneticamente modificati, salario minimo.
La prima cosa che innanzitutto occorre capire è che tali, cosidette ''partnerships'' non sono leggi scritte da membri del Congresso (USA). La Costituzione degli Stati Uniti conferisce al Congresso l'autorità legislativa, ma queste leggi si stanno di fatto scrivendo senza la partecipazione del Congresso. Queste leggi le stanno scrivendo le multinazionali stesse nell'esclusivo interesse ad ampliare il proprio potere e a stimolare i propri profitti. L'ufficio US trade representative (Ufficio di rappresentanza per le questioni commerciali) fu creato proprio come escamotage per consentire alle multinazionali di scriversi da sole leggi che servono i loro esclusivi interessi. La truffa ai danni della Costituzione e della gente tutta è coperta dal fatto che invece di chiamarsi leggi in questo caso si chiamano "Trattati".
Il Congresso infatti, non è nemmeno autorizzato a conoscere il contenuto di tali leggi e il suo ruolo si limita solo a poter accettare o respingere il testo finale, già bell'e fatto, che gli verrà sottoposto una volta pronto. Generalmente il Congresso accetta questo perché  "è stato già fatto così tanto lavoro" e perché "il libero commercio porterà vantaggi per tutti quanti".
I giornalisti prezzolati hanno distolto l'attenzione dal contenuto dei decreti verso la procedura "fast track" (iter velocizzato). Quando il Congresso vota con la procedura fast track, altro non significa che sta accettando il fatto che le corporazioni si scrivano le leggi che credono senza nemmeno consultare il Congresso. Persino le critiche rivolte a questi trattati di "partnership" sono solo una cortina di fumo. Paesi accusati di avere condizioni lavorative schiavistiche potrebbero essere esclusi dagli accordi ma non lo saranno. I superpatrioti si lamentano che la sovranità USA è violata da "interessi esteri", ma la verità è che la sovranità americana è violata dalle corporazioni americane. Altri lamentano che ancora più posti di lavoro finiranno per essere delocalizzati, ma come dato di fatto, non c'è bisogno di "trattati" del genere per continuare nella perdita di posti di lavoro in USA perché non c'è assolutamente nulla che impedisca o disincentivi la delocalizzazione del lavoro nella legislazione vigente già adesso.
Quello a cui mirano queste cosiddette "partnership" è rendere le multinazionali private immuni rispetto alle legislazioni nazionali sovrane, avanzando l'argomento che le leggi degli Stati hanno un impatto negativo sui profitti e rappresentano "restrizioni al commercio".
Ad esempio, secondo il Trattato Transatlantico la legislazione Francese contro gli OGM è destinata ad essere rovesciata in quanto "limitazione al commercio" non appena arriverà una pioggia di cause legali dalla Monsanto.
Le compagnie che producono sigarette potranno fare causa contro gli avvertimenti stampati sui pacchetti, dal momento che gli avvertimenti scoraggiano il fumo e quindi sono un'ipotetica "limitazione al commercio".
Anche gli sforzi per controllare le emissioni nocive all'ambiente saranno bersaglio delle cause indette dalle compagnie che si sentono "danneggiate".
Sotto il TTIP le multinazionali saranno compensate con regulatory takings (concessioni regolate, la definizione corporativistica per protezione ambientale). Altro non significa, guarda un po', che saranno i contribuenti a dover pagare i danni provocati dalle corporazioni lasciate libere di inquinare a piacimento.
Gli Stati che prevedono controlli qualità sul cibo importato, ad esempio sulla carne suina che può essere affetta da trichinellosi o trattata con agenti chimici, sarebbero ugualmente bersagliati da cause, perché tali regolazioni aumentano i costi delle importazioni.
Gli Stati che non prevedono protezioni monopolistiche per i farmaci commerciali o i prodotti chimici, e consentono la vendita di farmaci generici, potranno pure essere denunciati dalle corporazioni per danni.
Inoltre, sotto il TTIP soltanto le multinazionali potranno denunciare. I sindacati invece non saranno autorizzati a denunciare ogni volta che i loro membri sono danneggiati dalla delocalizzazione del lavoro, e i cittadini non potranno denunciare quando la loro salute o le loro riserve idriche saranno messe a rischio dalle emissioni delle multinazionali.
Lo stesso Obama non ha parte nelle procedure. Ecco cosa sta succedendo: il rappresentante per il commercio USA è un complice delle multinazionali che serve le corporazioni private in cambio di un lauto salario di un milione di dollari l'anno. Le multinazionali hanno corrotto i leader politici di ogni paese per cedere la propria sovranità e il benessere generale dei loro popoli alle multinazionali estere. Le corporazioni hanno pagato ingenti somme ai senatori USA per trasferire il potere legislativo che legittimamente appartiene al Congresso sempre nelle mani delle solite multinazionali.
Quando questi accordi di "partnership" passeranno, nessuno stato che avrà firmato avrà più alcuna autorità legislativa di emanare leggi o far rispettare leggi esistenti che le multinazionali considerano avverse ai loro bilanci.
Il presidente che si è  fatto eleggere con lo slogan "change", promettendo cambiamento, sta portando per davvero il cambiamento: sta consegnando gli USA, l'Europa e l'Asia alla legge delle multinazionali.
Il primo presidente nero degli Stati Uniti si sta dimostrando lo zio Tom delle grandi società multinazionali: tutto e di tutto ai proprietari delle piantagioni di cotone e niente di niente per gli schiavi.
Soltanto gente che si sia venduta la propria integrità per denaro potrebbe firmare accordi simili. A quanto pare la Merkel, vassallo di Washington, è tra questi.
Stando alle notizie riportate, entrambi i maggiori partiti politici Francesi si sono venduti alle multinazionali, ma non il Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Alle scorse elezioni europee i partiti dissidenti, quali il partito della Le Pen o quello di Nigel Farage, hanno prevalso sui partiti tradizionali, ma i dissidenti non riescono ancora a prevalere nell'ambito dei propri paesi.
Con amara ironia, l'unico leader europeo che ha parlato del problema è il segretario del Fronte Nazionale Francese (estrema destra) Marine Le Pen, che si oppone alla segretezza degli accordi per imporre la legge delle multinazionali:
"E' di vitale importanza che la popolazione francese sia al corrente dei contenuti del TTIP e le sue motivazioni, in modo da possedere gli strumenti per opporsi. I nostri concittadini hanno diritto a scegliere per il loro futuro, ad avere la possibilità di scegliere un modello di società che risponda alle loro necessità e non uno imposto dalle multinazionali in considerazione solo della loro avidità di profitto. I tecnocrati di Bruxelles sono venduti alle lobbies, e i politici dell'UMP (partito dell'ex presidente Sarkozy) sono subordinati a questi tecnocrati''.
E' ugualmente vitale sapere anche per la cittadinanza americana, peccato che neanche lo stesso Congresso sia autorizzato a sapere.
Dunque, com'è che funziona questa solfa della "Libertà e Democrazia" che noi americani sosteniamo di avere, mentre nel frattempo né alla gente né ai suoi rappresentanti eletti è consentito partecipare alla stesura di leggi che consentono alle multinazionali di negare le funzioni legislative dei Governi e innalzare il motivo del profitto delle compagnie multinazionali più in alto del benessere generale sulla scala dei valori?



Fonte originale:  http://www.informationclearinghouse.info/article42017.htm.
Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15127.

mercoledì 3 giugno 2015

Vigilanza Expo: “Turni massacranti, stipendi da fame”

Dal sito : milanoinmovimento.com

La testimonianza di un lavoratore al Punto San Precario Rho-Fiera



Mercoledì scorso allo Sportello biosindacale è passato a trovarci Mario (il nome ovviamente è di fantasia), un addetto alla vigilanza che attualmente presta servizio all’interno del sito di Expo 2015. Abbiamo pensato di trascrivere sotto forma di intervista la chiacchierata che abbiamo fatto sulle condizioni di lavoro sue e di tutti i lavoratori assunti dagli istituti di vigilanza. L’intento non è certo quello di enfatizzare la “sfiga dello sfruttamento” in modo da cullarsi in una malinconica autocommiserazione oppure così da autocompiacersi per la vibrata denuncia. Lo sfruttamento si combatte con la lotta: rendere visibile il mondo sommerso delle lavoratrici e dei lavoratori di Expo 2015, dietro la vetrina dell’Esposizione universale, è solo il primo passo per attivare percorsi di lotta che restituiscano ai lavoratori diritti e reddito negati.
D: Allora Mario, andiamo con ordine. Con che contratto sei stato assunto e quali erano le tue mansioni? Quali erano le condizioni generali di lavoro?
R: Il mio è un contratto di 6 mesi, classe F del CCNL Vigilanza e Sicurezza, con una paga oraria di 5 euro lordi all’ora. Netti, più o meno, fanno la miseria di 4 euro all’ora. Facendo i calcoli, con 40 ore settimanali, al mese arriverei a 800 euro lordi: è, né più né meno, uno stipendio da fame. Ma è pur sempre meglio di niente. Come gran parte dei dipendenti, avevo il compito di gestire gli ingressi ai tornelli. Il contratto consiste di 40 ore settimanali, divise su 5 giorni lavorativi da 8 ore, con 2 giorni di riposo consecutivi; questo è quello che dice il contratto, ma la realtà è ben diversa: di certo 2 giorni consecutivi di riposo non li ho mai fatti! Il primo giorno ho lavorato dalle 18 di sera alle 7 di mattina. Sì, stiamo parlando di 13 ore, pressoché consecutive! Nel resto della prima settimana invece ho fatto 12 ore di lavoro al giorno, per poi passare a un turno notturno “normale” di 8 ore nella settimana successiva. Dei primi 25 giorni ne ho lavorati 22, e dei restanti 3 solo uno era realmente “di riposo”, mentre negli altri due smontavo la mattina dal turno della sera prima. Nel primo mese ho accumulato oltre 250 ore di lavoro. Insomma, i turni sono massacranti e capisco benissimo i miei colleghi che hanno mollato il colpo dopo la prima settimana. A causa di simili carichi di lavoro, abbinati a una paga così magra, si dice che quasi 150 persone abbiano rinunciato all’impiego.

D: Insomma, non proprio la vetrina dell’”eccellenza italiana” cantata dalla propaganda, quantomeno nei rapporti di lavoro..
R: O forse sì: Expo forse è davvero specchio dell’Italia di oggi, soprattutto nei rapporti di lavoro. Comunque guarda, la disorganizzazione all’interno del sito è davvero totale. Il luogo di lavoro in sè, quindi Expo 2015, benchè nuovo di zecca, è incompleto e anche per questo insicuro; le condizioni di sicurezza sono incerte. La flessibilità di orario, invece, è totale, completamente a discrezione dell’azienda. Occorre infatti tener presente che, con una paga così bassa, siamo costretti a fare straordinari per poter portare a casa uno stipendio un minimo decente. Quello della paga da fame è il ricatto peggiore. L’azienda ovviamente ne approfitta. So di alcuni lavoratori che fanno turni totalmente casuali: a volte di 6 ore, a volte di 18, e ad alcuni è stato proposto uno spezzato con 3 ore di pausa. A proposito di pause, su questo aspetto non c’è nessuna regolamentazione: vengono decise in loco dai supervisori in maniera più o meno sensata. Mi è capitato di dover pranzare in 15 minuti così come di non pranzare affatto. In questa situazione di arbitrarietà, a volte la pausa è stata concessa solo dopo lamentele. Inoltre, alcuni hanno iniziato a lavorare direttamente in Expo senza fare i corsi di formazione e sicurezza che ho fatto io nelle settimane precedenti all’apertura, o senza portare tutta la documentazione necessaria per fare il contratto. Si fanno tanti discorsi sulla sicurezza, e noi stessi siamo videosorvegliati per tutto l’orario di lavoro, ma almeno per tutto il periodo di prova sono entrato nel sito Expo senza pass: all’ingresso, anche se avrei potuto essere chiunque, bastava la divisa per essere riconosciuto come addetto ai tornelli ed esser fatto entrare in un “Sito di interesse strategico nazionale”.
Come sempre invitiamo le lavoratrici e i lavoratori di Expo a contattarci e a condividere le loro esperienze così da volgerle al conflitto.
Al Punto San Precario di Rho-Fiera da anni offriamo assistenza legale gratuita e una consulenza integrata – creativa, legale, politica, sindacale, comunicativa, sociale – capace di definire al meglio la strategia per far valere i propri diritti e gli strumenti per metterla in pratica. Puoi contattarci per chiedere un parere, per fare una vertenza, per leggere la busta paga, per raccontarci la tua storia.Per trattare con un’azienda, a volte, basta trattarla male

http://lavoroexpo2015.com/2015/05/28/hello-world

Expo, la Carta di Milano è fuffa

Articolo di Francesco Ruggeri



La “Carta di Milano” è fuffa. Così dicono intellettuali di sinistra milanesi e no a proposito di quella che viene presentata come l’eredità che EXPO lascia al mondo. La Carta, infatti, verrà consegnata a fine Expo, il 31 ottobre 2015, al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e sarà il contributo italiano alle riflessioni che si terranno a novembre di quest’anno presso le stesse Nazioni Unite sui Millennium Goals, gli obiettivi di sviluppo che i 191 stati membri si sono impegnati a raggiungere entro il 2015 tra cui l’eliminazione della povertà e del problema della fame nel mondo, la diffusione mondiale dell’istruzione a livello primario, tutte cose che sono al centro dei pensieri di Renzi, Maroni e delle cosche mafiose che hanno gestito gli appalti di Expo. Questo documento è stato scritto durante gli appuntamenti di “Expo delle Idee”, cioè incontri tra esperti e cittadini in cui i partecipanti si sono divisi in vari “tavoli” tematici per approfondire tutti i temi di Expo, in particolare quello sullo sviluppo equo, sulla sostenibilità nel futuro, sulla cultura del cibo, sull’agricoltura per un futuro sostenibile e sulla città del futuro. Hanno poi contribuito anche personaggi come papa Francesco, l’ex presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, la politica birmana premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, il celebre oncologo Umberto Veronesi e le solite organizzazioni concertative da Legambiente al Wwf alla Cgil.

“E’ una grande operazione mediatica, che si limita a dichiarazioni generiche senza andare alle cause e alle responsabilità della situazione attuale”.  I toni critici giungono da esponenti del mondo della cultura e della politica della sinistra  come Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Vittorio Agnoletto, Franco Calamida, Emilio Molinari, Basilio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego e molti altri. “La Carta di Milano scivolerà nella storia senza incidere alcunché, legittimando ancora il modello agroalimentare che ha prodotto insostenibilità, disastri ambientali e le terribili iniquità che vive il nostro mondo e che la stessa Carta denuncia ma ignorando lo strapotere politico delle multinazionali, che stanno dentro ad Expo e che sottoscrivono la Carta. Il presidente Sala ebbe a dire a suo tempo che in Expo dovevano coniugarsi il diavolo e l’acqua santa: pensiamo intendesse Coca Cola, Monsanto e l’agricoltura familiare e di villaggio, i Gas, il biologico ecc… Il risultato è che nella Carta si sentono il linguaggio, le difficoltà, le mediazioni e i contributi di tanti docenti, personalità e realtà associative che hanno cercato di migliorarla, ma purtroppo il loro onesto sforzo si è tradotto unicamente in un saccheggio del linguaggio dei movimenti dei contadini e di coloro che si battono per la difesa dell’acqua come bene comune e in favore delle energie alternative al petrolio.

Non una parola sui sussidi che la Commissione Europea regala alle multinazionali europee agroalimentari permettendo loro una concorrenza sleale verso i produttori locali; non una parola sugli accordi commerciali tra l’Europa e l’Africa (gli EPA) che distruggono l’agricoltura africana; né si parla del water e land grabbing; né degli OGM che espropriano dal controllo sui semi i contadini e che condizionano l’agricoltura e l’economia di grandi paesi come il Brasile e l’Argentina; né si accenna alle volontà di privatizzare tutta l’acqua potabile e di monetizzare l’intero patrimonio idrico mondiale, né si fanno i conti con i combustibili fossili e il fracking.

Nella «Carta» si parla di diritto al cibo equo, sano e sostenibile, si accenna persino alla sovranità alimentare, si ricorda che il cibo oggi disponibile sarebbe sufficiente a sfamare in modo corretto tutta la popolazione mondiale, si sprecano parole nate e vissute nella carne dei movimenti, ma poi? La responsabilità di tutto questo sarebbe solo dei singoli cittadini: dello spreco familiare (che è invece surplus di produzione) che andrebbe orientato verso i poveri e verso le opere caritatevoli, sta nella loro mancanza di educazione ad una corretta alimentazione, al risparmio di cibo e di acqua, ad una vita sana e sportiva. Le responsabilità pubbliche e private sono ignorate. Manca la concretizzazione del diritto umano all’acqua potabile come indicato dalla risoluzione dell’ONU del 2010 e mancano gli impegni per impedirne la privatizzazione. Mancano le misure da intraprendere contro l’iniquità di un mercato e delle sue leggi, che strangolano i contadini del sud ma anche del nord del mondo. Mancano riferimenti a bloccare gli OGM su cui oggi si gioca concretamente la sovranità alimentare. Mancano i vincoli altrettanto concreti all’uso dei diserbanti e dei pesticidi che inquinano ormai le acque di tutto il mondo e avvelenano il nostro cibo. Ne prenda atto Sala da buon cattolico: il diavolo scappa se l’acqua è veramente santa. Ma qui di acqua santa non c’è traccia, mentre i diavoli, sotto mentite spoglie, affollano la nostra vita quotidiana e i padiglioni di EXPO”.

Purtroppo, mai come in questo momento, le voci critiche, le rare energie contro il modello di sviluppo sono accerchiate tra gli atteggiamenti concertativi delle grandi associazioni, il macabro carnevale del riot e la pietà civica per i cocci di vetro infranti. Il pianeta ha fame, anche di conflitto.

 Dal sito : popoffquotidiano.it