sabato 30 gennaio 2016

NEOFASCISMO AZIENDALE: articolo di Giorgio Cremaschi

ARTICOLO PUBBLICATO DAL  BLOG : LA BOTTEGA DEL BARBIERI di Daniele Barbieri 

Nei luoghi di lavoro l’autoritarismo è strutturale da decenni e quindi difficile spiegare che oggi siamo di fronte a un suo incrudelimento. La precarietà ha poi istituzionalizzato il ricatto intimidatorio: o accetti tutto o sei fuori. Sembrerebbe quindi non necessaria una repressione del dissenso ancora più mirata e organizzata e invece non è così. Nonostante il potere enorme accumulato in questi anni, il sistema delle imprese sente il bisogno di colpire ogni comportamento considerato dannoso per i suoi interessi e così l’autoritarismo padronale sfocia sempre di più in aperto fascismo aziendale.
Prosperano le agenzie investigative che offrono le proprie attività di spionaggio alle imprese perché le utilizzino sui dipendenti. Sulla radio della Confindustria si possono persino ascoltare gli spot pubblicitari di questi Pinkerton italiani, ma naturalmente le aziende non si affidano solo agli enti esterni. Le imprese più sono grandi e più istituiscono proprie funzioni dedicate al controllo dei dipendenti. Sotto questo punto di vista il lavoro di spionaggio è paradossalmente agevolato dalle reti sociali, Facebook Twitter etc, che sono costantemente monitorate da addetti degli uffici personale per controllare l’orientamento dei dipendenti.

Questo non solo nel lavoro privato, ma sempre di più anche in quello pubblico, dove sotto le campagne contro i fannulloni dilaga la caccia alle streghe verso i dissenzienti. Dilagano circolari e disposizioni interne che invitano i dipendenti a non esprimere sui “social” opinioni sulle decisioni della pubblica amministrazione di competenza, pena provvedimenti disciplinari. L’obbligo di fedeltà è il principio guida della nuova stretta autoritaria. Non basta più svolgere correttamente il proprio lavoro, bisogna dimostrare fedeltà. E la infedeltà non è solo quella dello sciopero, ma qualsiasi forma di dissenso o di comportamento non conforme ai dettati aziendali.
C’è un caso simbolo che è stato l’apripista per tanti altri: il licenziamento di Riccardo Antonini da parte delle Ferrovie dello Stato guidate dall’ex dirigente della Cgil Mauro Moretti. Antonini dopo la strage ferroviaria di Viareggio mise le sue competenze di tecnico aziendale al servizio dei familiari delle 32 vittime bruciate vive dall’esplosione di un treno merci. L’azienda, i cui dirigenti son sotto processo per la strage, lo licenziò per il venir meno dell’obbligo di fedeltà aziendale e finora nessun giudice ha messo in discussione questa tremenda decisione.
Dopo quello di Antonini il licenziamento d’opinione e coscienza è dilagato, dagli uffici della Fiat Mirafiori, alle officine emiliane, ai traporti di Roma. Fino ad un delegato sindacale licenziato a Ferrara per irriverenza verso la controparte durante una trattativa.
La repressione autoritaria che oggi colpisce il lavoro è qualcosa in più della rappresaglia o della intimidazione verso il conflitto. Siamo di fronte ad un disegno di cancellazione del dissenso in qualsiasi forma, ad un progetto totalitario che coinvolge il dipendente in ogni momento della sua vita. Non solo la Costituzione è stata espulsa dal rapporto di lavoro, ma il dominio padronale si impadronisce dell’intera persona del dipendente, che non è più libero su nulla. Il lavoratore ha i vincoli della servitù della gleba, mentre l’impresa ha dalla sua tutte le flessibilità egli arbitri della precarietà.
Ma se il sistema è così totalitario perché la repressione si intensifica? Intanto perché i conflitti non sono scomparsi, e le aziende oramai abituate al super sfruttamento del lavoro sono vulnerabili. Le lotte dei facchini, in gran parte migranti, della logistica sono il segno di una spinta alla lotta alla quale le imprese rispondono spesso con violenza, ma anche con accordi nei quali devono cedere. Alla Piaggio è stato licenziato da poco un delegato, migliaia sono i provvedimenti disciplinari che colpiscono ogni forma di resistenza, soprattutto sugli orari e la flessibilità. La spinta al totalitarismo si scontra quindi con rabbia e disobbedienza diffuse, anche in forme elementari e non organizzate.
Da qui il salto di qualità nella repressione, il cui compito, esattamente come in ogni regime dittatoriale, è quello di individuare e colpire, possibilmente in modo preventivo, chi potrebbe essere riferimento o guida del conflitto. Anche gli accordi interconfederali diventano uno strumento di normalizzazione autoritaria.
Quello del 10 gennaio 2014 tra Confindustria e Cgil Cisl Uil, che ricalca le precedenti intese separate in Fiat, stabilisce che i delegati sindacali di minoranza che si ribellino ad un accordo siano passibili di sanzioni. Guai a chi non si adegua al regime.
Siamo di fronte alla pulizia ideologica dei luoghi di lavoro. Chi viene licenziato per motivi disciplinari non troverà mai più un’occupazione, perché le aziende si scambiano liste nere e informazioni. Una pratica questa che parte addirittura dalle agenzie interinali e di collocamento privato. Se un precario fa causa all’azienda che lo ha pagato meno del dovuto, chissà perché, non vien più chiamato per altri lavori. Non sarà che questa notizia viene registrata ed entra a far parte del curriculum nero della persona, quello su cui le aziende si informano?



Negli anni 50 del secolo scorso il capo della Fiat Vittorio Valletta, che perseguitava comunisti, socialisti e FIOM, divideva i lavoratori in costruttori e distruttori. Questi ultimi avrebbero dovuto essere totalmente eliminati nell’azienda. A tale scopo centinaia di migliaia di persone furono schedate dalla Fiat per capire quanti distruttori si nascondessero tra di esse. Giuseppe Di Vittorio chiamò tutto questo fascismo e oggi si è troppo cauti nell’usare un linguaggio adeguato per definire la terribile oppressione che colpisce il lavoro.
La legislazione di questi anni, ultimo il Jobsact, non solo ha avuto la funzione di distruggere le tutele del lavoro e rafforzare gli arbìtri dell’impresa, a partire dalla libertà di licenziamento. Ma l’effetto di questa legislazione non è stato solo quello diretto, ma anche quello simbolico. Tanti anni fa un industriale torinese soleva intervenire nell’assemblea della sua associazione dicendo: ” Voi mi dovete dare la pistola con il colpo in canna, poi io sono buono e non la uso, ma i miei operai devono sapere che sono armato”. Con la distruzione dell’articolo 18 le armi sono sempre spianate contro il lavoro e la parola resistenza assume un significato attuale e modernissimo.

Giorgio Cremaschi



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