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lunedì 29 ottobre 2018

A proposito dell'elezione di Bolsonaro...

Di Fabiana Stefanoni  (Esecutivo nazionale PdAC)

Qualcuno, anche a sinistra, vede nella vittoria elettorale di Bolsonaro, rappresentante dell’estrema destra brasiliana, il segno evidente di una sorta di tendenza mistica dell’attuale fase storica a un’inesorabile "deriva reazionaria": un concetto idealistico che nulla ha a che spartire con il marxismo e che ricorda più che altro le "tappe" dell'evoluzione dello Spirito di hegeliana memoria.
Altri vedono in questa elezione la conferma della necessità di ripensare le categorie stesse del marxismo. Se gli operai votano in massa personaggi come Bolsonaro, Salvini e Trump forse c'è qualcosa che non funziona nel concetto stesso di “alternativa di classe”: non sarebbe meglio – ci spiegano questi teorici del “postmoderno” - pensare a qualche strategia che prescinda dalla classe operaia?
Altri ancora, infine, interpretano questa elezione come la conseguenza inevitabile di un presunto "golpe" in atto da tempo: golpe che, non si capisce perché, avrebbe bisogno ancora di utilizzare gli strumenti elettorali per dispiegarsi al meglio…
La verità, come spesso accade, è meno fantasiosa e più semplice: chi non la vuole vedere è chi si rifiuta di riconoscere le gravissime responsabilità dei partiti che oggi sono egemoni nel movimento operaio. Le masse proletarie e povere hanno votato in massa Bolsonaro perché stremate da una crisi del capitalismo che ai loro occhi ha visto complici Lula e Dilma nelle politiche di rapina dell'imperialismo: all'ombra dei governi del PT (“Partito dei Lavoratori”) i rappresentanti delle ricche multinazionali non hanno forse fatto i migliori affari della storia in Brasile, mentre milioni di operai morivano di fame nelle favelas? Le masse proletarie e povere hanno votato in massa Bolsonaro perché subiscono quotidianamente la violenza del sistema capitalistico, ma non credono in quello che la sinistra riformista e stalinista di tutto il mondo ha citato a modello come il "socialismo del XXI secolo", cioè i regimi borghesi bonapartisti di Chavez e Maduro: del resto chi riporrebbe fiducia in un “socialismo” che costringe alla fuga dal Venezuela ogni giorno decine di migliaia di disperati che muoiono di fame?
Non è vero che la situazione sociale e politica in America Latina è "reazionaria": è una situazione di crisi economica e sociale profonda e, per questo, come già scriveva Trotsky in relazione all'Europa dell'inizio degli anni Trenta (Germania pre-hitleriana inclusa), è una situazione pre-rivoluzionaria (lo dimostrano le enormi mobilitazioni di questi ultimi mesi in Nicaragua, Argentina, Costa Rica, Honduras, Paraguay e nello stesso Brasile). Ma, dialetticamente, sono proprio le situazioni pre-rivoluzionarie quelle che inducono settori della borghesia a ricorre, spesso loro malgrado, a personaggi come Bolsonaro. Quando le tensioni sociali si inaspriscono, quando la lotta di classe rischia di mettere in discussione i profitti delle multinazionali, la borghesia non esita a fare accordi persino con i nostalgici delle dittature.
Se volete trovare dei colpevoli per spiegare l'elezione a presidente di Bolsonaro in uno dei Paesi in cui le lotte sono state (e ancora sono) tra le più dure e radicali del mondo, non guardate in cielo per cercare mistiche tendenze "reazionarie". Guardate in basso: i responsabili sono Lula, Dilma, Chavez e Maduro, che hanno infangato la lotta anticapitalista e antimperialista – e la stessa parola socialismo - con politiche di collaborazione di classe e di vile subordinazione all'imperialismo.
Da domani le lotte riprenderanno in Brasile, più forti che mai. Ma questa lezione ci dice con chiarezza che le lotte non bastano: bisogna costruire la direzione rivoluzionaria che non le tradirà e che le farà vincere. 

giovedì 13 settembre 2018

Bari: La lotta di classe arriva in piazza Carabellese con la voce dei suoi protagonisti



Sabato 15 settembre, alle 17.30, si svolgerà a Bari un importante dibattito pubblico sul tema caldo dell'opposizione di classe all'ennesimo governo borghese che indossa le vesti xenofobe e populiste del M5S e della Lega. Gli ospiti relatori del dibattito sono importanti protagonisti della lotta di classe in Italia: Fabiana Stefanoni, insegnante e dirigente storica del PdAC, impegnata da sempre nelle lotte della scuola e oggi alle prese con la vertenza delle maestre diplomate magistrali che rischiano il più grande licenziamento di massa nella storia repubblicana; Giordano Spoltore, operaio FCA-Sevel, attivista sindacale del coordinamento Slai-Cobas di Chieti, tra i principali promotori del coordinamento FCA e membro del Gruppo operativo nazionale del Fronte di Lotta No Austerity; Monica Dal Maso, laureata in economia e specializzata in pedagogia interculturale, da quindici anni si occupa d'immigrazione ed è stata volontaria tra gli ultimi (dai campi rom baresi alle favelas brasiliane), coordinatrice di progetti per l'Arci a sostegno di donne vittime della tratta e dei detenuti.
Un evento imperdibile che sul tema dello sfruttamento offrirà al pubblico un dibattito di altissima qualità dove verranno esposti quelli che non esitiamo a definire tra i più autorevoli punti di vista sulla lotta di classe.
La redazione di CUBlog, nel ringraziare i compagni baresi di Spazio 17, con cui condivide il comune impegno nel Fronte di Lotta No Austerity, invita tutte le lavoratrici e i lavoratori della provincia di Bari (e non solo) a partecipare numerosi!


SABATO 15 SETTEMBRE, ORE 17.30, PIAZZA CARABELLESE, BARI

a seguire presso Spazio 17 in via Signorile 10/a cena palestinese di autofinanziamento!

giovedì 5 ottobre 2017

Un altro autunno di occasioni perdute? Intervista a Fabiana Stefanoni sulla situazione sindacale e sullo sciopero generale



Ringraziamo la compagna Fabiana Stefanoni con cui collaboriamo nel Fronte di Lotta No Austerity e la redazione web del PdAC per la pubblicazione di questa intervista che, ci teniamo a evidenziarlo, condividiamo totalmente!

La redazione di CUBlog


A cura della redazione web
 
La situazione sociale in Italia non accenna a migliorare: eppure Cgil, Cisl e Uil non rilanciano azioni di lotta e, anzi, appoggiano il governo persino nei suoi tentativi di ridimensionare ulteriormente il diritto di sciopero nei trasporti. Al contempo, il sindacalismo conflittuale e “di base” ha, anche quest’anno, deciso di organizzare due date separate di sciopero generale. Alcuni sindacati sciopereranno il 27 ottobre (Cub, Si.Cobas, Slai Cobas, Usi-Ait) mentre altri il 10 novembre (Usb, Confederazione Cobas, Unicobas). Ne parliamo con Fabiana Stefanoni, responsabile sindacale di Alternativa Comunista.

 
Anche questo autunno il sindacalismo di base si presenterà diviso in occasione dello sciopero generale. Un film già visto che si ripete, non credi?

Purtroppo sì. Esattamente un anno fa, all’indomani del tragico omicidio di Abdel Salam durante un picchetto di sciopero, avevamo criticato la decisione dei dirigenti dei sindacati conflittuali di dividere il fronte di classe proclamando due date di sciopero generale separate e contrapposte, una il 21 ottobre e una il 4 novembre: quest’anno il film sembra ripetersi più o meno identico. Eppure nulla è più urgente della costruzione di un grande sciopero unitario e di massa al fine di respingere al mittente gli attacchi del governo e dei padroni: il governo prepara l’ennesima finanziaria lacrime e sangue e, soprattutto, minaccia di ridimensionare ulteriormente il diritto di sciopero, già fortemente limitato nei cosiddetti “servizi essenziali”, dalla scuola alla sanità ai trasporti.


Secondo te perché i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil non vogliono proclamare uno sciopero generale? 

I dirigenti di Cgil, Cisl e Uil hanno i loro “buoni motivi” burocratici per non proclamare uno sciopero generale, in particolare dopo la firma dell’Accordo della Vergogna (1) e l’intesa del 2016 con Confindustria sulla cogestione delle crisi aziendali. La burocrazia di questi grandi apparati sindacali mira solo a garantirsi una buona convivenza col governo e coi padroni, rinunciando ormai persino a mimare il conflitto sociale… e per fortuna in qualche caso i lavoratori cominciano a capirlo, come dimostra ad esempio lo straordinario risultato del referendum in Alitalia (2).
Eppure la situazione sociale economica in Italia, al di là della propaganda governativa che si inventa grandi miglioramenti, resta disastrosa: il tasso di disoccupazione è tra i più alti d’Europa (superiore all’11%, oltre il 35% quella giovanile!), i salari e gli stipendi non servono nemmeno a sopravvivere, i lavoratori sono indebitati fino all’osso e la privatizzazione dei servizi pubblici aumenta drasticamente le loro spese. Contemporaneamente, mentre la sanità e l’istruzione sono devastate dai tagli, il governo regala decine di miliardi alle banche e, sotto forma di incentivi e ammortizzatori, alla grande industria. Per i capitalisti, così come per i politici corrotti che li rappresentano, saltano sempre fuori carote d’oro, mentre ai proletari vengono riservate solo bastonate.


Le statistiche parlano, infatti, di un calo di fiducia nei sindacati. Cosa pensi delle affermazioni di Di Maio del M5S?

Di Maio, come tutto il M5S, dopo essersi presentato come forza “antisistema” di opposizione, si appresta a governare per conto della borghesia, come già stanno facendo nelle giunte che controllano, a partire da Roma. Approfitta della giusta e comprensibilissima sfiducia dei lavoratori nei confronti di apparati burocratici chiusi nella difesa dei loro interessi di bottega per attaccare indistintamente i diritti sindacali. Non solo: mentre critica i sindacati, annuncia una “manovra shock” per favorire le imprese, cioè “l’abbassamento del costo del lavoro”. E’ quello che hanno fatto tutti i governi fino ad oggi, da Prodi a Berlusconi, da Monti a Renzi a Gentiloni: abbassare il costo del lavoro significa colpire i salari degli operai. Del resto, non è l’unico aspetto con cui il M5S si presenta in continuità con gli altri partiti borghesi: razzismo, maschilismo, corruzione (come dimostrano le vicende in cui è coinvolta la sindaca Raggi). Ultimamente il M5S ha calato completamente la maschera: auspichiamo che gli attivisti sindacali e gli operai che hanno riposto fiducia in questo movimento-partito ne comprendano finalmente la natura borghese e reazionaria.


Ma torniamo al tema dello sciopero generale. Se è chiaro, come dici, che le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil non hanno interesse ad alzare il livello dello scontro di classe, come spieghi invece la decisione del sindacalismo “di base” di rinunciare all’occasione di proclamare uno sciopero generale unitario? 

Tanto è forte l’esigenza dei lavoratori e delle lavoratrici di organizzare a una forte risposta di lotta e di classe all’attacco del governo e dei padroni quanto sono deboli le argomentazioni portate dai dirigenti dei sindacati conflittuali per giustificare questa scelta masochistica. La direzione di Usb ha accampato scuse risibili (una riunione internazionale alcuni giorni dopo…) per non convergere sulla data del 27 ottobre, al contempo i dirigenti dei sindacati che hanno proclamato lo sciopero il 27 ottobre hanno fatto di tutto evitare una data comune con Usb. Tra gli argomenti usati da qualcuno c’è un ragionamento solo apparentemente corretto: affermano che, firmando il famigerato accordo della vergogna, i dirigenti di Usb e della Confederazione Cobas hanno tradito la lotta. E’ innegabile: la firma di quell’accordo è stata un fatto gravissimo, che ha indebolito la capacità di resistenza di tutta la classe lavoratrice. Ma ritenere che questo possa giustificare l’idea di scioperi separati e contrapposti è un’assurdità.


Come si deve costruire, a tuo avviso, uno sciopero generale? 

Possiamo prendere ad esempio quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi. Vediamo quello che succede in questi giorni in Francia o in Catalogna ad esempio. Le lavoratrici e i lavoratori francesi stanno preparando in questi giorni la terza giornata di sciopero unitario contro il governo Macron e contro la riforma del lavoro (due giornate di sciopero sono già state organizzate a settembre). In Catalogna i sindacati di base e conflittuali hanno promosso, il 3 ottobre, una grande giornata di sciopero generale unitario contro la repressione del governo centrale e della guardia civile, a sostegno delle masse popolari catalane. L’appello a proclamare lo sciopero generale è stato lanciato a tutti i sindacati, per quanto complici o opportunisti siano giudicati i loro dirigenti. Ed è giusto che sia così: lo sciopero generale deve presentarsi, per sua stessa natura, come lo sciopero di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici contro il nemico di classe (sciopero generale, appunto). Solidaires (il più grande sindacato di base francese) ha scioperato con la Cgt francese (l’equivalente della nostra Cgil, per intenderci), ovviamente su piattaforme diverse, ma pur sempre lo stesso giorno: lo scopo era organizzare un’azione incisiva e di massa, per respingere la riforma del lavoro. In Catalogna, i grandi sindacati burocratici (Comisiones obreras e Ugt) si sono invece sfilati, per loro decisione e non per esclusione altrui, dallo sciopero generale (proclamato invece dai sindacati di base presenti in Catalogna, dalla Cgt ai Co.Bas): lo sciopero è riuscito lo stesso, con adesioni pari all’80% nelle principali fabbriche e centinaia di migliaia di lavoratori in piazza.
Quello che sembrano non capire i dirigenti sindacali di casa nostra (mi riferisco ora al sindacalismo “di base”) è che non si deve confondere la costruzione del proprio sindacato – che spesso, per essere coerente e di lotta, deve passare per rotture e profonde differenziazioni – con le azioni di sciopero e di lotta: nella costruzione di queste ultime bisogna sempre sforzarsi di cercare la massima unità d’azione. Occorre sempre dimostrare ai lavoratori degli altri sindacati di essere disposti a lottare al loro fianco contro i padroni e il governo, indipendentemente dalle sigle e dalle bandiere: è anzi questo il miglior modo per smascherare la politica opportunista dei loro dirigenti e sottrarli alla loro influenza. Questo è tanto più valido in relazione alla costruzione di uno “sciopero generale” degno di questo nome.


Hai descritto scenari, quello catalano e quello francese, che appaiono molto differenti da quello cui assistiamo qui in Italia…

In realtà in Italia assistiamo a uno scenario contradditorio. Da un lato i sindacati conflittuali stanno proclamando scioperi unitari e incisivi nelle fabbriche e nelle vertenze di categoria: dai trasporti (pensiamo al riuscito sciopero del 2 ottobre nel comparto aereo e aeroportuale) all’industria, dalle telecomunicazioni al telemarketing. Dall’altro lato, quando si tratta di unificare tutte queste vertenze in una grande azione unitaria di sciopero generale… si spezzettano le date. C’è una palese contraddizione, che a mio avviso si può spiegare solo con una grande distanza dei dirigenti delle confederazioni sindacali non solo dai lavoratori e alle lavoratrici nei luoghi di lavoro (che capiscono istintivamente la necessità di lottare e scioperare uniti per sconfiggere il nemico di classe), ma anche spesso dai loro stessi attivisti.
Al di là del fatto scontato che le dinamiche della lotta di classe sono imprevedibili, è evidente che i risultati nell’immediato sono molto negativi. Prima di tutto, si perde l’occasione di convogliare il malcontento sociale in una grande azione di sciopero generale: ne approfitteranno non solo il governo e i padroni, ma anche le varie organizzazioni populiste e fasciste (pensiamo solo alla recente gravissima aggressione di un picchetto di sciopero alla Sda di Carpiano). In secondo luogo, si rischia di svuotare di significato lo stesso concetto di “sciopero generale”: i lavoratori e gli stessi attivisti del sindacalismo conflittuale lo percepiranno come un momento distinto dallo scontro di classe in cui sono impegnati quotidianamente, quasi fosse un mero momento propagandistico del proprio sindacato, anziché – come dovrebbe essere - la più forte e incisiva azione di lotta nello scontro politico con governo e padronato.
Concludo dicendo che, da questa ennesima triste storia, possiamo forse trarre un insegnamento: è necessario e urgente costruire dal basso, col protagonismo diretto e decisionale dei lavoratori e degli attivisti sindacali che lottano, un ampio fronte unico delle lotte, che possa imporre ai dirigenti sindacali quell’azione incisiva e unitaria che serve urgentemente alla classe lavoratrice per vincere. E’ quello che, ad esempio, stiamo cercando di fare impegnandoci nel rafforzamento del Fronte di Lotta No Austerity.
 

(1) Si veda questa intervista: http://www.alternativacomunista.it/content/view/2219/78/
(2) Per i dettagli su questa lotta straordinaria rimandiamo a questo articolo di M. Bavassano: http://www.alternativacomunista.it/content/view/2449/1/

venerdì 30 giugno 2017

Intervista a Fabiana Stefanoni dopo la seconda conferenza nazionale del FLNA

Fronte di Lotta No Austerity: l'untità che vincerà

Fabiana Stefanoni (Gruppo operativo nazionale FLNA)

a cura della redazione web
Intervistiamo Fabiana Stefanoni, membro del Gruppo operativo nazionale del Fronte di Lotta No Austerity, in merito alla Seconda Conferenza Nazionale, conclusasi a Firenze il 17 e 18 giugno con una partecipata assemblea cui hanno preso parte delegazioni da tutta Italia e ospiti internazionali.
Partiamo dalla fine: la Seconda Conferenza Nazionale del Fronte di Lotta No Austerity si è conclusa in un clima di grande entusiasmo tra i partecipanti. Sì, proprio così: siamo da tempo impegnati in questo difficile progetto di unificazione delle lotte e possiamo dire di essere entusiasti dei risultati che stiamo ottenendo. Sappiamo che c’è ancora tanta strada da fare ma abbiamo visto che la nostra determinazione nel ricercare l’unità di classe viene ricompensata. Non mi dilungo sui dettagli e invito tutti a leggere il report e a vedere le foto sul sito www.frontedilottanoausterity.org: lì sono condensati questi due giorni straordinari di intenso dibattito. Si è trattato di un indubbio passo in avanti nel rafforzamento di quell’unità di classe che è indispensabile per respingere gli attacchi dei padroni e del governo. Attacchi che non accennano a scemare: basta solo pensare all’ennesimo decreto “salva banche” di questi giorni, con altre decine di miliardi regalati ai banchieri. Un decreto che avrà come conseguenze ulteriori tagli, privatizzazioni, tasse per i lavoratori e le lavoratrici. L’operaio che non ha soldi per saldare i debiti subisce pignoramenti, mentre i ricchi banchieri ricevono miliardi in regalo dallo Stato: non c’è migliore dimostrazione dell’assurdità del sistema capitalistico. Ma pensiamo anche al recente vergognoso decreto razzista Minniti-Orlando, che priva gli immigrati persino del diritto di difendersi davanti ad un giudice; o alle ulteriori restrizioni al diritto di sciopero, invocate da Delrio dopo lo sciopero del 16 giugno e poi subito praticate con precettazioni. Ecco, tutto questo rende urgente la costruzione di un ampio fronte di lotta e di resistenza.
Quali sono i principali motivi che ti inducono a fare un bilancio positivo della Conferenza?Anzitutto, direi, il fatto che a Firenze si sono incontrati – con la volontà di proseguire la collaborazione e un progetto comune – i rappresentanti delle principali lotte in corso in Italia. C’erano i protagonisti del riuscito sciopero del 16 giugno: i lavoratori di Alitalia, delle ferrovie, della logistica. C’erano anche esponenti delle principali vertenze di questi ultimi mesi: dalla Tim ai movimenti a difesa del territorio (come i No Triv) alle donne che si battono contro la violenza maschilista. Si tratta di settori che hanno animato scioperi, picchetti, presidi e anche manifestazioni di massa (pensiamo alle oceaniche manifestazioni dei movimenti delle donne). Settori che hanno subito negli ultimi anni un drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e che si sono trovati spesso in duro scontro non solo con i padroni e con il governo, ma anche con le burocrazie sindacali: basta solo pensare ai già citati recenti attacchi al diritto di sciopero all’indomani, sostenuti – persino anticipati nei comunicati stampa! – dai dirigenti di Cgil, Cisl e Uil: o al vergognoso rifiuto da parte della burocrazia Cgil di proclamare lo sciopero dell’8 marzo richiesto dal movimento di donne Non una di meno.
Chi lotta e resiste contro padroni, governo e burocrazie ha trovato nel Fronte di Lotta No Austerity uno strumento importante per intraprendere un percorso di unificazione, cioè per rafforzare quell’unità di classe che è indispensabile per respingere gli attacchi del nemico di classe.
Ci sono stati e ci sono anche altri tentativi di creare dei coordinamenti tra sindacati che però hanno fallito. Qual è il punto di forza del Fronte di Lotta No Austerity?Penso che la forza del Fronte di Lotta No Austerity stia nel fatto che si configura come un processo di unificazione dal basso, col protagonismo diretto delle lavoratrici e dei lavoratori che costruiscono le lotte e le azioni di resistenza nei luoghi di lavoro. Lo dimostra la stessa composizione attuale del Gruppo operativo nazionale (che sono poi i compagni che hanno tenuto le relazioni alla Conferenza): uno dei ferrovieri che hanno animato una stagione di scioperi e azioni di resistenza nell’ambito dei trasporti, oltre che promosso coordinamenti di lotta tra lavoratori dei trasporti di differenti sigle; un operaio del gruppo FCA (Sevel) che è stato tra i protagonisti di importanti esperienze di coordinamento tra delegati sindacali combattivi del gruppo Fiat (esperienze che hanno messo in difficoltà non solo l’azienda ma anche la burocrazia sindacale della Fiom); un operaio della Pirelli da sempre in prima linea nel tentativo di rafforzare la solidarietà di classe tra lavoratori Pirelli, Bridgestone e altre fabbriche del settore (e che ci ha raccontato di un recente sciopero molto partecipato proclamato dagli operai della sua fabbrica senza attendere coperture sindacali); una lavoratrice del pubblico impiego, impegnata nella difesa dei diritti delle donne contro la violenza maschilista; infine io, che sono un’insegnante, orgogliosa di aver sempre promosso coordinamenti e azioni di lotta unitarie contro i tentativi di smantellare la scuola pubblica.
Altre esperienze di coordinamento hanno fallito probabilmente perché si fondavano su accordi a tavolino tra dirigenti, trasformandosi in terreno di competizione per le manovre di questo o quel dirigente a discapito dell’unità. Nel Fronte di Lotta No Austerity prevale il protagonismo diretto della base, dei lavoratori e delle lavoratrici che resistono e costruiscono le lotte nei loro luoghi di lavoro. Questa a mio avviso è una solida garanzia per il futuro.
Il primo giorno, nelle tue conclusioni, hai criticato fortemente le burocrazie sindacali, a partire da quella della Cgil. Ho iniziato attaccando la Camusso e la burocrazia Cgil per la sua ipocrisia: ha chiamato a manifestare a Roma a “difesa delle democrazia” quando ha fatto di tutto in questi anni per ridurre la democrazia sindacale, a partire dalla firma dell’Accordo vergogna sulla rappresentanza. Per capire quale sia il ruolo delle burocrazie di Cgil, Cisl e Uil basta ricordare le loro recenti dichiarazioni in merito alla lotta in Alitalia e, più in generale, agli scioperi dei trasporti: la Furlan (segretaria generale della Cisl, non a caso recentemente elogiata dal premier Gentiloni) dopo la vittoria del no al referendum ha accusato la Cub in Alitalia di “populismo sindacale” (sic!) e, insieme con la Camusso, ha prestato fianco al governo nel tentativo di screditare gli scioperi dei trasporti e aprire la strada a una nuova stretta. Altro che “difesa della democrazia”: per la Camusso, la Furlan e compagnia difendere la democrazia significa difendere gli interessi del governo e dei padroni!
Però, sempre nelle conclusioni, hai criticato anche i dirigenti del sindacalismo di base.Sì, è vero: anche nel sindacalismo conflittuale e “di base”, purtroppo, assistiamo spesso a logiche autoreferenziali, settarie, autoproclamatorie. E, talvolta, si passa sopra al principio fondamentale della democrazia interna: alcuni dirigenti sindacali concepiscono il sindacato quasi come fosse una proprietà personale, riproducendo logiche burocratiche simili a quelle dei grandi apparati. Ci si dimentica che il sindacato (soprattutto se vuole essere “di base”) dovrebbe essere uno strumento nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici, sempre sottoposto al loro controllo. Alcuni dirigenti del sindacalismo di base, invece, spesso si dimenticano proprio della base, ignorando i più elementari principi della democrazia sindacale. Da segnalare il fatto che, nonostante i nostri ripetuti inviti, i principali dirigenti del sindacalismo conflittuale hanno preferito disertare questo appuntamento. Un grave errore, a mio avviso: a Firenze c’era proprio quella base a cui bisogna tornare a dar voce.
Quali sono stati secondo te i momenti più importanti della Conferenza?Tutta gli interventi sono stati importanti. E’ stato per me particolarmente emozionante sentire una testimonianza diretta della lotta in Alitalia: una lotta emblematica, che è riuscita con la determinazione, la coerenza e la tenacia ad infliggere duri colpi a un triplice nemico: azienda, governo e burocrazie sindacali; una lotta anche che ha saputo costruire collegamenti importanti con altri settori, non solo dei trasporti.
Mi hanno emozionata molto anche gli interventi delle delegazioni straniere e il dibattito contro il maschilismo delle Donne in Lotta. Hanno partecipato alla Conferenza come ospiti, in rappresentanza della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta, rappresentanti dei Co.Bas di Spagna e della Csp Conlutas del Brasile (tra cui una compagna delle MML, Mulheres em luta). I compagni dei Co.Bas ci hanno raccontato delle esperienze unitarie che stanno promuovendo in Spagna, rilanciando anche a noi la proposta di una giornata di mobilitazione europea di tutte le forze del sindacalismo di base e combattivo. Herbert Claros, della Csp Conlutas del Brasile, ci ha parlato delle straordinarie mobilitazioni in Brasile, a poche settimane dal più grande sciopero generale della storia di quel Paese (28 aprile) e dalla grande manifestazione di Brasilia (24 maggio): ora sono in corso i preparativi per un nuovo grande sciopero il 30 giugno. Una testimonianza, quella della Csp Conlutas, particolarmente importante, perché i compagni ci hanno raccontato come anche loro abbiano iniziato come piccolo nucleo di avanguardie sindacali che si è poi convertito in quello che oggi è il più grande sindacato di base del mondo, in grado di costringere i grandi apparati burocratici brasiliani a proclamare scioperi le cui direzioni fanno di tutto per evitare (come nel caso dello sciopero del 28 aprile e dello stesso sciopero del 30 giugno).
Marcela Azevedo del MML, con l’emozionante racconto sulle lotte delle donne in America Latina, è invece intervenuta nel momento della Conferenza gestito e organizzato dalle Donne in Lotta. Un momento centrale, dove le compagne non hanno portato solo un contributo teorico alla discussione sulla lotta contro il maschilismo, ma anche la loro esperienza personale: dai racconti delle donne è emerso in modo palpabile come il problema del maschilismo e della violenza sessista siano parte della vita quotidiana di tutte le donne, nei luoghi di lavoro, in casa e anche nei sindacati. Penso che dopo questo dibattito nessuno sia rimasto come era prima: ogni attivista è tornato a casa con una consapevolezza nuova. Vale la pena ricordare, inoltre, che noi donne abbiamo dato vita ad alcune delle mobilitazioni e iniziative di sciopero  – dal 26 novembre e 8 marzo – tra le più partecipate degli ultimi anni.
Non posso poi non citare il concerto di Alessio Lega, che ci ha allietati il sabato sera con canzoni di lotta e di resistenza. Quella lotta e quella resistenza che vogliamo portare nelle piazze!
Cosa vuoi dire, per concludere, agli attivisti sindacali e di movimento che guardano il Fronte di Lotta No Austerity dall’esterno?Di non esitare e unirsi a questo progetto. Diciamo loro di ignorare chi cerca di denigrare o svalutare questa esperienza: sono solo tentativi di chi vuole difendere rendite di posizione o piccoli orticelli a scapito degli interessi delle lotte.
Il Fronte di Lotta No Austerity ha comunque un punto di forza: rappresenta un’esigenza reale e urgente della nostra classe, quella dell’unità di azione. Se ci uniamo siamo forti contro i padroni, se facciamo prevalere l’autoreferenzialità finiremo per essere schiacciati. Le porte di No Austerity sono spalancate per tutti coloro che credono nell’unità e nella lotta di classe.



Tratto dal sito del Pdac

venerdì 19 maggio 2017

Il capitale devasta i territori!

Riceviamo dai compagni di Alternativa Comunista e volentieri pubblichiamo.


di Giacomo Biancofiore
Come sempre accade, agli alleati occulti dei padroni serve solo un po' di tempo che finiscono per smascherarsi da soli, quelli del Salento poi, si sono addirittura... consegnati spontaneamente durante una farsesca manifestazione circa una decina di gironi fa in piazza Montecitorio a Roma. Accompagnati dal presidente della regione Puglia Emiliano, direttore di scena di una pochade quasi tutta istituzionale.
I “coraggiosi” sindaci salentini, infatti, che si erano guadagnati applausi, sia nelle puntate al presidio di San Basilio che nella gremita Piazza Sant'Oronzo di Lecce,  diventando, per qualcuno, un simbolo del movimento No Tap, hanno improvvisamente cambiato prospettiva, trasformando, con i soliti giochi di prestigio, quel motto che da sempre ha accompagnato il Comitato No Tap “né qui né altrove” in una locuzione più consona alle loro esigenze politiche: “tavolo per il dialogo sulla possibile ricollocazione del gasdotto”.
Così, all'improvviso, quello che era il male di tutti i mali, si è trasformato nel male che fa male solo se approda sulla spiaggia di San Foca, mentre torna ad essere un progetto su cui si può dialogare se lo si sbatte in faccia ai già martoriati brindisini.
Insomma, nulla di nuovo all'orizzonte, istituzioni borghesi che si riprendono il proprio ruolo, ricchi medici che svestono i panni del Che e riprendono a mangiare, un presidente di regione a cui i panni del Che vanno addirittura stretti e tra una promessa sudata all'Ilva e un ammiccamento ai lavoratori di Manfredonia quatto quatto prova a piazzare l'ennesimo insediamento energetico a rischio a Brindisi.
Tutto questo nella più totale indifferenza rispetto a quello che Tap rappresenta, una evidente operazione speculativa del capitale, mista a commistioni con mafie e malaffare, nonché un progetto che, lungi dall'essere necessario, sta incontrando forti opposizioni anche negli altri Paesi coinvolti (in particolare Turchia, Grecia e Albania), contrariamente alle notizie diffuse dai media nazionali.
Fortunatamente, però, il Comitato No Tap, quello che ha sfilato compatto nel corteo barese contro il G7 finanziario pochi giorni fa, ha ben chiaro che coloro che parlano di spostamenti e riconversioni sono nemici tanto quanto Tap: e, pur nella consapevolezza che non sarà una battaglia facile e tanto meno breve, continuerà a ribadire il “né qui né altrove”, che è lo slogan politico che unisce le lotte No Tap con quelle No Tav, con quelle No Carbone di Brindisi e ancora con quelle No Triv della Basilicata e con tutte quelle che considerano l'attacco ai territori una espressione del sistema capitalistico: per questo "tavoli" e "dialoghi" con le istituzioni del capitale sono proposte fatte in malafede.
In questo panorama che ciclicamente si ripropone, netta è la condanna del Partito di Alternativa Comunista che, nello stigmatizzare l'ennesimo tentativo di tradimento della volontà di chi lotta, esprime la piena solidarietà ad attiviste ed attivisti del Comitato No Tap e invita a sostenere attivamente il presidio permanente di San Basilio nonché a proseguire senza indugio nel percorso di unificazione delle lotte dei territori e più concretamente ad offrire presenza e solidarietà al corteo organizzato dalla Rete appulo-lucana "Salva l'acqua dal petrolio" in programma a Matera il 27 maggio prossimo.



giovedì 27 aprile 2017

Pubblichiamo molto volentieri questa intervista a Flavia Intallura a cura di Patrizia Cammarata per Progetto Comunista*

Intervista a Flavia Intallura, “Mamma Africa” dei profughi nella provincia di Vicenza

“Occupiamoci della sofferenza dei rifugiati e dei richiedenti asilo”




Venerdì 3 febbraio i leader europei si sono incontrati a Malta per approvare le nuove disposizioni volte a chiudere la rotta dei migranti dalla Libia all’Italia. Nel memorandum triennale d’intesa firmato il 2 febbraio scorso dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal premier libico Fayez al Sarraj si prevede di finanziare il governo di Tripoli e le agenzie umanitarie attive in Libia per la gestione dei migranti.  Nonostante i leader abbiano ripetuto il loro impegno per la tutela dei diritti dei migranti, con l’accordo raggiunto dall’Italia con la Libia, chi conosce la realtà libica, e ha ascoltato i racconti di chi ha attraversato la Libia per arrivare in Italia, sa bene che in questo modo centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, già in fuga da guerra e persecuzioni, non saranno tutelati come vogliono farci credere ma, anzi, subiranno nuovi abusi e sofferenze.  È un accordo avente lo stesso obiettivo di quello siglato fra Unione Europea e Turchia, che ha consegnato al regime di Erdogan il respingimento di uomini, donne, bambini e anziani che fuggono dalla guerra in Siria. Il governo Gentiloni affida al governo fantoccio libico di Serraj il criminale lavoro di respingimento di chi cerca di uscire e fuggire da fame, guerre e disperazione.
Ed è proprio venerdì 3 febbraio che incontro, nella sede del sindacato Usb di Vicenza in via Zaguri, Flavia Intallura, addetta allo sportello migranti e segretaria dell’Associazione Senza Confini con sede a Schio (Vicenza). Flavia, invece, di questa disperazione si fa carico e, anzi, questa disperazione vuole organizzarla, darle una dignità e una prospettiva contro un sistema razzista e ingiusto.
Flavia, perché hai scelto di dedicarti alle tematiche dell’immigrazione?
“Io stessa provengo da un’esperienza di emigrazione, anche se non ai livelli tragici vissuti dalle persone di cui mi occupo. Anch’io, però, ho conosciuto il razzismo; l’ho provato su me stessa, quando ancora ero una bambina, essendo figlia di siciliani emigrati in Germania. Sono nata in Germania dove sono rimasta fino all’età di vent’anni. Mio padre era operaio, poi negli ultimi anni, siccome parlava correttamente quattro lingue, è diventato mediatore culturale. Ma io ricordo ancora l’emarginazione e la sofferenza di quando dovevo giocare da sola perché i bambini tedeschi mi escludevano dai loro giochi… Sento molta empatia con chi è immigrato. Forse anche per questo mi conquisto la loro fiducia e qualcuno di loro, qui a Vicenza, mi chiama “Mamma Africa”.

Quando è nata l’associazione “Senza Confini”?
“E’ nata lo scorso anno, nel 2016. Ci sono centinaia di sportelli, nel Veneto, che si occupano d’immigrazione, ma la nostra Associazione è l’unica, a quanto mi risulta, che si occupa specificatamente dei richiedenti asilo”.

E’ un’associazione del sindacato Usb (Unione sindacale di base)?
“No, l’associazione è indipendente ma la collaborazione con Usb Vicenza è molto importante. Non solo, il rappresentante legale regionale di Usb Federazione del Veneto, Germano Raniero, ci consente di avere uno sportello nella sede di Vicenza alcuni giorni la settimana. C’è, soprattutto, una fattiva collaborazione con il sindacato per quanto riguarda gli aspetti legali, la necessità di un avvocato, i rapporti con la Questura e la Prefettura e, soprattutto, l’organizzazione di manifestazioni, presidi, un aiuto per analizzare anche dal punto di vista della lotta di classe quello che succede, un aiuto per interloquire con i lavoratori italiani, iscritti e organizzati dal sindacato, e portare loro il punto di vista dei profughi, cercando di sottrarli al razzismo della Lega e di altre forze politiche. Noi cerchiamo di occuparci, come associazione, anche delle cose pratiche (vestiario, cibo, ecc.) ma il rapporto con il sindacato è importante perché è il sindacato che ci ricorda sempre che il nostro non è il ruolo della Caritas, che noi abbiamo il dovere di fare un intervento politico, di organizzare queste persone per dignità e diritti e non per lasciarli in una situazione di sudditanza e richiesta di carità”.

Parlando del razzismo, spesso i titoli di diversi fra i principali giornali locali associano profugo con smartphone…
“E’ veramente indegna la strumentalizzazione sugli smartphone usati dagli immigrati! Se uno ha un cellulare normale o usa un telefono, telefonare in Africa costa tantissimo! Solo con lo smartphone queste persone (che hanno degli amici, degli affetti, una famiglia, nostalgia di casa) possono stare in contatto con la loro famiglia e poter comunicare facendo sapere di essere ancora vivi, e al contempo ricevere notizie da casa!”

 I titoli dei giornali parlano di soggiorno gratuito in alberghi…
“Dobbiamo ricordare che la maggior parte dei richiedenti asilo per poter partire dal proprio Paese d’origine fa una raccolta di soldi fra i parenti e gli amici. Nel loro Paese soffrono la fame, non hanno prospettive, vedono morire familiari per mancanza di cibo o di una banale medicina! Dal Senegal, da altri Stati in Africa, attraversano il deserto per arrivare in Libia dove alcuni sono vittime di storie orrende (torture, amputazione delle orecchie, le donne sono violentate…). Una volta che riescono, attraversando il mare nelle condizioni che sappiamo, ad arrivare in Italia, sono consegnati a delle cooperative che, quasi sempre, hanno l’unico scopo di fare profitto sulla loro disperazione. Le cooperative guadagnano circa € 35,00 il giorno per ogni richiedente asilo. Sono anche 150 le persone “accolte” in alcune cooperative. Fai il conto del guadagno! E considera che nel Veneto circa l'ottanta per cento dei richiedenti asilo riceve un esito negativo alla richiesta. Appena ricevuta la risposta negativa, dopo il ricorso, queste persone, spesso ragazzi molto giovani, sono buttati fuori dalle cooperative: buttati fuori senza lavoro, senza sapere la lingua, perché quasi sempre non si è insegnato loro nulla. E così ragazzi spesso giovanissimi si trovano da un momento all’altro in strada, senza casa, senza cibo, senza amici. Chiaramente, in queste condizioni, in balia della criminalità.
La maggior parte delle cooperative è interessata solo al profitto, non a dare una prospettiva a queste persone”.

I  comitati che si oppongono all’arrivo dei profughi trovano sostegno anche sull’onda di queste false informazioni che mirano a mettere italiani contro immigrati (smartphone, alberghi “di lusso”, ecc.)…
“Certo, basti pensare alle dichiarazioni di Joe Formaggio, sindaco di Albettone, paese in provincia di Vicenza, che continua a rilasciare dichiarazioni che, purtroppo, hanno grande spazio sui giornali. Dichiarazioni come: “Gli immigrati sono sessualmente pericolosi”, “ Mia figlia mai con uno di colore”, “Hitler ha fatto anche cose giuste. I rom? Non servono alla società, rubano tutti”.
Come sai, contro i comitati razzisti abbiamo organizzato nei mesi scorsi un presidio che ha fatto molto scalpore. Si è trattato di un presidio indetto dal nostro sportello Usb Migranti, con Germano Raniero e con l’Associazione Senza Confini e altri gruppi antirazzisti della provincia.  Il giorno dopo i giornali, e vari spazi su facebook, sono stati costretti a non fare i soliti titoli razzisti ma ad aprire con la notizia: “La provincia di Vicenza è solidale” e “Costruiamo ponti, non barricate” riprendendo i due striscioni che hanno aperto il corteo di circa trecento persone. Penso sia importante farci vedere, organizzare la solidarietà.

La situazione delle donne?
“Le donne sono penalizzate il doppio degli uomini, come accade nella maggior parte degli ambiti della società! Intanto, quando arrivano in Italia - ho saputo proprio da alcune di loro - vengono subito intercettate, appena sbarcano a Lampedusa, ma succede anche qui nel Veneto, dalle cosiddette “Madames” che sono spesso loro connazionali immigrate senza scrupoli che all’arrivo di queste giovani ragazze, impaurite e sole, si fingono parenti, le accolgono e le portano in strada a prostituirsi. Le ragazze, che non conoscono la lingua, che non hanno denaro, che arrivano stremate da un viaggio da incubo, non hanno alternative, sono alla loro mercé e completamente sotto ricatto. Ma anche quando non sono intrappolate in questo tranello la loro sorte è drammatica. Sono spesso consegnate a delle cooperative che le rinchiudono in qualche struttura isolata”.

Ricordo che l’otto marzo dello scorso anno siete intervenuti in una situazione simile…
“Sì, è stata una storia in cui abbiamo avuto un ruolo positivo sia come associazione, sia come Usb. E’ successo che un privato ha acquistato una struttura in un paese isolato, in montagna, nella provincia di Vicenza. Si è rivolto poi a una cooperativa, offrendo la struttura, e la cooperativa ha portato undici ragazze, undici profughe. Il proprietario della struttura, con la scusa che la proprietà era sua, ha imposto la sua presenza giorno e notte e rimaneva lui con le ragazze in questa situazione d’isolamento mentre l’operatrice della cooperativa faceva visite saltuarie. Quest’uomo faceva continuamente delle avances alle ragazze ricattandole e, quando loro volevano tenere le distanze, minacciava che avrebbe usato la sua influenza affinché fosse loro negato il Permesso di soggiorno. Allora, come “Associazione Senza Confini”, con l’appoggio di Usb Vicenza, abbiamo iniziato a fare blitz in questa struttura e l’otto marzo scorso abbiamo chiamato gli organi d’informazione e abbiamo consegnato alle ragazze delle rose rosse come simbolo di rispetto e di lotta. Siamo stati pesantemente minacciati dal proprietario ma ci siamo guadagnati la fiducia delle ragazze. Alcune di loro, le più coraggiose, sono uscite dalla struttura e hanno raccontato la loro storia. La Prefettura è stata costretta a trasferirle in una situazione più dignitosa, sottraendole al ricatto e all’isolamento in cui erano costrette”.

Dall’inizio dell’anno si è parlato molto, soprattutto nel Veneto ma la vicenda ha avuto eco nazionale, della tragica vicenda di Sandrine Bakayoko…
“Sandrine Bakayoko era una giovane donna di venticinque anni della Costa d’Avorio ed è morta il 2 gennaio scorso nel superaffollato centro di prima accoglienza (ex base militare) di Cona (che “ospitava” 1500 persone fra cui diversi minori), in provincia di Venezia. Sandrine era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Ha avuto un malore ed è stata trasportata in ospedale a Piove di Sacco in ambulanza, ma è morta durante il trasporto. Gli immigrati che erano nel Centro di Cona hanno subito accusato la cooperativa che gestiva il Centro, affermando che la ragazza era stata soccorsa tardi, che c’era stata negligenza e che l’ambulanza è arrivata solo otto ore dopo. La rivolta è scoppiata nel giro di poco all'interno del Centro di accoglienza: venticinque operatori - tra i quali due medici e un'infermiera - si sono barricati dentro gli uffici, intorno a loro i migranti bloccavano le uscite. La tragedia di Sandrine ha fatto emergere anche la situazione drammatica di molti minori che sono accolti in queste caserme sovraffollate, come quella di Cona, dove spesso manca anche il riscaldamento e dove le condizioni igieniche sono inesistenti. Anche in questo caso, come sportello migranti Usb, siamo intervenuti partecipando alla manifestazione contro il Centro di Cona che ha visto immigrati e lavoratori insieme per chiedere "verità e giustizia sociale per Sandrine Bakayoko". Abbiamo denunciato come le strutture di cosiddetta accoglienza, come quella di Cona, stanno sempre più diventando dei luoghi di privazione di diritti e dignità, nonché di sfruttamento non solo dei profughi ma anche dei lavoratori delle cooperative, come gli operatori sociali che lavorano spesso con contratti di sfruttamento”.

Il 27 gennaio scorso, a Venezia, si è consumata la tragedia di Pateh, un ragazzo di ventidue anni, proveniente dal Gambia, arrivato in Italia due anni fa: si è gettato nel Canal Grande, suicidandosi. Da quello che si è appreso, sembra che le persone presenti hanno trovato il tempo di filmarlo e il coraggio, non di gettarsi a salvarlo, ma di insultarlo con frasi razziste... Cosa pensi di questo fatto?
Credo, da quello che ho potuto conoscere di questo grave dramma, che i presenti che gridavano “Africa! Africa!” forse non volevano insultarlo ma, non conoscendo il suo nome, volevano in qualche modo attirare l’attenzione. Da quello che so c’è stata gente che gli ha tirato dei salvagente affinché lui si aggrappasse. Tuttavia, quello che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere sul razzismo di cui è ormai impregnata la nostra società è il fatto che nessuno, proprio nessuno, fra il centinaio di persone che assisteva al suicidio,  si è gettato in mare per salvarlo. Credo che se ad annegare fosse stato un ragazzo bianco non si sarebbe fatto il minimo (cioè semplicemente lanciargli dei salvagente) ma qualcuno fra i presenti si sarebbe tuffato e avrebbe tentato di soccorrerlo. Penso questo anche perché ho saputo che sono state registrate frasi del tipo “se vuole morire, lascialo morire”. Ecco, questo è quello che trovo scandaloso, che nessuno, proprio nessuno si sia tuffato per salvarlo e le frasi tipo “lascialo morire” che vogliono dire “uno di meno…”.

Recentemente il sindaco di Vicenza, Achille Variati, del Pd, commentando una protesta dei rifugiati che si lamentavano per il freddo nella struttura Baronio di viale Trento a Vicenza, ha dichiarato: “I richiedenti asilo devono convincersi che questo non è il Paese dei balocchi. Le cooperative che gestiscono l’accoglienza devono dare i servizi minimi adeguati, ma queste persone non possono pensare di venire e pretendere alberghi a quattro stelle”.
“Al sindaco Variati abbiamo risposto con un comunicato. Abbiamo risposto che Variati esprime il bieco moralismo cattolico anni ’50, la stessa ipocrita carità delle Dame di S.Vincenzo. Abbiamo dichiarato che deve vergognarsi di quelle dichiarazioni. Noi sappiamo da dove vengono gli uomini e le donne di cui Variati parla e di cui Variati strumentalizza la giusta protesta, vengono da nazioni in guerra a bassa intensità, regimi corrotti spesso ‘amici’ dello Stato italiano, dove ci sono fame e povertà, da Paesi che potrebbero essere ricchissimi ma la cui ricchezza è quotidianamente rubata dall’imperialismo italiano, europeo e statunitense, dalle grandi multinazionali. Sono uomini e donne che hanno affrontato la tragedia della traversata del deserto e del mare. Noi, che ci consideriamo un Paese civile, al loro diritto alla vita, alle cure, a un’esistenza dignitosa contrapponiamo muri d’incomprensione, sdegno incivile, prigione preventiva… oppure il “devono accontentarsi”. Inoltre, poiché Variati fa la morale, la facciamo noi a lui e diciamo che pensiamo sia moralmente indegno chiedere i contributi dell’Unione europea per i richiedenti asilo se poi non si garantiscono ai migranti condizioni decenti di accoglienza. Il sindaco di Vicenza, nonché Presidente della Provincia Achille Variati, credo non tenga minimamente in considerazione l’angoscia di queste persone, dei mesi e mesi in cui sono parcheggiati in alcune stanze di qualche albergo (non certo di lusso!) isolato in montagna, dove nessuno insegna loro la lingua, dove non fanno nulla, isolati dalla comunità e lontani dal loro Paese e dalla loro famiglia. Chi si occupa della loro sofferenza? Della loro angoscia?”

La nostra intervista si conclude proprio nel momento in cui arriva Jibri, un giovane senegalese di ventun anni. Jibri è triste e mi racconta che qualche ora prima il suo smartphone è squillato e sua madre, dal Senegal, gli ha comunicato che suo fratello di sedici anni è morto. Era malato ma la medicina per guarirlo non c’era, o non era stato possibile averla perché troppo costosa. Non piange, Jibri, ma i suoi occhi sono un deserto di tristezza. Mi racconta di avere due diplomi al suo Paese, uno di sarto e uno di meccanico d’auto. Mi dice che è partito dal Senegal perché a casa non c’è futuro e si muore per banali malattie, perché le multinazionali che hanno depredato il loro Paese non assumono i nativi. Mi dice che è passato in autobus in Mali, in Burkina, in Niger, che è arrivato in Libia vicino al confine con la Tunisia. Che in Libia ha lavorato ma non è stato pagato. Voleva mandare i soldi a sua madre, ha chiesto i soldi del suo lavoro al padrone ma il padrone l’ha denunciato alla polizia perché era senza documenti ed è stato messo in prigione per sette mesi. Mi dice che quando è uscito da prigione è salito su un barcone ed è arrivato in Sicilia e poi, con un autobus, è arrivato a Vicenza. E’ stato alloggiato all’Hotel Adele, mangia alla Caritas. Ha lavorato per il Comune di Vicenza gratuitamente alcuni mesi come volontario. Mi mostra quest’attestato, a firma sindaco Achille Variati. “A cosa ti servirà?”, gli chiedo, “Non lo so”, risponde, “credo a nulla”. “Vorrei lavorare, oppure tornare a casa, da mia madre, ora che è morto mio fratello. Non so come fare”.
Quella sofferenza, di cui, durante l’intervista, continuava a parlarmi Flavia, la vedo nei suoi occhi e nelle sue parole. Ma è vero. Non hanno bisogno di carità, questi giovani coraggiosi e gentili, ma il loro bisogno è lo stesso di quello dei lavoratori della logistica, degli operai licenziati nelle fabbriche, dei terremotati abbandonati alla fame e al freddo. Abbiamo bisogno di organizzarci insieme.



(03/02/2017)

* Mensile del Partito d'Alternativa Comunista

lunedì 13 febbraio 2017

Pubblichiamo e condividiamo questo interessante articolo di Mauro Buccheri (PdAC)

La deriva inarrestabile
del Movimento 5 stelleDai proclami xenofobi al supporto a Trump ed Assad.
Dalle disavventure romane alla celebrazione della povertà

di Mauro Buccheri
 

Il Movimento 5 stelle chiede da tempo il ritorno degli italiani alle urne. Il suo stato maggiore scalpita, infatti, perché intravede la possibilità di fare il grande salto: quello verso Palazzo Chigi (1). Ai giornalisti che chiedono con quale programma il movimento pentastellato si presenterebbe oggi alle elezioni politiche, Di Battista risponde che la priorità va data alle piccole e medie imprese (2). Una risposta per nulla imprevedibile, data la natura piccolo borghese del M5s. Il programma grillino, oggi come ieri, si pone come orizzonte ultimo la lotta (almeno a parole) ai privilegi della casta politica e alla “corruzione”, ma non mette minimamente in discussione il sistema capitalista, cioè un sistema strutturalmente fondato sullo sfruttamento e sull'oppressione della maggioranza dell'umanità.
Infinite volte in passato, mettendo in guardia quanti a sinistra ripongono speranze nel grillismo, abbiamo rimarcato la natura reazionaria del progetto politico a cinque stelle. E ogni giorno si hanno nuove conferme di questa verità per noi scontata. Ci soffermiamo qui di seguito sulle ultime posizioni espresse da Grillo, Di Battista e soci, a partire da quanto hanno dichiarato in merito alla questione dei migranti. Nello specifico, Dibba dixit: “I profughi con diritto di asilo devono essere accolti in Europa e distribuiti uniformemente in tutti i paesi membri. Chi è privo di diritto d'asilo in questo momento storico deve essere espulso”. Specificando subito dopo, da bravo grillino, che “il termine espulsione non deve essere ricondotto alla destra, alla sinistra, o alla xenofobia”. Sulla stessa linea si è espresso Beppe Grillo che con tono perentorio ha aggiunto: “Adesso è il momento di proteggerci, rimpatriare subito tutti gli immigrati irregolari”! (3) Posizioni che, come spesso abbiamo rimarcato, pongono di fatto il M5s sullo stesso piano della Lega e dei gruppi neofascisti, convergenza del resto rimarcata da parecchi attivisti e sostenitori dello stesso Movimento 5 stelle (4).
Le uscite xenofobe dei leader pentastellati fanno il paio con esternazioni altrettanto reazionarie e riguardanti un vecchio cavallo di battaglia grillino, cioè l'attacco ai “sindacati”. Un concetto ribadito giorni fa da Di Maio il quale ha commentato la vicenda Almaviva, che ha visto il drammatico licenziamento di oltre 1600 lavoratrici e lavoratori, scrivendo su facebook che “l'epoca della rappresentanza è finita” e che ognuno dovrà iniziare a “rappresentare se stesso” (5). Becero populismo che avallando la deriva atomistica della società capitalistica fa un grosso favore al padronato che sulla divisione della classe lavoratrice costruisce le sue fortune.
 
Le capriole in Europa e il supporto a Putin, Trump e Assad
Il cambiamento di linea maturato negli ultimi mesi dal M5s in merito all'Europa (ieri “euroscettico”, oggi europeista) ha avuto ripercussioni anche nella pratica politica internazionale dei pentastellati, che hanno provato – col benestare del voto democratico virtuale del popolo grillino – ad uscire dall'Efdd, eurogruppo composto da forze nazionaliste e xenofobe, per entrare nel gruppo liberale dell'Alde, aperto difensore dell'Europa delle banche e del capitale (6). In realtà, il cambio di gruppo, ratificato dal voto online dei grillini, non si è mai concretizzato, e Beppe Grillo ha incolpato del nulla di fatto il capogruppo dell'Alde Verhofstadt, accusandolo di essere “piegato all'establishment”. La capriola grillina, consumatasi nell'arco di poche ore, ha portato insomma il M5s al punto di partenza: cioè all'Efdd. La fuoriuscita dei pentastellati avrebbe messo a serio repentaglio l’esistenza stessa di questo eurogruppo, che si sarebbe ritrovato con appena 27 membri, appena due sopra la soglia minima di 25: motivo per cui Farage ha riaccolto a braccia aperte il M5s (7).
E mentre oscilla a livello europeo, il M5s a livello extraeuropeo prende nettamente posizione a favore dello zar russo Putin e del neopresidente americano Donald Trump. Già all'indomani delle elezioni presidenziali negli Usa, Beppe Grillo aveva celebrato la vittoria del tycoon a stelle e strisce (8). Successivamente, la posizione è stata ribadita da Di Maio, che ha rimarcato come il M5s sia pronto a collaborare col neopresidente statunitense, e dallo stesso Grillo, che ha tessuto le lodi di Putin e Trump, definendoli uomini forti di cui il mondo ha bisogno per per procedere verso la pace (9)... Esternazioni surreali, tanto più se si considera che sono riferite a un miliardario fascistoide, che sin dall'insediamento ha dichiarato guerra agli immigrati, applicando nell'immediato delle gravissime misure discriminatorie verso i musulmani e promettendo la costruzione di un muro alla frontiera col Messico, e a uno dei principali responsabili del genocidio che si sta consumando in Siria!
E proprio a proposito di Siria, il M5s ha preso posizione a supporto del regime di Damasco, che pur ha sulla coscienza 500000 morti e la devastazione del Paese (10). Il parlamentare grillino Di Stefano, in particolare, ha salutato il bagno di sangue di Aleppo come una “liberazione”, sulla base del solito assioma complottista, che largo seguito ha avuto ahinoi anche a sinistra, secondo cui tutti coloro che si ribellano al regime di Assad sarebbero terroristi al soldo delle potenze occidentali e delle monarchie del golfo. Anche a proposito della questione siriana, dunque, riscontriamo la pressoché totale convergenza fra grillini, gruppi neofascisti e settori della sinistra riformista fagocitati nel gorgo campista e interclassista (11).
 
Le vicende paradigmatiche della giunta grillina romana
Anche le posizioni espresse dai grillini sulla Siria dimostrano quanto costoro contribuiscano alla diffusione dell'ignoranza politica e, più in generale, del pensiero borghese dominante. Sebbene infatti Grillo strilli contro la disinformazione altrui e accusi la stampa avversaria di fabbricare notizie false – al punto da suscitare le ire, con conseguenti querele, del direttore del Tg7 Mentana  - lui stesso ha sempre dimostrato di non essere da meno e di riuscire talvolta anche a battere i suoi rivali in quanto a sparate (dalle scie chimiche ai “pomodori antigelo”, i grillini sono sempre stati una fucina di bufale e una fonte d'ispirazione inesauribile per i complottisti).
E anche a livello di coerenza politica, i grilli dimostrano di essere sullo stesso livello dei loro competitori. Le vicende della giunta grillina romana, che abbiamo seguito nel loro evolversi e su cui ci siamo già soffermati di recente, sono in tal senso paradigmatiche. La sindaca Raggi risulta oggi indagata sulla base di gravi ipotesi di reato: falso e abuso d'ufficio (12). Ma il "codice etico" varato recentemente da Grillo le viene incontro: una volta, infatti, i grillini strillavano che i politici anche soltanto indagati devono dimettersi, mentre oggi iniziano a scoprirsi "garantisti"... (13)
Ad ogni modo, le acque sono sempre più agitate per la sindaca di Roma e negli ultimi giorni la storia infinita si è arricchita di un nuovo elemento, cioè la polizza da 30 mila euro sottoscritta da Salvatore Romeo, promosso dalla Raggi a capo della sua segreteria con stipendio triplicato, di cui la beneficiaria, ignara, sarebbe la stessa Raggi (14). Episodio che ha alimentato ulteriormente il malcontento interno al M5s, oltre agli attacchi della stampa di sistema ostile ai pentastellati.
Nonostante il leader maximo Beppe Grillo la difenda pubblicamente, la Raggi è sotto un fuoco incrociato, proveniente anche dal suo stesso (non) partito, nel quadro di una faida fra bande che da tempo logora il M5s laziale. Indicativo, a tal proposito, e allo stesso tempo esilarante, l'attacco subito dalla Raggi da parte di Annalisa Taverna, sorella della senatrice Paola e attivista del M5s romano, che con profondità di argomenti e stile forbito le ha gridato: “hai rotto er cazzo”, “smettila de fa’ la bambina deficiente”, “non rompere i coglioni altrimenti t’appendemo pe le orecchie ai fili dei panni sul balcone” (15)! Il tutto mentre alcuni sondaggi, negli ultimi giorni, fanno registrare un calo di consensi per la sindaca grillina di Roma.
Tirando le somme, la Raggi ha dunque buoni motivi per piangere: e non ci riferiamo certo ai poveri, che non si è fatta scrupolo in passato di sgomberare per motivi di decoro, sebbene ipocritamente - seguendo il modello Fornero - la sindaca romana sembra dedicar loro le lacrime alla Caritas (16)! Non ci lasciamo infatti ingannare da certe sceneggiate. A Beppe Grillo, che fa l'elogio pubblico della povertà (di quella altrui ovviamente) dall'alto dei suoi miliardi, e ai suoi accoliti rispondiamo che i lavoratori e le masse subalterne possono porre fine al pianto e alla povertà: la soluzione sta nell'abbattere il sistema economico disumano che li tiene col cappio al collo, cioè nell'edificazione di una nuova società, socialista, la cui premessa indispensabile è l'esproprio dei ricchi apologeti della povertà altrui. Per questo motivo continuiamo a lavorare alla costruzione del partito internazionale dei lavoratori e delle masse oppresse, strumento indispensabile per porre le basi di una nuova umanità.


Note
5) Quello dell'attacco generico ai sindacati è un motivo ricorrente nel repertorio di Grillo già da alcuni anni:
Così come attacca genericamente i "partiti", definendosi "movimento" e "non partito", ed essendo ciononostante un partito di sistema a tutti gli effetti, il M5s attacca in maniera qualunquista i sindacati, senza fare alcuna distinzione ed alcuna analisi di classe. Attacchi che tuttavia non hanno impedito ad alcuni sindacati, che pur si autodefiniscono "di base" e, sia pure a corrente alternata, "di classe", ad esempio l'Usb, di sostenere – elettoralmente e non – il movimento reazionario a cinque stelle. Sui rapporti fra sinistra e M5s consultare:
Singolare, a tal proposito, che uno dei blog italiani più attivi nella propaganda filoPutin e filoAssad, L'Antidiplomatico, cui attinge a piene mani la sinistra riformista e castrochavista, sia diretto da Alessandro Bianchi, uomo vicinissimo a Di Battista.